Pasquale Frisone.
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VITA NELL'ANTICA ROMA REPUBBLICANA.
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Parte 2.
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2017 Elison Publishing, Novoli (LE).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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10. Gli alimenti.
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Ai primordi il cibo in Roma certamente non abbondava; la popolazione si sosteneva con tutto quello che riusciva a trarre dalla lavorazione della terra, dallo sfruttamento degli animali d'allevamento e dalla pratica della pastorizia e dalla caccia. I commerci erano insufficienti e limitati ai popoli limitrofi, pertanto ogni gruppo familiare si arrangiava con quel poco che riusciva a recuperare. Ai fini del nutrimento umano, cereali, vegetali e legumi rappresentavano la maggiore fonte di sostentamento; la loro importanza era tale che alcune famiglie di contadini prendevano il nome dei prodotti da loro stessi coltivati: i Fabii dalle fave, i Lentuli dalle lenticchie, etc. Ai primordi il cereale alimentare pi messo a coltura e consumato era il farro - molto pi del frumento -, sostituito nei casi di carestia dall'orzo, invece solitamente destinato al nutrimento degli animali. I nobili, in riconoscenza al valore sacrale racchiuso nel cereale basilare per il sostegno della popolazione, celebravano il matrimonio col rito della confarreatio, offrendo farro agli di. E mentre oggi nella religione cristiana l'eucaristia che rappresenta il principale sacramento  ricavata dal frumento, considerato unanimemente l'elemento fondamentale per l'alimentazione umana, le vergini Vestali romane, impastando farro raccolto nella prima met di maggio (mese sacro a Maia, dea dei raccolti) e acqua di fonte, preparavano la mola salsa, una focaccia sacra distribuita nei riti religiosi in piccoli pezzi al popolo per purificarlo, e utilizzata nelle cerimonie sacrificali per cospargere gli animali da immolare. Immolare, appunto, significa cospargere con la mola salsa.
Per il ristretto numero d'ingredienti a disposizione, la cucina di quei tempi era molto povera e forniva pasti frugali ai membri di una societ non evoluta. L'alimentazione umana avveniva con zuppe di farro, prima pestato a mano in un mortaio e poi cotto mischiato a fave, ceci e ad altri legumi. In una fase successiva si pass dal primitivo sistema di triturazione manuale a una lavorazione di molitura pi progredita, utilizzando macine azionate da asini o da schiavi. Dalla macinazione del farro deriv il vocabolo farina, un sostantivo da noi usato comunemente per indicare alimenti ridotti in polvere. A quella sorta di polenta cotta (puls) in una pentola di terracotta (pulsarium), per arricchirla in maniera sostanziale le madri di famiglia mischiavano pezzettini di carne o di pesce, di formaggio, latte e verdure e quant'altro di commestibile conveniente a preparare il pasto necessario per un'intera giornata. L'insieme degli ingredienti prese il nome di satura o satira, un termine con cui oggi definiamo le composizioni poetiche a sfondo moralistico finalizzate a mettere alla berlina i costumi di un individuo o di una categoria di persone. Per l'abbondante consumo di puls i Quiriti furono chiamati dai Greci puliphagonides (polentoni).
Originariamente le famiglie romane mangiavano sedute su sgabelli posti attorno a tavoli rudimentali, servendosi delle mani per portare alla bocca i cibi solidi, o di qualche cucchiaio per ingerire cibi molli o liquidi. La maggioranza, com'era d'uso tra i vicini etruschi, si nutriva di vegetali e cereali (farro, miglio, semola, orzo) e mangiava la carne raramente o il pesce se era in grado di pescarlo; oppure bolliva il pane insieme a vegetali aggiunti a uova, formaggio o miele, ottenendo cos un miscuglio pastoso chiamato puls punica.
Il cibo, i gusti, come pure i comportamenti variano da un popolo all'altro e nella dinamica che muove le societ cambiano nel tempo per l'intervento di plurimi fattori fondamentali: religione, cultura, posizione geografica, abbondanza di un alimento piuttosto che un altro.
Ai credenti della religione islamica  proibito cibarsi di carne suina e agli ind di mucche, ritenute animali sacri. Le popolazioni di territori freddi si alimentano con cibi ricchi di grassi, perch hanno bisogno di molte calorie giornaliere per sostenersi, all'opposto dei popoli che vivono in zone soggette a climi miti o ad alte temperature. Nei posti di mare dove il pescato abbonda, si fa molto uso di pesci, mentre nei paesi interni distanti centinaia di chilometri dalla costa gli abitanti per motivi di prezzo preferiscono consumare la carne. Ci sono regioni o paesi interi dove per tradizione derivata da una cultura culinaria consolidata si mangiano cibi piccanti; nella Calabria col peperoncino si eccede in tutte le vivande e nel Messico i piatti si condiscono con salse dal sapore intenso come il tabasco. La lista delle proibizioni, del vantaggio o dell'opportunit di nutrirsi con un cibo piuttosto che con un altro, potrebbe essere allungata fino alla noia.
A Roma dopo oltre cinque secoli dalla fondazione, il frumento, che gi da circa duecento anni prima era utilizzato in quantit modeste per la panificazione, sopravanz il farro in importanza e da una posizione secondaria occupata nella dieta romana divenne prevalente. Da istituti di ricerca  stato stimato che una famiglia formata da quattro persone proprio in quel secolo per sostenersi consumasse attorno agli 800 Kg di farina l'anno, spendendo 60 denarii (il denario era una moneta d'argento dal peso di circa quattro grammi, equivalente a quattro sesterzi o a dieci assi): circa 1/3 del soldo percepito nello stesso arco di tempo da un legionario impegnato a combattere fuori dai confini italici.
Il pane fu consumato in quantit maggiore che in passato e prodotto in tre variet principali: il panis sordidus o rusticus (pane nero di farina non finemente setacciata) destinato ai poveri, il panis secundarius (pane di farina setacciata pi volte) di qualit intermedia, e il migliore, il panis mundus o candidus (pane di farina finissima accuratamente setacciata) mangiato dai ricchi. Per raffinare la farina, al fine di ottenere un prodotto di prima qualit, i panettieri usavano setacci dalle maglie molto strette, costruiti con crini di cavallo, e stacci dai fori pi larghi, per ricavare farine pi grezze o scure adatte a preparare un pane meno pregiato consumato in larga parte dal popolo. A quanto scrive il gastronomo Apicio tutti i tipi di pane erano preparati senza l'aggiunta di lievito - l'uso fu introdotto in et cristiana - e cotti in un forno o dentro dei recipienti, pertanto dopo la cottura veniva fuori un pane azzimo di forma schiacciata e simile alla galletta, perch non era riuscito a gonfiare adeguatamente.
I fornai preparavano anche un particolare pane di lunga durata per quelle persone che dovevano portarselo dietro per parecchi giorni: il panis nauticus per i marinai e il panis militaris per i soldati, inoltre impastando farina di cereali con latte, uova, uva passa, olio, miele e frutta, dopo una sapiente cottura sfornavano dolciumi di antica pasticceria conosciuti pi per il loro nome anzich per le ricette. Molti dei dolci si differenziavano l'uno dall'altro nella forma e non nella sostanza, sappiamo comunque che in et repubblicana, tra gli ingredienti pi utilizzati aveva parte fondamentale il formaggio sminuzzato in frammenti finissimi e mescolato a vino e miele e a volte anche a delle uova.
Quando il grano super notevolmente nella richiesta popolare il farro e divenne la fonte primaria di alimentazione, assurgendo a un livello di vitale importanza, lo Stato si fece carico di controllarne il commercio e la distribuzione attraverso un sistema annonario e per impedire tumulti di piazza dovette preoccuparsi di sfamare ogni anno parecchie decine di migliaia d'indigenti con distribuzioni periodiche gratuite di generi alimentari di prima necessit. Nel periodo prossimo all'impero oltre centomila persone vivevano di carit dello Stato. Per gestire a prezzo politico l'assegnazione del grano nel corso della Repubblica furono varate alcune leggi frumentarie: la lex Sempronia nel 123 a. C, proposta dal tribuno della plebe Gaio Sempronio Gracco, la lex Terentia Cassia nel 73 a. C., ispirata dai consoli, Marco Terenzio Varrone Lucullo e Gaio Cassio Longino e la lex Clodia nel 58 a. C., presentata dal tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro. I provvedimenti legislativi continuarono ad agire da palliativi e mai da medicina risolutiva, in grado di stroncare la grave malattia generata dalla distribuzione di frumento e annidata nel corpo societario romano, fin quando il dittatore Silla decret l'abolizione delle frumentationes (distribuzioni di grano gratuite o a costo politico).
Nella prima e nella terza guerra civile l'embargo ai rifornimenti di grano fu usato con successo come arma di ricatto. Gaio Mario col blocco imposto al porto di Ostia per impedire il rifornimento di grano proveniente dalla Sicilia e dalla Sardegna costrinse Roma alla capitolazione. E Sesto Pompeo per far venire a miti patti Ottaviano ide di affamare la capitale tagliandole gli approvvigionamenti di cereali con azioni corsare che partivano dalle basi navali siciliane e bloccavano i carichi provenienti dall'Egitto. Per far cessare l'embargo Ottaviano accord a Pompeo il dominio della Sardegna, della Corsica e gli promise l'Acaia.
Nel periodo centrale della repubblica la popolazione si gett alle spalle la frugalit dei pasti e per l'aumentata variet dei cibi messi a disposizione dai venditori alle madri di famiglia, ai vivandieri e ai cuochi incominci a mangiare meglio in quantit e in qualit. La carne, che prima compariva sulle tavole solo in particolari occasioni, fu consumata con pi frequenza per il gran numero di buoi, maiali, scrofe, capretti e altri animali macellati.
Nei tempi antichissimi la legge vietava uccidere i buoi da aratro perch considerati sacri. Sacra era considerata la terra e religioso tutto ci che era connesso al sacro elemento. Sembrerebbe addirittura che il nome Italia derivi etimologicamente dal vocabolo della lingua osca o pelagica che chiama il bue italos o itulos. Scrive Varrone: Esso  compagno degli uomini nei lavori dei campi ed  ministro di Cerere. Gli antichi lo vollero talmente protetto da infliggere la pena capitale a chi l'avesse ucciso. Narra Plinio: Un contadino fu condannato dal popolo romano con un regolare processo e mandato in esilio, come se avesse ammazzato un suo colono, per avere ucciso un bue allo scopo di accontentare il suo amasio che asseriva di non aver mai mangiato trippa in campagna. Il divieto di uccisione comprendeva anche ai cavalli, per l'opera quotidiana prestata in simbiosi con gli uomini. Nessuna regola per rimane eterna ma  destinata a essere cambiata e al bue, prima considerato animale sacro, si spalancarono le porte del macello.
Il maiale, nutrito con ghiande e alimenti di scarto, affollava gli allevamenti con un gran numero di capi e la sua carne era la pi consumata. Nelle campagne i fattori lo lasciavano libero di accoppiarsi con i cinghiali, allo scopo di ottenere un ibrido destinato alla stessa fine di chi lo metteva al mondo. Porcellini da latte farciti e arrostiti erano considerati una squisitezza. Delle parti suine non si buttava nulla; l'intera testa, una parte del corpo, le zampe e le interiora venivano consumate subito dopo la macellazione, mentre la parte rimanente serviva a preparare salsicce e salumi. Comunque i pezzi ritenuti pi prelibati erano le tette e la vulva di scrofa primipara, cucinate ripiene.
Macrobio esalta la prelibatezza di un suino farcito con carni di altri animali e fatto rosolare intero sullo spiedo e lo chiama maiale troiano perch a somiglianza del cavallo di Troia che al suo interno ospitava i soldati greci, era ripieno di altre carni.
Dagli allevamenti sulle tavole arrivavano conigli, pollame (la pietanza dei pi poveri), carne ovina e soprattutto ghiri - considerati una leccornia - che i ricchi riproducevano in allevamenti di propriet per poi farli disossare e cucinare ripieni; dai paesi conquistati s'importavano uccelli esotici, gru, cicogne, pappagalli, fenicotteri la cui lingua era molto appetita. Si vociferava che fosse stato l'oratore Ortensio a scoprire quanto fosse buona da gustare la carne del pavone e ne avesse introdotto il consumo a Roma. Tutti quei volatili dalla carne dura da cucinare, ma molto ricercati, nelle mense accompagnavano uccelli da cortile: colombe, anatre, tortore, faraone, etc. Una citazione a parte meritano le oche; il gastronomo Apicio speriment di ingrassarle, nutrendole con un'alimentazione a base di un'enorme quantit di fichi secchi per produrre un accrescimento abnorme della parte pi richiesta, il fegato, chiamato ficatum a ragione dei fichi che lo ingrossavano parecchio di volume. Poi, quando riteneva che gli uccelli avessero raggiunto la grossezza voluta, li faceva morire di colpo, dando da bere un'abbondanza di vino mielato. L'uccellagione forniva storni, fringuelli, fagiani, beccacce, pernici e tordi da cucinare allo spiedo o rosolati con le gustose olive del Piceno. I cacciatori catturavano i volatili di pi grossa dimensione con reti tese vicino alle sorgenti di acqua, utilizzando un esemplare della stessa specie messo in gabbia a fare da richiamo, e gli uccelli piccoli, tendendo a bella posta bastoni ricoperti di pania per farli invischiare. Gli uccellatori ricavavano il vischio da una sostanza appiccicosa estratta dalle bacche gialle generate da un arbusto parassita comune a tante piante tra cui la quercia, un albero prediletto dal popolo: con i suoi rami intrecciati i magistrati modellavano la corona querquensis (o corona civica) sacra a Giove e cingevano la testa di chi salvava la vita a un cittadino romano. Dalla quercia in tempi remoti i primi Quiriti avevano tratto l'idromele come bevanda e si erano cibati del suo frutto: la ghianda.
Quanto alla selvaggina i cacciatori abbattevano lepri, cervi, cinghiali, daini e onagri (asini allo stato selvatico). Asini domestici per la scarsa qualit di carne erano macellati e mangiati dalle classi popolari, come pure capre e montoni; gli altolocati preferivano l'agnello da latte o il capretto. Il consumo di carne, nei tempi antichi in misura modestissima, durante la repubblica and aumentando e ai tempi di Cesare e Pompeo una cena senza abbondanti portate di carne, servite tra antipasti, frutta e ghiottonerie, era ritenuta un banchetto di basso profilo culinario, di valore rapportabile a poco pi di un generico pasto serale.
Per la conservazione delle quantit di carne eccedenti all'immediato utilizzo, i produttori ricorrevano a processi di disseccazione e di fumigazione oppure al sistema di mantenimento in salamoia; quanto ai derivati dai prodotti animali, dalla lavorazione del latte traevano formaggi freschi e stagionati, semplici o composti. Di tantissime variet Plinio ne d descrizione in Naturalis historia. Tesse l'elogio del vestino prodotto nel circondario di Roma e attribuisce gran pregio anche al formaggio caprino, soprattutto quello il cui sapore  acuito mediante affumicamento, un procedimento svolto a Roma con tale perizia da rendere il cacio derivato dal latte di capra il preferito a tutti gli altri, soprattutto a quelli dal sapore di medicinale prodotti nelle Gallie.
Tra i formaggi d'oltremare abbastanza apprezzamento godevano quelli della Bitinia, ma sopra di tutti erano ritenuti maggiormente gustosi quanti provenivano dalla regione di Nemauso (Nimes), dal monte Lesola (Lozre) e dai villaggi dei Gabali (la zona del Gvaudan); gli unici svantaggi erano la perdita rapida del particolare sapore e il fatto di doverli consumare abbastanza freschi.
I pasticceri ritenevano l'elemento base per la preparazione dei dolci il formaggio e aggiungendovi farina, frutta e miele erano in grado di sfornare dolci all'altezza di soddisfare gli esigenti palati di persone golose abituate a gustare pietanze dai sapori contrastanti.
Dei pesci che finivano nelle pentole delle madri di famiglia e nelle padelle dei cuochi al servizio di generosi anfitrioni, se ne conoscono circa centocinquanta specie. Sardine e acciughe e altro copioso pescato di piccola taglia erano venduti ai poveri o conservati in salamoia per non farli andare a male. Altri pesci pregiati e di pi grande dimensione, grosse triglie prese all'amo, anguille allevate in grandi vasche, sgombri, lupi di mare, orate, spigole, storioni o pesci ancora pi grossi, come i tonni di Antipoli, prendevano la via dei mercati frequentati dalle persone pi abbienti. Giovenale ricorda una triglia del peso superiore a due chili acquistata al prezzo di seimila sesterzi da un cortigiano per l'imperatore Domiziano, seppure ipotizzi che il costo sia stato gonfiato dall'esagerazione popolare. Dallo stretto di Messina pervenivano enormi murene (flutae) dai deliziosi filetti, pescate nei gorghi della corrente quando l'Austro, il forte caldo vento di scirocco proveniente dal sud, si placava e i pescatori osavano alzare le temerarie vele nel fretum siculum per sfidare le ire di Scilla e Cariddi. Quanto fossero apprezzate le murene, lo fanno capire sei ricette di Apicio a base di pesce, una salsa suggerita dal poeta Orazio e un banchetto per il trionfo di Giulio Cesare, in cui ne furono servite ben seimila.
Per meglio figurare con ospiti di elevato rango, i padroni di casa nelle cene luculliane ricorrevano a portate di molluschi, considerate vere e proprie leccornie. Il vanto delle mense opulente erano comunque le ostriche; le pi apprezzate provenivano dal lago del Fucino in Campania, e i ricchi epuloni, per essere sicuri che non mancassero sulle loro tavole, le coltivavano in allevamenti di propriet. Molto apprezzati erano anche datteri di mare e polipi da servire bolliti. Il murice, un gasteropode pescato sia dentro sia fuori delle Colonne d'Ercole e che vive in una conchiglia spinosa a forma di spirale lunga circa sette centimetri, pare che non fosse utilizzato soltanto dai Fenici nelle tintorie di Tiro per colorare di porpora i vestiti, ma che finisse pure sulle tavole in quanto commestibile.
I crostacei avevano nei gamberetti i loro pi numerosi rappresentanti sulle mense imbandite.
Di verdure e ortaggi, sui banconi dei mercati se ne trovava una larga variet: fave, zucche, carote, cavoli, porri, lenticchie, asparagi, carciofi, piselli, ruta, etc.; tuttavia a riscuotere le maggiori preferenze erano i funghi boleti e porcini, giudicati in prelibatezza superiori anche al tartufo. Tanti di questi prodotti della terra i Quiriti li mangiavano per aiutare gli organi corporali a svolgere le proprie funzioni; qualcuno di essi era per opportunit sconsigliato a particolari categorie di persone in certi momenti della giornata. Si credeva che le cipolle e la rucola avessero propriet afrodisiache - pertanto il consumo era suggerito prima di un rapporto sessuale -, mentre la malva possedesse un potere lassativo che aiutava a svuotare lo stomaco e le sorbe e le mele cotogne, all'opposto, una funzione astringente idonea a far cessare la diarrea. Il cavolo trovava applicazione nei cataplasmi e nelle irrigazioni per curare il raffreddore e la menta oltre a far ruttare era considerata un'erba erotizzante. La lattuga dal sapore dolciastro, ai primordi chiudeva il desinare, in futuro si not che stuzzicava l'appetito e fu servita come antipasto; i ceci erano sconsigliati ai sacerdoti che dovevano adempiere riti religiosi, visto che procuravano aerofagia. Il vino bianco di Cos mescolato con acqua di mare era ingerito come lassativo e lo stesso effetto procuravano l'erba minuta del lapato (corrispondente alla rumex acetosella), i mitili e le economiche conchiglie ottime per stimolare intestini duri e pigri. Dalle zone viciniori a Roma arrivava nei mercati cittadini la cosiddetta frutta locale: mele, pere, castagne, uva da vino e da pasto (duracina), pesche, susine, noci e sorbe. Di mele, pere e prugne se ne conoscevano una grande variet e l'uva oltre a essere consumata come frutta era lavorata con procedimenti adatti a produrre dolcificanti. Dalla lontana Armenia giungevano le albicocche, dall'Africa i datteri, da Cartagine i melograni. Lucio Licinio Lucullo al ritorno dalla spedizione nel Ponto contro Mitridate introdusse a Roma la coltivazione dell'albicocca e della ciliegia della quale se ne conosceva solo una variet che cresceva allo stato selvatico. Le piante di fico fin dalle origini di Roma vegetavano in abbondanza sul colle Palatino e nel Foro e la spezzatura di una di esse avvenuta davanti al tempio di Saturno  cronologicamente uno dei primi avvenimenti cittadini che si possono provare. I frutti di quegli alberi erano il companatico di tanti poveri e come suggeriva Catone, servivano a integrare l'alimentazione degli schiavi durante i lavori in campagna. Oltre ai fichi locali prodotti a Tuscolo - tanto desiderati dall'ottimate Favonio alla vigilia della battaglia di Farsalo - gli importatori mettevano in commercio biondastri fichi greci ritirati da Chio, piccoli fichi siriaci e un altro tipo proveniente dalla Libia di cui non siamo in grado di descrivere le caratteristiche.
Una molteplicit di spezie e aromi, tra i quali pepe, aglio, menta, coriandolo, cumino, cipolla, finocchio, origano e rosmarino insaporivano le pietanze. I buongustai apprezzavano i cibi ben conditi con salse e morbidi, anzich croccanti, e innaffiavano le vivande con aceto senza il cui morso, secondo Marziale, il cibo non piaceva; per il condimento impiegavano l'olio d'oliva.
L'olio
In quale conto i Quiriti tenessero le nobili piante della vite e dell'ulivo  attestato dall'esistenza della coltivazione dell'una e dell'altra nel Foro, in prossimit dello stagno di Curzio, gi ai primordi della storia della Citt (Mommesen). La pianta d'olivo nella penisola italica si diffuse dopo di quella della vite; si presume che fosse stata piantata per la prima volta sulla costa occidentale del mare Mediterraneo duecento anni circa dopo la fondazione di Roma. Ci  in sintonia col fatto che il ramo dell'albero di ulivo e l'oliva nel rituale romano ricoprivano una parte meno importante del vino.
Il sentimento religioso comune ai popoli italici di venerare l'albero d'olivo, simbolo di fertilit dell'uomo e della terra, si diffuse pure a Roma i cui cittadini molto devoti agli di, per il carattere sacro posseduto dalla pianta si astenevano dal bruciarne il legno, se non sugli altari, e di fare uso dell'olio, tranne che nei riti religiosi.
Gli abitanti di Roma impararono dagli Ellenici della Magna Grecia a introdurre l'olio nell'alimentazione, per incominciarono a consumarlo largamente in cucina soltanto in pieno periodo repubblicano e poich quello prodotto nell'Italia centro-meridionale, anche se di migliore qualit costava molto, lo importavano dall'Africa e dalla Spagna. Avendolo apprezzato per il sapore che dava ai cibi, crearono una classificazione ricavata dal tipo di olive spremute e dalla qualit del prodotto finale uscito dal frantoio. In cima alla scala dei valori stava l'olio pi pregiato, l'oleum ex albis ulivis (olio ricavato da olive verdi); a scendere, alcuni gradini pi sotto l'olei flos (fiore d'olio), ottimo e di prima spremitura, e il discreto oleum sequens, (olio di seconda spremitura). Tralasciando altri oli di valore intermedio, il fondo della scala graduata era raggiunto dall'oleum caducum (olio di scarsa qualit ottenuto dalla spremitura di olive raccolte da terra dopo alcuni giorni di giacenza), e infine dal pessimo oleum cibarium (olio derivato da olive attaccate dai parassiti), destinato come logica vuole all'alimentazione degli schiavi.
Marco Terenzio Varrone, al fine di ottenere un olio di ottima qualit, consigliava di non ramazzare i rami, per evitare di far cadere le olive per terra, ma di appoggiare una scala all'albero, salire e raccoglierle una a una. Plinio il Vecchio, studioso e attento osservatore della natura, raccomandava alla servit con molta dose di pignoleria, oltre a non percuotere i rami, anche di non scorticare le olive con le unghie. Un altro proficuo accorgimento usato era quello di non far trascorrere molti giorni tra la raccolta e la spremitura, per evitare che i magazzini si riempissero d'insetti. A proposito dell'ultima fase di lavorazione,  sempre Plinio a indicare i diversi tipi di macine adatte alla spremitura; dopo aver passato in rassegna i vantaggi e gli svantaggi di ognuna di esse, la sua preferenza cade sulla mola olearia, formata da una base rotonda in pietra, poggiata per terra, su cui ruotava una macina congiunta tramite un braccio a un asse centrale. Il collegamento non era rigido, nel senso che il braccio doveva permettere alla macina un lieve movimento verticale per impedire che nell'azione di pressatura delle olive i noccioli fossero schiacciati e la qualit dell'olio si abbassasse. Un altro strumento usato per la spremitura, inventato dai Greci e descritto da Plinio, consisteva in un torchio di legno di sezione circolare formato da una parte fissa e da un'altra mobile. Per mezzo dell'azionamento di un sistema a vite, la parte mobile, dal diametro uguale a quello interno della parte fissa, scendeva dentro di quest'ultima pressando le olive sul fondo.
Il famoso naturalista comasco non si sofferma nello studio dell'oliva soltanto sulla parte che riguarda la raccolta, la classificazione e su quanto interessa la trasformazione, ma loda l'olio insieme al vino per i pregi connaturati e i benefici trasmessi alle persone che se ne servono, definendo entrambi, liquores corporibus gratissimi (liquidi molto graditi al corpo). E scrive che due liquidi danno benfici al corpo umano: il vino per uso interno e l'olio per uso esterno e in coerenza alle sue affermazioni propone ricette curative a base di ulivo. Per combattere ulcere e mal di testa consiglia impacchi con foglie di olivo pestate e mischiate con olio; per togliere il rossore agli occhi, foglie di olivo schiacciate, applicate tra la fronte e gli zigomi e cosparse con acqua piovana e vino; per cicatrizzare le ferite, impacchi di acqua espulsa da un tronco di ulivo giovane bruciato e per guarire le espettorazioni croniche purulente, assunzione di miele mischiato con la corteccia delle radici di un ulivo giovane.
L'olio trovava altre applicazioni in medicina come medicamento per lenire le piaghe o per disinfettare le ferite, mentre nella cosmetica, miscelato a profumi al gelsomino, alla rosa o al nardo costituiva la base di creme, balsami e unguenti, utilizzati per massaggiare e ammorbidire la pelle; nella cura della persona in genere era adoperato per l'unzione, allo scopo di mantenere la pelle elastica e rallentarne l'invecchiamento. Lo stesso si pu dire per il burro impiegato unicamente come pomata nelle unzioni del corpo o come balsamo per i bambini.
Atleti, lottatori e sportivi prima di iniziare le competizioni sportive si strofinavano l'olio sul corpo e frizionavano i muscoli per non partire a freddo.
A Venafro, in Campania, oliveti rinomati fornivano la materia prima per la spremitura da cui veniva fuori un olio di ottima qualit. La Liguria produceva oli molto leggeri e altri pi gustosi provenivano dai vicini colli sabini. Dalla Spagna meridionale (Betica) una gran parte dell'importazione olearia giungeva racchiusa in anfore di terracotta usate come vuoti a perdere. I contenitori per l'impossibilit di essere riutilizzati si gettavano via e dal momento che l'olio a Roma era molto utilizzato, la legge obbligava i cittadini di depositare in uno stesso unico posto le anfore distrutte. Col trascorrere del tempo nel luogo di accumulo si form un monte artificiale che oggi corrisponde al Testaccio.
Oli di pessima qualit alimentavano le lampade d'illuminazione e per non buttare via niente di quel buon frutto che gli di avevano dato la possibilit agli uomini di conoscere, con la morchia si concimavano i campi per fertilizzarli.
Per l'uso giornaliero che se ne faceva in cucina e in altri campi, gradatamente l'olio assunse un ruolo fondamentale nella vita dei Quiriti;  stato calcolato che il consumo medio per una famiglia di quattro persone, verso il II secolo a. C. si aggirasse intorno ai sessantotto litri l'anno e che per acquistarlo necessitassero dieci denarii.
Giulio Cesare cap quanto importante fosse per le famiglie romane il suo impiego e obbligava le province a consegnargliene una quantit come parte del tributo annuale da pagare a Roma. Anche lo Stato faceva la sua parte, esentando dalla leva militare i cittadini che avevano almeno uno iugero di terreno piantato a ulivi. Infine, a proposito di episodi curiosi passati alla storia, Polibio cita un aneddoto che attribuisce all'olio la vittoria dei Cartaginesi sui Romani nella battaglia del 218 a. C. avvenuta presso il fiume Trebbia: I soldati punici per non lasciarsi prendere dal freddo prima della battaglia si unsero il corpo con l'olio, mentre i romani che ignoravano quella propriet benefica, con le membra rattrappite non furono in grado di maneggiare le armi.
Il vino
Il vino, ritenuto da Plinio il Vecchio in ordine d'importanza superiore all'olio, in origine quando era scarso a ragione della limitatezza della vite, trovava impiego schietto (merum) in pratiche circoscritte alle funzioni religiose nel corso delle quali i sacerdoti libavano agli dei con un vino prodotto da grappoli d'uva raccolti da piante di vite i cui tralci secondo una primitiva legge promulgata dal re Numa dovevano essere necessariamente potati. In futuro i Romani presero dai Greci l'abitudine di berlo durante i pasti, mischiato con acqua nella stessa quantit, fredda d'estate e calda d'inverno. Per le molteplici propriet insite nella natura stessa del vino le feste riguardanti la viticultura, al pari di quelle dedicate all'agricoltura, occupavano il primo posto con tre giorni celebrativi distribuiti in diversi mesi dell'anno, invece le feste pastorali erano ritenute di secondario interesse. Il 23 Aprile (Vinalia urbana) si offrivano vittime animali a Giove, protettore delle viti e delle botti che s'inauguravano quel giorno; in quell'occasione veniva spillato per la prima volta il vino nuovo. L'11 Ottobre, al termine della vendemmia la comunit organizzava la festa del mosto e della salute, chiamata Meditrinalia dal potere salutare che si attribuiva al mosto e dedicata a Giove come dio del vino. L'inizio della vendemmia doveva essere dato dal flamen dialis (sacerdote di Giove), cos come il sacro diritto tuscolano vietava la vendita del vino nuovo prima che il sacerdote avesse proclamato la festa per l'apertura delle botti. Non sono chiare le primitive origini di una terza festa del vino chiamata Vinalia rustica, che si svolgeva il 19 Agosto, nella quale il flamen dialis sacrificava a Giove un agnello, affinch rendesse copiosa la vendemmia (Mommsen).
Nei tempi antichi c'era poca scelta su cosa bere per accompagnare i pasti; la preferenza si riduceva prevalentemente a due elementi: acqua o vino. Di acqua a Roma ce n'era in abbondanza e si poteva attingere a una delle tante numerose fonti o sorgenti della citt. I poveri non avevano alcun problema per dissetarsi, n per berne qualche bicchiere dopo aver mangiato; almeno in questo potevano ritenersi fortunati rispetto agli abitanti di altre citt, dove l'acqua potabile non era un bene naturale di facile accesso. La scarsit del prezioso liquido penalizzava fortemente i cittadini di altri aggregati abitativi e non sfuggiva a Orazio, acuto osservatore della societ dei suoi tempi; nelle Satire racconta come a Ravenna l'acqua costasse pi del vino e che in una cittadina attraversata durante un viaggio ( dubbio se si trattasse di Aequum Tuticum o di Asculum, l'odierna Ascoli Satriano) essa fosse venduta, anche se pi a buon mercato di tutte le altre cose.
A Roma i poveri e gli indigenti potevano dichiararsi felici di disporre gratuitamente e liberamente di acqua potabile durante la giornata o dopo il pasto, sempre che fossero riusciti a metterne insieme almeno uno. Solo raramente potevano gustare qualche bicchiere di vino e non certo di buona qualit; di sicuro compravano quello a basso prezzo, lo scadente Vaticano proveniente dalle zone circondariali, o il Marsicano che Marziale disprezzava e definiva torbido e buono solo per i liberti, o qualche altro di scarso pregio proveniente da Veio, dalla vicina Etruria. I vini toscani, abruzzesi e anche quelli che arrivavano dalle colline liguri non riscuotevano alta reputazione a Roma. E non erano i vini delle vicine regioni, i soli a procurare disgusto; al mercato del vino (forum vinarium) se ne trovavano in commercio pessimi, anche d'importazione. Dalla storica alleata Massilia (Marsiglia), al porto del vino (portum vinariumum) di Roma, via mare ne arrivava uno di cattiva qualit, mischiato con pece o resina, pronto a essere smerciato, e dalla Spagna, da Tarragona, perveniva il feccioso Laletano.
I mosti per non inacidirsi erano sottoposti a un trattamento con la pece che trasmetteva al vino un gusto caratteristico non certo gradevole. La lavorazione dei vini di scarsa qualit, spesso affumicati in cantine fumose per mascherarne il pessimo gusto, consisteva nel mischiarli con prodotti estranei, affinch si conservassero pi a lungo e non si trasformassero in breve tempo in aceto. Fino al II secolo a. C. i vinaioli lasciavano il vino sulla feccia prodotta dall'ebollizione del mosto; soltanto dopo incominciarono a filtrarlo dai residui e per farlo decantare e rendere il colore pi chiaro esperimentarono d'introdurre dentro le botti sacchetti pieni di farina d'orzo mescolata con olio di mirto.
Per gli squattrinati, bottegai e osti producevano la iora, una bevanda cos scadente da non essere considerata vino, ottenuta da tutti i residui della spremitura dell'uva (graspi, bucce e vinaccioli) lasciati in recipienti pieni di acqua a fermentare. Oppure mischiavano vino rancido (acetum) con acqua per formare una mistura chiamata posca (bevanda d'acqua e aceto) da vendere a basso prezzo. Vini adulterati e contraffatti completavano le infime qualit di bevande acquistate dalle classi umili che non potevano permettersi di meglio.
Di ben altra qualit erano i vini che accompagnavano i banchetti dei ricchi.
L'ager nomentanus (campo nomentano) forniva l'ottimo rubellum (vino rossiccio) che per essere gustato al massimo doveva essere bevuto dopo un invecchiamento di almeno cinque anni, il periodo minimo occorrente affinch si attenuasse l'asprezza originaria. Nella regione del Nomentano, Anneo Seneca aveva comprato un podere ove rifugiarsi per sfuggire alla caotica vita della capitale e negli ultimi anni di vita vi si recava per occuparsi di persona delle vigne pagate quattro volte il loro valore. L'autorevole scrittore di agricoltura Lucio Giunio Moderato Columella ricorda che la produzione tratta dal filosofo dai propri terreni era notevole per quantit e qualit. Ogni anno uno iugero (l'estensione di terreno, che una coppia di buoi aggiogati riusciva ad arare in un giorno, corrispondente a circa 2.520 mq) di vigna rendeva otto cullei di vino (1 culleo = 20 anfore = 525 lt) e il vitigno che lo produceva, chiamato rubello dal colore rossiccio (rubens) del tronco, per il tipo di uva che dava era secondo solo a quelli coltivati sulle falde del Vesuvio.
Dalla Campania provenivano i vini pi nobili: il Massico, prodotto sul monte omonimo vicino a Sinuesssa; il pregiato Falerno da consumare dopo anni d'invecchiamento; il Volturno e il vino di Sorrento da bere nelle coppe di murrina. Dal Lazio, dalla zona di Fondi, arrivavano il Cecubo da filtrare attraverso la neve, il Sabino, vino novello di fresca vendemmia, e il Setino da Forum Appii, un piccolo centro sulla via Appia. Da Sezze giungeva un ottimo vino che i consumatori raffreddavano, versandolo in un colino ripieno di neve o in un grande vaso dentro il quale immergevano un sacchetto di lino pieno di neve conservata in fredde cantine per impedire di sciogliersi e servirsene al momento del bisogno. Anche l'ubertosa Trinacria inviava il suo nettare degli di; dal comprensorio di Milae (Milazzo) alla volta di Roma partiva il Mamertino, un vino offerto da Giulio Cesare in occasione del banchetto celebrativo del suo terzo consolato raccontato nel De bello gallico. Marziale lo definisce di gusto anonimo, un'enunciazione che suona strana all'orecchio, perch i vini prodotti nell'isola sono stati da sempre di alta qualit; scrive il poeta negli Epigrammi: Se ti danno un'anfora di vino mamertino vecchia come Nestore puoi attribuirle il nome che vuoi. Dal versante ionico Itla, una cittadina distante pochi chilometri dalla federata Messana (Messina), inviava un vino decantato da Strabone, Plinio il Vecchio, Marziale e altri scrittori dell'epoca per il suo delicato bouquet.
Una targhetta impressa sulle anfore contenenti i vini d'esportazione specificava la data di produzione e l'origine: dati che servivano entrambi a garantire la genuinit ai committenti.
Ai tempi di Plinio la produzione del Cecubo -consigliato per incrementare l'intelligenza e sistemare lo stomaco -, era cessata. Tra i vini ancora prodotti, quelli provenienti da Sezze, bevuti per stimolare la digestione, raggiungevano una gradazione superiore al vino proveniente da Sorrento - molto apprezzato dagli antichi -, ed erano pi secchi di quelli di Alba ma meno energici del campano Falerno, due vini graditi alle generazioni successive. Non si potevano dire inferiori i vini dello Statano e quello di Segni, ottimo per la cura della diarrea.
Fra tanto commercio pochi erano rimasti i vini genuini, perch per arricchirsi i commercianti li adulteravano. L'onest era precipitata cos in basso che si vendevano solo le denominazioni delle cantine di produzione e le uve erano immediatamente manipolate, fin da quando si mettevano nei tini per pestarle. Ormai neppure ai ricchi era possibile bere vini sinceri; paradossalmente quelli pi naturali erano i meno celebri (Plinio).
All'epoca si producevano vini di tre colori: candidum (bianco), atrum (nero) e rosatum (rosato) e poich per nessuna delle tre qualit i vinaioli portavano a termine il lavoro di decantazione in modo talmente accurato da eliminare completamente la feccia, in ogni caso, anche prima di bere il migliore, bisognava filtrarlo con un colino per trattenere le impurit. Per alcuni vini di alta gradazione la filtratura avveniva attraverso un sacco di tela, un procedimento che secondo gli enologi dell'epoca faceva perdere la pienezza del sapore e pertanto era molto criticato. Gli intenditori consigliavano invece di sottoporre i vini di alta gradazione alla depurazione dalla brezza notturna, esponendoli all'aria aperta per fare evaporare le sostanze che causavano ubriachezza, di irrobustire quelli leggeri con un'aggiunta di feccia essiccata estratta dai vini pi corposi e dopo di perfezionarli con la aggiunta un tuorlo d'uovo di piccione che scendendo verso il fondo del contenitore raccoglieva le impurit.
Se il vino era di buona qualit, gli acquirenti dopo averlo miscelato con acqua dentro un capiente contenitore lo versavano nelle anfore per consumarlo, altrimenti lo lasciavano in una botte da dove poi lo spillavano. Nei banchetti i servitori lo mescevano nelle coppe dei convitati, tirandolo su da un ampio vaso a forma di cratere con un mestolo (cyathus), oppure lo portavano a tavola nelle lagoenae (bottiglie di terracotta panciute, da un lungo collo a forma di becco e da sola ansa), o in cadi (vasi da vino).
L'imperatore Tiberio non si atteneva all'uso comune di diluirlo con acqua, ma preferiva berlo puro e in quantit abbondanti; perci aveva conquistato la fama di beone. La cittadinanza romana dotata anche allora di spirito sarcastico, per irriderlo, di nascosto storpiava il tria nomen di Claudius Tiberius Nero (Claudio Tiberio Nerone) nell'epiteto di Caldius Biberius Mero (bevitore ubriacone di vino caldo e puro). E infine una curiosit appresa dalle Historiae di Polibio, di come fosse usato il vino dai soldati punici calati in Italia al seguito di Annibale: ... lavavano i cavalli con il vino vecchio; questo non meraviglier chi conosce l'amore degli Africani per il loro fedele compagno del deserto, e che questo  un particolare sentimento del soldato di ventura senza famiglia, senza patria n amici.
Ad ogni modo, il vino nella dieta romana occupava una posizione tanto indispensabile da essere incluso perfino nella razione alimentare degli schiavi. Le famiglie povere non vi rinunciavano, anche se si accontentavano di berne uno di pessima qualit allungato con acqua, e nemmeno l'avaro se ne privava. Si stima che un uomo adulto (alle donne il vino era proibito) in un anno ne consumasse mediamente poco pi di centocinquanta litri, vale dire quasi mezzo litro al giorno.
Da una tabella riferita alle quantit necessarie dei generi di prima necessit occorrenti nel II secolo a. C. a una famiglia di quattro persone, e ai relativi prezzi, si desume che 400 litri di vino di qualit non eccelsa consumati in un anno costavano trentacinque denarii. Mentre per acquistare la stessa quantit di un buon vino, di soldi ne occorrevano almeno il doppio o il triplo e per uno pregiato o invecchiato di una buona annata, della stessa ottima qualit prodotta nell'anno 121 a. C. del consolato di Lucio Opimio, si doveva spendere pi di sei volte tanto.
Per semplicit i prezzi sono stati calcolati prendendo come misura di capacit di riferimento il litro, ma sappiamo che nell'epoca della repubblica la misurazione dei liquidi avveniva prendendo come unit campione il sestario, una misura equivalente alla sesta parte del congio e corrispondente a poco pi di mezzo litro.
Com' stato scritto nel capitolo riguardante la vita coniugale, secondo un severo codice romuleo, contrariamente a quanto era permesso alle signore etrusche, il consumo del vino era proibito alle donne romane - anche quando partecipavano a piacevoli riunioni conviviali insieme agli uomini - sia per motivi religiosi sia per altre opportunit dettate da convinzioni popolari del tempo. La legge comunque non era applicata compiutamente, poich alcuni medici consigliavano alle donne in stato di gravidanza di assumerne una modesta dose come medicina. L'impiego del vino in campo medico trovava in Catone il Vecchio, un deciso sostenitore; nel trattato De agricultura, il famoso Censore, rivolgendosi a un immaginario capo di casa responsabile di tutti i membri familiari, schiavi compresi, elenca una serie di decotti a base di vino, da utilizzare come vermifughi per liberare lo stomaco dalle tenie e come antinfiammatori, nella cura di spasimi intestinali, di malattie reumatiche e disturbi alla digestione. E il poeta Orazio nei Sermonia e nei Carmina loda il vino, e in particolare quello di Cos, il Cecubo e il Massico, per le connaturate propriet salutari e per i rimedi tonificanti che pone agli affanni e alle preoccupazioni giornaliere. Come evidenzia pi tardi, nel VI secolo, il vescovo S. Isidoro di Siviglia con l'asserzione di genere etimologico: Vinum inde dictum quod eius potus venas sanguine cito repleat (il vino  denominato in questo modo perch riempie velocemente le vene di sangue), l'impiego del vino in medicina  da rapportare all'equazione vino uguale sangue e di conseguenza vino uguale vita. Tutto questo  dovuto al fatto che nell'antichit, e tuttora nella convinzione di qualche religione che si richiama agli insegnamenti biblici, il sangue era ed  ritenuto la sede della vita di ogni essere animato.
Siccome lo stesso prodotto cambiando paese a volte varia la destinazione d'uso o a quella originaria ne aggiunge altre, nella penisola italica il vino oltre a essere consumato con intenzioni religiose o per fini alimentari e anche terapeutici, versato in grandi bacinelle serviva anche a sgrassare la lana.
I buongustai mettevano insieme il vino con miele pregiato proveniente dalla Corsica, dal monte Imetto vicino ad Atene e dai monti Iblei in Sicilia; mescolando tre parti di vino, ricavato dalla fermentazione del mosto di uva vendemmiata in giornate secche e non completamente schiacciata, e una parte di miele, ottenevano una bevanda dai molteplici impieghi chiamata mulsum (vino con miele). La bont del composto dipendeva dalla qualit degli ingredienti messi insieme, pi buoni erano il miele e il vino, e migliore era il mulsum risultante. A detta di Macrobio per ricavare il migliore in assoluto bisognava mischiare un miele freschissimo con un vino Falerno molto invecchiato. Da qui il proverbio indirizzato ai bevitori: Se vuoi avere un'ottima mistura di vino e miele, devi mescolare miele fresco dell'Imetto e vino vecchio di Falerno. Columella per la parte riguardante il vino suggerisce di usare il mosto ricavato da un naturale gocciolamento dell'uva destinata alla spremitura. Tuttavia, prima di essere consumato o di essere messo in vendita, il mulsum era sottoposto a una prolungata ed elaborata lavorazione; mescolato a lungo e poi lasciato riposare per almeno un mese dentro un vaso chiuso, doveva essere poi ripreso, filtrato e infine fatto nuovamente riposare. Da quel momento occorreva che trascorressero almeno sessanta giorni prima di berlo. Nella fase di apertura dei banchetti era servito a temperatura ambiente come aperitivo in accompagnamento all'antipasto; nel campo della medicina, riscaldato, trovava applicazione nella cura del mal di stomaco per lenirne i dolori e fortificarlo.
Un vino che si credeva fosse fornito di propriet curative era il passim (passito), ricavato dalla spremitura di uve poste su graticci di canne per farle seccare; da Cnosso i cantinieri ne importavano una qualit molto pregiata. Quanto ai vini elaborati, per aromatizzarli i vinaioli aggiungevano prima la mirra, una gommoresina aromatica estratta da un albero o da particolari arbusti, e poi le spezie per dare un gusto appropriato (cannella, zafferano, etc.); ad esempio, ottenevano foliatum mescolandovi il nardo, una materia prima adoperata anche nella preparazione dei profumi, asportata da una pianta alta circa un metro. Gran parte dei vini invecchiati e lavorati arrivava dalle cantine di Pompei, una citt ricca di cooperative specializzate nella produzione di vini molto pregiati e del mulsum da spedire a Roma, gi pronto a essere consumato.
Un altro prodotto derivato dell'uva, il defrutum (mosto bollito e rappreso), serviva da salsa o da condimento alle pietanze, preferibilmente di carne. Mischiato col miele, aveva funzione di edulcorante nella preparazione dei dolci, mentre miscelato con l'acqua nella giusta proporzione, ai bevitori infondeva forza fisica o procurava euforia. A detta di Varrone la diversit tra un mosto e un altro, concentrato tramite ebollizione, dipendeva dalla percentuale di acqua residua.
Un'altra bevanda alcolica tramandataci dagli scrittori dell'epoca  l'idromele. La letteratura classica da Esiodo a Virgilio  piena di descrizioni di querce che trasudano miele; sappiamo per che in realt, nella vita di tutti i giorni, l'idromele si otteneva dalla fermentazione di una soluzione liquida composta di miele e acqua.
La maggior parte dei cibi passati in rassegna  riferita al periodo che va dal crepuscolo repubblicano in poi, cio alla vita di Roma contigua all'impero, quando i tempi della frugalit dei pasti erano ormai lontani e cibarsi non rappresentava pi solo un bisogno primario ma soprattutto un piacere. La famiglia non mangiava pi nell'atrium dell'antica casa, radunata attorno al focolare vicino alle effigi dei Lares familiares, ma nel cenaculum della domus, la stanza costruita sopra il tablinium. Non era pi la madre di famiglia a preparare i parchi pasti della giornata, ma qualche schiavo a sbizzarrirsi in cucina tra una variet di generi alimentari che prima era impensabile trovare. Il benessere proveniente dall'aumentata ricchezza si era allargato man mano da uno stretto numero di persone a fasce sempre pi ampie della popolazione. In realt era successo quanto avviene in qualunque parte del mondo, quando le attivit fioriscono e i commerci sono floridi; laboriosit e traffici integrandosi avevano prodotto ricchezza e la disponibilit della popolazione a spendere denaro aveva innescato un meccanismo virtuoso in grado di aumentare i consumi a vantaggio del benessere collettivo.
La mutazione attinente al regime alimentare e i conseguenti comportamenti non furono repentini e avvennero lentamente e in modo continuato, subirono per una forte accelerazione quando la societ romana venne a contatto con la civilt ellenica e apport dei ragguardevoli cambiamenti in tutti i settori della vita quotidiana.
Del nuovo che avanzava nel settore dell'alimentazione, se ne accorse Catone il Vecchio, sentinella a guardia del mos maiorum, il bagaglio delle norme morali lasciato in eredit dai padri ai figli. Non perse quindi l'occasione di scagliarsi contro chi aveva fatto proprio il comportamentismo ellenico delle nuove abitudini alimentari e del modificato contegno da tenere a tavola. Per richiamare i Quiriti al ritorno della sobria cucina tradizionale, fatta di pietanze semplici e preparata con alimenti genuini, e rifuggire dai piatti elaborati di derivazione greca, ricchi di condimenti e di spezie, scrisse il trattato De agricultura ma rimase inascoltato. Evidentemente alla sua natura vincente in campo politico-militare non corrispondeva altrettanta forza persuasiva in merito alla conservazione dell'etica tradizionale, cos dopo la battaglia persa contro l'abrogazione della legge Oppia nel campo dei costumi, incamer un'altra sconfitta, quella seconda volta nell'mbito della gastronomia.
La cucina emergente, dissimile dai cibi tradizionali per variet d'ingredienti e per complessit, si basava soprattutto sul gusto derivante dall'accostamento di sostanze dal sapore opposto, in pratica sulla mescolanza del dolce col salato. Ad esempio, sulla carne si spalmavano marmellate di frutta, sui funghi il miele. Molto spazio era lasciato libero alla fantasia dei cuochi. Una delle originalit nel preparare i piatti, consisteva nel presentare portate a sfondo mitologico, oppure nel fare apparire un cibo salato senza che vi fosse stato messo sale o cucinare con della carne una pietanza che sembrasse pesce e viceversa. Una ricetta molto semplice del gastronomo Apicio recita: Cuoci fegato, pesta e metti pepe o liquamen o sale. Aggiungi olio, fegato di lepre o di capretto o di agnello e se vorrai formerai un pesce in uno stampino. Condisci con olio verde sopra.
L'abilit dei cucinieri consisteva soprattutto nel colpire l'immaginazione dei commensali con la coreografia dei cibi presentati a tavola e nel riscuotere l'approvazione dei partecipanti al banchetto, tramite il giusto equilibrio dei sapori dato alle pietanze e anche col saper camuffare all'occorrenza il cattivo gusto degli alimenti che stavano andando a male. Succedeva a volte che le cibarie tendessero a deteriorarsi per la mancanza di mezzi capaci di conservarli a bassa temperatura. I cuochi, in gran parte schiavi, per non gettare via tanto ben di Dio conservato nelle dispense e per accattivarsi le simpatie dei padroni, si comportavano in maniera poco deontologica. Per utilizzare totalmente le provviste ricorrevano soprattutto all'aiuto d'intingoli, condendo abbondantemente le pietanze preparate con ingredienti prossimi ad avariarsi. Facevano, inoltre, un grande uso di salse a base di pesce, ognuna di sapore diverso dall'altra, secondo il piatto da preparare. Si trattava in ogni caso di condimenti piccanti utilizzati per mascherare il sapore tendente al rancido, da impiegare nelle giuste quantit, perch dal loro sapiente dosaggio dipendeva l'apprezzamento riscosso dai piatti cucinati e di conseguenza la fortuna dei cucinieri responsabili della preparazione.
Il garum
I cuochi avevano a disposizione una grande variet di salse, ma quella che maggiormente consumavano era il costoso garum o liquamen (salsa di pesce) la cui preparazione c' giunta descritta da una serie di procedimenti non identici, tuttavia fondamentalmente simili. Secondo un anonimo del tempo i produttori mettevano interiora di pesce e pesciolini mischiati col sale in un grande recipiente e lasciavano macerare il composto al sole. Dopo alcuni giorni mescolavano ripetutamente la salamoia per farla fermentare, fin quando non diventava un liquido denso dal colore giallastro. A quel punto per mezzo di una cesta inserita dentro il contenitore filtravano la sostanza liquefatta ottenuta. La parte migliore, cio quella che riusciva a passare attraverso le maglie della cesta, la vendevano ai negozi frequentati dalla popolazione pi ricca, mentre la parte rimasta fuori, una sotto qualit denominata allec, la destinavano alle botteghe alimentari di approvvigionamento dei poveri. Varianti alla preparazione prevedevano l'aggiunta di olio, vino, aceto e pepe. Marziale in De medicina et de virtute herbarum (medicina e virt delle erbe) in una ricetta personale consiglia di mettere sul fondo di un recipiente impeciato dalla capacit di tre decalitri, erbe aromatiche disseccate dal sapore molto forte (aneto, finocchi, pepe, zafferano, coriandolo, menta, origano, etc.) e di porvi sopra uno strato di sardine intere e sgombri tagliati a pezzettini. Di aggiungere poi a quegli ingredienti interiora di pesci nella quantit di un terzo, quindi di coprire il tutto con uno spesso strato di sale e ripetere l'operazione fino a quando il composto non abbia raggiunto l'orlo. Dopo averla lasciata riposare una settimana, la salamoia per venti giorni di seguito doveva essere mescolata frequentemente. Seguendo a puntino le istruzioni si sarebbe ottenuto un ottimo garum, una salsa molto appetita ma da un odore puzzolente, riconosciuto tale da tutti indistintamente. Lo stesso Marziale in un epigramma per meglio descrivere un personaggio ripugnante, scrive che a un uomo chiamato Papylus bastava annusare un unguento profumato contenuto in un vasetto di onice, per trasformarlo in una sostanza che emanava un cattivo odore: il garum.
Quella salsa maleodorante che se fosse ancora prodotta, sarebbe da noi sicuramente ritenuta talmente nauseabonda e disgustosa da farne a meno, costava pi del profumo e trovava impiego a essere spalmata su cibarie di grande variet: sull'uovo (consumato in qualsiasi pasto della giornata), sulle carni, sulle focacce, sulla cacciagione, sulle olive e anche sulle pietanze pi raffinate servite durante i suntuosi banchetti. Marco Gavio Apicio, il pi importante gastronomo di fine Repubblica, menziona decine di ricette preparate con l'utilizzo del garum e del liquamen; tra le tante eccone due abbastanza semplici, una col pesce e garum, conveniente alle persone abbienti, l'altra con le uova e il liquamen, raccomandata ai poveri. Salsa vegetale per pesce fritto: Prepara, lava e friggi il pesce che preferisci. Trita, sminuzza pepe, cumino, seme di coriandolo, radice di silfio, origano ruta e versa dell'aceto. Poi aggiungi una carota, miele, vino, cotto olio e garum. Mescola e versa nella pentola e fallo bollire. Quando bollir bagna il pesce fritto, spolvera di pepe la pietanza e servi. Uova sode: cospargile con salsa di liquamen, olio puro o proveniente da liquamen, pepe e silfio, poi servi.
La salsa di pesce per l'abbondanza di cloruro di sodio contenuto presentava elevate propriet antinfiammatorie, pertanto trovava applicazione nel campo della medicina con funzioni disinfettanti, inoltre era utilizzata anche come digestivo e nella cura delle ulcere e della diarrea.
Siccome solo il mare poteva procurare alle officinae garum (opifici del garum) il genere di pesci necessario per la fornitura della materia prima, le sponde del Mediterraneo si costellarono di fabbriche attrezzate alla produzione; importanti ne esistevano a Clazomene (attuale Kilizman) sulla costa occidentale dell'Anatolia e a Leptis Magna (odierna Lebda), sulla sponda della Libia. Dai porti attigui alle fabbriche il biondo condimento prendeva la via del mare con destinazione Roma, racchiuso dentro anfore sigillate che, come per il vino, a garanzia del consumatore indicavano il nome del produttore e l'anno di produzione in una targhetta impressa sulle pance.
Il garum pi pregiato della penisola italica si produceva negli stabilimenti di Pompei. In fatto di qualit gareggiavano con il prodotto campano altre salse a base di pesce, comunque il naturalista Plinio reputava notevolmente migliore il garum sociorum spagnolo a base di sgombri, proveniente da Nova Carthago (odierna Cartagena) e da Carteia (vicino all'attuale Algeciras).
Col garum competeva la muria, un'altra salsa a base di pesce prodotta principalmente a Bisanzio in stabilimenti sulle sponde del Bosforo; nel porto della citt asiatica i commercianti imbarcavano sulle navi grandi e panciute anfore d'argilla piene di una salamoia contenente le viscere e il sangue del tonno e impiegata anche in campo medico come farmaco antidiarroico, e la trasportavano in Italia con destinazione Ostia, da dove la smistavano ai mercati alimentari cittadini.

11. La giornata romana.

Alle luci dell'alba gli abitanti di Roma iniziavano la vita attiva e la prolungavano fino al calare della sera, ora in cui per evitare i pericoli presentati di notte dalle vie scarsamente illuminate si affrettavano a rientrare a casa prima che facesse buio.
All'albeggiare, appena si alzavano dal letto si davano una ripulita sommaria consistente in un fugace lavaggio del viso con la sola acqua. Nelle pratiche igieniche domestiche e pure alle terme non usavano come detergente il sapone ma la pomice o la creta finissima o la farina di fave. La prima persona colta ad adoperare negli scritti il termine sapo fu Plinio il Vecchio il quale lo deriv dal gallico saipo; non si trattava per di sapone vero e proprio, bens di una sostanza formata dalla miscela di sego e cenere, inventata dai Galli per tingersi i capelli, la cui migliore qualit era preparata con cenere di faggio e grasso di capra. Di sapo ve n'erano due tipi, uno di genere liquido e un altro solido, entrambi molto usati in Germania dagli uomini pi che dalle donne.
Dopo essersi lavato il viso e puliti i denti, strofinandoli con una polvere a base di bicarbonato di sodio, i cittadini romani, allontanati gli ultimi fumi del sonno notturno, incominciavano la vestizione. Sugli indumenti con i quali si erano coricati, indossavano l'abito appropriato al ruolo ricoperto nella societ; all'igiene del corpo in maniera pi approfondita avrebbero provveduto dopo, nella seconda parte della giornata, prendendo un bagno alle terme. Facevano poi una rapida prima colazione (ientaculum), mangiando un modesto pasto a base di frutta, pane, formaggio, latte o gli avanzi rimasti dalla cena del giorno precedente, e bevendo qualche bicchiere di acqua. Era antichissima usanza che tutti i membri della famiglia appena si fossero alzati, prima di avviarsi ad affrontare la giornata, si riunissero davanti al larario domestico per un atto di culto. Per evitare il fastidio di ritornare a casa, verso l'ora sesta (mezzogiorno circa), in sostituzione dell'originario pasto della sera (vesperna) mangiavano il pranzo (prandium) presso qualche tavola calda, o cibi gi preparati in botteghe alimentari o comprati presso venditori ambulanti. Il secondo pasto, alla stessa maniera della prima colazione, non richiedeva particolari etichette o formalit; era una frugale refezione costituita da pane, formaggio, frutta, carne, vino: insomma, da vivande da consumare in un breve tempo, stando in piedi o seduti. Bastavano due assi per placare i morsi della fame in una delle tante cauponae (osterie) o popinae (bettole) disseminate in ogni parte dell'Urbe. La citt di Roma in fondo era una grande casa a cielo aperto, dove la gente in giro per le vie poteva mangiare, pulirsi e divertirsi e rincasare unicamente la sera per dormire. Dei primi due pasti a volte uno veniva saltato: dai poveri, per motivi legati alla poca disponibilit di pecunia; dai ricchi al fine di tenersi pi leggeri per la cena della quale si conosceva l'ora d'inizio, ma non quella della fine. I cittadini agiati incominciavano il terzo pasto all'ora nona d'estate e all'ora ottava d'inverno, momenti della giornata in cui Marziale di solito fissava all'amico poeta Giulio Ceriale l'appuntamento per recarsi a casa sua, e Plinio il Giovane si riuniva con la famiglia per la cena, il pasto pi importante della giornata.
La regola dei tre pasti quotidiani, almeno per chi poteva permetterseli, valeva solo per la popolazione civile; i militari consumavano solo al centro della giornata un pranzo povero di carne e comprendente ortaggi, formaggio, verdura, lardo, insieme alla razione di pane di competenza. La giornata, appunto, nell'interezza delle ventiquattro ore era divisa in due parti; le dodici ore diurne incominciavano all'albeggiare e proseguivano fino all'imbrunire, mentre le rimanenti ore fino al giorno successivo erano le notturne.
Da Marziale apprendiamo come i Romani trascorrevano le prime dieci ore della giornata:
Le prime due ore del giorno consumano i salutatori,
la terza ora fa fare esercizio agli avvocati senza voce,
fino alla quinta ora Roma prolunga i suoi lavori,
la sesta  la pace per lo stanco, la settima la fine della pace,
dall'ottava alla nona c' tempo per le palestre unte d'olio
la nona c'impone di schiacciare i triclini preparati,
la decima ora, Eufemo,  l'ora dei miei libri di poesie.
Marziale poeta satirico originario di Bilbili (Spagna), s'integr nella struttura sociale di Roma e nella citt capitolina trascorse la maggior parte della sua esistenza, compresa tra il principato della dinastia Flavia e dei cosiddetti imperatori adottivi Nerva e Traiano. Di conseguenza le abitudini dei Romani elencate nell'epigramma si riferiscono a quel periodo della sua esistenza, ma erano talmente abituali fin dal periodo della Repubblica e radicate nel sistema di vita quotidiano, che si protrassero anche in et imperiale ampiamente inoltrata.
I patroni e i clienti
- Nelle prime due ore della giornata i clienti (clientes) si recavano presso i patroni (protettori/difensori) per porgere il saluto mattutino, (obsequium/salutatio matutina). Si alzavano all'alba per essere pronti a ossequiare nell'atrio della domus il padrone di casa quando varcava la soglia e da l fargli da battistrada fino al Foro, dove lui di solito si recava per curare gli affari privati o adempiere gli obblighi quotidiani imposti dalla sua carica pubblica. L'ossequiato dopo il saluto di rito donava ai clienti porzioni di cibo che ognuno di essi poneva in una piccola cesta di vimini (sportula) portata da casa. Nel tempo la consuetudine di regalare prodotti di genere alimentare cambi e la donazione di cibarie fu sostituita da un'elargizione in monete che and a costituire un sussidio alle entrate dei beneficiati. La cifra versata si aggirava intorno ai cento quadranti, vale a dire poco pi di sei sesterzi. Terminato il cerimoniale del saluto mattutino, un piccolo corteo formato dai clienti si dirigeva verso il Foro, osservando la doverosa consuetudine giornaliera di precedere a piedi (anteambulare) il patrono mentre si avviava verso un luogo pubblico. Pi importante era il personaggio accompagnato, di maggiore lunghezza il codazzo che procedeva verso la piazza.
Col termine di patronato gli antichi romani intendevano alcune forme di protezione dei potenti nei confronti dei pi deboli; molti ritenevano che derivasse dal mitico personaggio di origine ellenica, Patrone, un arcade pronto ad accorrere per prestare aiuto ai bisognosi. Tanti altri pensavano che patrono derivasse da patrizio, giacch in origine Romolo aveva affidato ai patrizi il ruolo di protettore dei cittadini pi deboli. Ad ogni modo, nei secoli che seguirono i potenti ricoprirono il ruolo di patroni (maiores gentes), in pratica di protettori, mentre la stragrande maggioranza della cittadinanza form la massa clientelare (minores gentes) dei protetti. Si cre pertanto un corpo societario formato da uomini legati gli uni agli altri vicendevolmente da regole morali insite nella parola fides (fiducia e lealt) e da sanzioni religiose. Nei pi deboli nacque un rapporto filiale nei confronti dei pi forti, condizionato da obblighi di sostegno reciproco e da convergenza d'interessi politici ed economici. In sostanza il patrono, che era un patrizio, e i clienti, in altre parole un insieme di famiglie plebee, formavano un raggruppamento di persone molto eterogeneo nelle possibilit economiche dei singoli, ma solido negli intenti comuni da perseguire, all'interno del quale il cliente nei confronti del patrono aveva il dovere di mantenere gli impegni morali e materiali racchiusi in cluere (obbedire), un verbo dall'identica radice del sostantivo cliens (cliente) che da cluere deriva.
Tutte le parti deboli della collettivit romana, senza distinzione alcuna, avevano bisogno dell'appoggio di un potente per far valere i propri diritti: i comuni cittadini contro i tentativi di sopraffazione dei pi forti o per essere rappresentati in giudizio; i liberti di chi li aiutasse a inserirsi nella nuova posizione occupata a seguito dell'affrancamento, e gli stranieri del legame con un patrono, per non essere privi di diritto tanto loro stessi quanto i loro beni. I pi deboli, dunque, non dovevano essere necessariamente poveri per mettersi sotto la protezione di un potente, ma lo facevano per ottenere un riconoscimento giuridico all'interno della societ romana.
Il patrono s'impegnava a fare sbarcare il lunario ai clienti dotati di scarsi mezzi di sostentamento e di beneficare quelli di pi elevato ceto sociale con occupazione di terre, con nomine a cariche cittadine di basso livello o altre gratifiche, quando se ne presentava l'opportunit. I clienti per ricambiare sostenevano il patrono in caso di necessit ogni qualvolta egli lo richiedeva, soprattutto quando si candidava per essere eletto nelle cariche magistratuali.
Nei tempi remoti i protetti, in armi, spalleggiavano il patrono nei conflitti con le popolazioni limitrofe. Fa parte della storia lo scontro avvenuto nel 477 a. C. sulle rive del fiume Cremera, dove i Fabii in testa a una schiera d clienti affrontarono i Veientani in armi, ma attirati in un tranello furono sterminati; solo un membro della famiglia sopravvisse e per tanti anni nessuno della stirpe ricopr cariche consolari.
Tra gli obblighi del cliente vi erano anche quelli di aiutare la famiglia del patrono a riscattarlo quando cadeva in mano nemica e di impegnarsi a procurare la dote alle sue figlie femmine. Con il trascorrere del tempo fu considerato poco dignitoso che i meno abbienti spendessero denaro a favore di chi era molto pi ricco e quest'ultima usanza cadde in disuso. Nel 204 a. C., infine, la legge Cincia con la proibizione ai patroni di accettare regali dai clienti legalizz il divieto di donazioni di qualsiasi natura verso il soggetto pi potente delle due parti.
In epoca di conquiste l'istituto del patronato allarg il raggio d'azione fuori Roma. Intere popolazioni di province assoggettate, per non essere tagliate fuori dalla politica centrale condotta dal Senato, elessero loro protettore i proconsoli e i propretori che per anni li avevano governati o altri magistrati che erano stati in provincia, quando per la scadenza del mandato rientravano a Roma. Cicerone nell'anno 75 a. C. prest servizio col grado di questore a Lilibeo e per aver ricoperto la carica con scrupolo e onest si guadagn la fiducia dei Siciliani che lo elessero loro patrono. E quando Verre fu accusato di aver saccheggiato la Sicilia, governandola in maniera banditesca negli anni dal 73 al 71 a. C., poich Cicerone aveva lasciato un buon ricordo, gli isolani chiesero al governo romano e ottennero di essere rappresentati da lui in tribunale.
Il legame tra patrono e clienti era molto forte e permeato di sacralit e cos vincolante da proibire agli uni di testimoniare contro gli altri o di citarli in giudizio sia civile sia penale. Una norma di legge delle 12 Tavole enunciava che il patrono che avesse contravvenuto agli obblighi verso il cliente fosse dichiarato sacer (maledetto), pertanto non protetto dalle leggi ed esposto a qualsiasi forma di vendetta privata: Patronus si clienti fraudem fecerit, sacer esto (Se un patrono froda un cliente, sia sacrificato alla divinit).
Di quanto fossero stretti i rapporti tra gli uomini che componevano il gruppo clientelare e il patrocinatore,  reso esplicito da Giulio Cesare nel De bello gallico, dove riferisc che nell'antichit, quando un patrono moriva, il cliente preferito veniva bruciato sul rogo con la salma del suo benefattore. E Virgilio mette addirittura sullo stesso piano la persona che colpiva il padre, con il patrono che mancava di lealt con il cliente.
- Nella terza ora gli avvocati nei tribunali incominciavano a difendere i loro patrocinati.
- Nella quarta, durante il dibattito processuale, il magistrato stabiliva un aggiornamento per fare riposare le voci; le cause venivano momentaneamente sospese e ricominciavano pi tardi.
Le classi povere dovevano essere obbligatoriamente difese in giudizio dai ricchi patrizi, quindi se fosse stato corrisposto un onorario, l'esborso di denaro avrebbe costituito una forma di tassa indiretta a carico dei meno facoltosi. Per tale motivo le prestazioni professionali dei patrocinatori, almeno fino al termine del periodo repubblicano, non furono remunerate. I maggiori personaggi politici di Roma si cimentarono in tribunale con le loro arringhe: Catone il Censore, Pompeo Magno, Tullio Cicerone, Catone l'Uticense, Giulio Cesare, Licinio Crasso, tra i pi illustri. D'altronde, per ricoprire le cariche di vertice dello Stato occorreva essere convincenti oratori. Perci l'eloquenza, chiamata retorica, quale disciplina nel parlare e nello scrivere, era il fondamento dell'educazione letteraria romana e chi aspirava ad alte mansioni politiche non poteva esimersi dal suo apprendimento. L'unica eccezione fu rappresentata da Gaio Mario il quale raggiunse sette volte la massima magistratura unicamente in virt di eccezionali capacit militari.
L'avvocato nulla poteva pretendere dal suo assistito, ma ci non toglieva che il suo cliente lo ripagasse come meglio riteneva, in forma indiretta, in natura, in denaro o con sostegno politico nelle elezioni. Solo nell'epoca successiva alla Repubblica l'imperatore Claudio acconsent che la professione forense fosse retribuita, per limit i compensi ai patrocinatori alla cifra massima di 10.000 sesterzi; fu costretto a cedere alle pressioni degli avvocati i quali portarono a sostegno delle richieste di corrispettivo le innumerevoli controversie pendenti in tribunale, generate dalla gratuit delle prestazioni difensive.
Gli artigiani
- Fino alla quinta ora il proletariato lavorava; gli aristocratici invece ne facevano a meno, anzi consideravano il lavoro, e in particolar modo quello manuale, disprezzabile e da essere praticato soltanto dai miserabili o dagli schiavi; loro traevano larghi profitti dallo sfruttamento dei latifondi che si accaparravano manipolando le leggi e approfittando di un elevato status sociale per imporre le proprie convenienze.
Le rendite derivate dalla lavorazione dei campi tramite il lavoro servile fornito a costo bassissimo da una pletora di schiavi sorvegliati da persone di fiducia erano tanto elevate da permettere alle famiglie aristocratiche la conduzione di una vita agiata. Una delle principali attivit del patriziato, se non l'esclusiva, consisteva nell'assidua partecipazione alla vita politica in un ruolo di primo piano, allo scopo di raggiungere le alte cariche magistratuali e per mezzo di esse e del Senato contrastare ogni forma di novit, diretta a mutare l'assetto societario o che mettesse in dubbio i privilegi consolidati della nobilt, in secoli di governo repubblicano diretto da una casta oligarchica.
Non meno sostanziosi del cumulo di denaro proveniente dalle attivit agricole e che arricchiva gli aristocratici, erano i capitali che affluivano nelle tasche degli equites (cavalieri), gli impresari dell'epoca lesti nel mettere lo zampino in tutte le attivit lucrative, dai commerci, alla finanza; dall'edilizia, alla riscossione delle imposte.
Escludendo dall'universo del lavoro manuale le classi infime sfamate dalle periodiche donazioni annonarie statali e la parte miserrima della popolazione che trovava impiego solo quando gli schiavi non bastavano, a supportare l'attivit produttiva della Citt rimaneva la categoria degli artigiani.
I laboratori artigianali (officinae) e le botteghe (tabernae) erano diffusissimi e tanti dell'identica specie si affacciavano su una stessa via che da essi prendeva il nome.
Cicerone accus Catilina di essersi recato nella via falcarios (via dei costruttori di falci) a casa di Leca per ordire insieme con altri congiurati il criminoso disegno di sovvertire l'ordinamento dello Stato; nel vicus iugarios (vico dei costruttori di gioghi) abit per un certo periodo il poeta Ovidio.
Una moltitudine di valenti artigiani forniva svariati servizi in locali costituiti da un unico ambiente ove di notte riposare e di giorno guadagnarsi da vivere col lavoro manuale: il sarto (sartum), il calzolaio (sutor), il carrozziere (carpentarius), l'orefice (aurifex), tanto per ricordare le categorie dei mestieri pi diffusi. Molte attivit trovavano ubicazione al centro citt, nel Foro, ma parallelamente all'aumento d'importanza della piazza pi importante di Roma, divenuta col trascorrere del tempo un luogo di ritrovo politico, gli esercizi del centro diminuirono di numero, uno dopo l'altro furono sfrattati nelle vie secondarie e solo i pi importanti rimasero nei locali originari.
Le donne erano coinvolte in lavori che non le impegnavano molto fisicamente ed esercitavano prevalentemente i mestieri di fioraie, filatrici di lana, sarte, acconciatrici. Che fossero praticati da uomini o da donne, le professioni artigianali rendevano parecchio e i padri si premuravano a trasmetterle ai giovani figli.
Marziale nei suoi epigrammi lancia strali satirici contro i calzolai arricchiti e inveisce contro se stesso e contro i suoi genitori che avevano contribuito a farlo diventare una persona colta:
I miei sciocchi genitori mi hanno insegnato a leggere:
Cosa ci ho guadagnato a studiare la grammatica e la retorica?
Spezza le penne inutili, Talia, e strappa i miei libri
se una scarpa pu dare tutte queste ricchezze ad un calzolaio.
Gli artigiani a Roma si riunivano in collegi;  certo che fossero compresi in almeno centocinquanta associazioni, a tre delle quali, distinte secondo il modello di calzatura prodotta, appartenevano circa trecento calzolai. Persino le danzatrici, le cortigiane e le suonatrici di flauto avevano un'associazione d'appartenenza: l'ambubaiarum collegia (corporazione delle meretrici).
Le associazioni erano state create in epoca monarchica dal re Numa Pompilio per riunire gli artigiani a scopo religioso e di culto, ma in seguito nella vita pubblica di Roma assunsero carattere politico di notevole peso e divennero strumento di agitazione politica che si manifestava in modo pressante durante le votazioni; per questo non erano ben visti dai personaggi politici che volevano esercitare sulla citt un potere incontrastato. Cesare, abituato a rimuovere senza indugio gli ostacoli che si frapponevano tra s e il raggiungimento delle alte cariche appetite dalla sua sete di dispotismo, sciolse le associazioni di lavoratori ma Augusto pochi anni dopo le rese nuovamente legali, mettendole sotto il suo controllo.
Se la citt abbondava di laboratori artigianali e di botteghe, la periferia non era da meno; ai lati delle vie consolari sorgevano le fornaci, continuativamente attive per la produzione di mattoni e di altri materiali richiesti da un'edilizia sempre in crescita a ragione di un'ininterrotta espansione dell'Urbe. Le rive del Tevere erano costellate da molteplici attivit commerciali: lavorazione della ceramica, del cuoio, dei metalli, del legno, del vetro e da cantieri navali che sfornavano senza sosta navi da guerra e mercantili. Le officine erano animate da un fervore continuo per soddisfare le domande dei clienti, divenuti esigenti nella richiesta dei manufatti di produzione avanzata. Nel mondo dei liberi cittadini, accanto all'aristocrazia che viveva di rendita e a una grande massa di parassiti mantenuti dallo Stato, operavano innumerevoli alacri lavoratori che con le loro specializzazioni contribuivano in maniera preponderante a sospingere Roma nella scalata intrapresa verso cime di grandezza e di civilt fino allora nel mondo mai raggiunte.
Gli artigiani ricchi erano orgogliosi dell'apprezzamento riscosso con la capacit che dimostravano nella professione esercitata. I meriti acquisiti in vita volevano metterli in mostra anche dopo la morte, mediante appariscenti tombe costruite con il capitale accumulato in tanti di lavoro specializzato, e che per grandiosit competevano con quelle patrizie. Commissionavano epigrafi da scolpire sui sepolcri per magnificare la maestria con cui avevano svolto il proprio mestiere e per dichiarare amore eterno alle persone che durante l'esistenza avevano mostrato dedizione nei loro confronti. E nei pressi del sepolcro disponevano che fossero posti busti di marmo in loro ricordo o statue raffiguranti le divinit verso le quali avevano manifestato devozione.
Che l'artigianato offrisse non indifferenti possibilit di elevato guadagno non tardarono ad accorgersene gli schiavi affrancati; appena raggiunta la condizione di liberti, spesso si mettevano in proprio sotto il patrocinio di degli ex padroni ed esercitavano il mestiere praticato nel luogo di origine o appreso durante la schiavit. Sebbene gli artigiani costituissero la spina dorsale del sistema produttivo cittadino, i giudizi espressi su di essi dagli aristocratici erano poco lusinghieri; Cicerone affermava che praticavano un mestiere poco onorevole, ma sappiamo bene quanto la nobilt romana disprezzasse i lavori manuali e in quale bassa considerazione tenesse chi li esercitava. In epoca imperiale l'apprezzamento delle classi sociali altolocate non miglior; il filosofo Seneca rincarando la dose definisce le professioni praticate dagli artigiani, vili e volgari. La disistima della casta nobiliare nei confronti degli artigiani e delle loro attivit, non apparve improvvisamente durante la repubblica, ma traeva lontane origini risalenti ai tempi del re Numa Pompilio, come Dionigi di Alicarnasso in Antichit Romane sostiene: Sotto il regno del secondo re di Roma tutti i mestieri, tranne quelli concernenti l'arte bellica, erano praticati dagli schiavi. Esisteva, anzi, un espresso divieto per i cittadini di professare arti meccaniche.
I tonsores
Nell'antica Roma le persone libere non lavoravano pi di cinque o sei ore al giorno. In citt tutti i lavori si svolgevano prevalentemente nelle ore mattutine e il pomeriggio era dedicato al godimento del tempo libero. A questa regola sfuggiva con altri pochi lavoratori il barbiere (tonsor). Nella prima met della giornata il salone da barba fungeva agli sfaccendati da ritrovo ove riunirsi per commentare gli avvenimenti del giorno precedente o per pettegolare; di pomeriggio vi affluivano altri avventori, i clienti veri e propri, impegnati di mattina a lavorare. In principio a Roma le botteghe di barbiere (tonstrinae) non esistevano, non se ne ravvedeva la necessit; dai primordi e fino al 300 a. C. circa gli uomini romani portarono la barba non scolpita e i capelli lunghi e incolti, forse anche per un motivo pratico; radersi senza sapone e con l'uso di rasoi rudimentali a forma di mezzaluna e con lame di bronzo o di ferro temprato rappresentava un problema di non poco conto. Dal terzo secolo a. C. in poi l'aspetto degli abitanti cambi per merito di barbieri professionisti che, come attesta Marco Terenzio Varrone, dalla Sicilia si trasferirono a Roma, portati da Publio Titinio Mena. Le lunghe chiome scomparvero e i capelli furono tagliati corti con forbici di ferro o di bronzo e l'ausilio di pettini di avorio da una sola fila di denti o di metallo dalla doppia fila. Le barbe incominciarono a essere rasate a livello dell'epidermide con rasoi di ferro a forma di coltello (cultri) affilati su pietre di molatura importate dalla Spagna. Certamente i nuovi strumenti provocavano meno inconvenienti di quelli usati in precedenza, ma anch'essi producevano sul viso tante ferite da costringere gli organi legislativi a emanare norme per stabilire le responsabilit e risarcire i danni procurati dall'incuria di chi li maneggiava.
Il barbiere avvolgeva una tovaglia attorno al collo del cliente seduto su di uno sgabello posto al centro del salone e dopo avergli ammorbidito le guance con acqua di fonte procedeva alla rasatura. Comunque, l'imperfetto filo del rasoio e la disconoscenza di prodotti che oltre l'acqua rendessero la barba morbida e raddrizzassero il pelo, rendevano la rasatura ardua oltre che dolorosa. Per evitare inconvenienti di tal genere gli uomini si depilavano con l'ausilio di pinzette e di cerette a base di pece e resina o spalmando sui peli da eliminare, grasso di asina, fiele di capra e altri prodotti naturali di accertata efficacia. Un procedimento di depilazione delle gambe consisteva nell'applicare noci arroventate sui peli superflui, per questa pratica, se adoperata dagli uomini, era ritenuta riprovevole e segno di scarsa virilit o di effeminatezza.
I giovani per tradizione si lasciavano crescere la peluria sul viso, finch non acquistava la consistenza di barba vera e propria; solo allora la radevano e la racchiudevano in una teca per consacrarla a una divinit. La prima rasatura, considerata un avvenimento importante da ricordare, era accompagnata da una cerimonia religiosa: la depositio barbae (la deposizione della barba). La lanugine rasata dal viso era racchiusa, secondo la possibilit della famiglia, in una pisside d'oro o di altro metallo meno nobile e offerta a una divinit. I meno agiati, di solito, ricorrevano a un contenitore di vetro. Ricchi e poveri, comunque, festeggiavano la solennit con un banchetto in cui erano invitati i parenti e gli amici di famiglia.
Publio Cornelio Scipione Africano, aperto alle innovazioni, introdusse a Roma la consuetudine di radersi tutti i giorni. Capelli lunghi e barba incolta da allora scomparvero dalle teste dei cittadini romani ammodo e furono portati solo da persone colpite dal lutto. Giulio Cesare quando apprese la notizia che quindici coorti del suo esercito erano state annientate in un'imboscata tesa dai Galli Eburoni di Ambiorge, si lasci crescere la barba e i capelli e dichiar che se li sarebbe tagliati solo dopo aver vendicato la morte dei legionari. E l'imperatore Augusto appena ricevette la notizia che tre legioni comandate dal generale Publio Quintilio Varo erano state sterminate dai Cherusci di Arminio nella selva sassone di Teutoburgo, smise per lungo tempo di sbarbarsi e di tagliarsi i capelli.
Da Frontino apprendiamo che il console Gaio Terenzio Varrone, in seguito al disastro di Canne in cui perse circa 80.000 uomini, prese con se stesso un impegno ancora pi penalizzante di quanto fosse stata la decisione maturata in Cesare e in Augusto. Da quel momento in poi non si rase n barba n capelli e quando doveva mangiare non si distese pi su un letto. Rinunci anche agli onori che gli furono decretati dal popolo, dicendo che lo Stato aveva bisogno di magistrati pi fortunati di lui.
Anche gli imputati si recavano in tribunale con capelli lunghi e barbe incolte che li facevano sembrare dei cavernicoli, ma solo per suscitare piet nelle giurie dei collegi giudicanti, per se il giudice pronunciava una sentenza di assoluzione si precipitavano subito dal barbiere per riprendere sembianze consone a persone civili.
Da quando divenne moda sbarbarsi ogni giorno e tagliarsi spesso i capelli, le presenze dei clienti nei saloni aumentarono in numero e in frequenza; tanti barbieri si arricchirono e divennero i bersagli preferiti dagli strali satirici di Marziale e Giovenale.
Marziale si prende gioco di Eutrapelo (nell'antica lingua greca eutrapelo significava rapido), un barbiere tanto scrupoloso nel suo lavoro quanto lento, e dice che per radere la guancia di un cliente di nome Lupesco, impiegava un tempo cos lungo da far rispuntare la barba sull'altra guancia gi rasata.
I ricconi della citt si facevano sbarbare in casa dal barbiere personale, uno dei tanti servi di propriet addestrato a svolgere il lavoro di tonsor; mandavano per gli schiavi alle tonstrinae, affinch si rasassero quasi a zero come la condizione servile imponeva. Solo ai giovani schiavi che servivano a tavola consentivano una lunga crescita di capelli, anzi li obbligavano a portare una capigliatura arricciata con boccoli fluenti sulle spalle per conferire un tocco di raffinatezza al loro aspetto.
Capelli lunghi e barbe tornarono in voga con l'impero. Nerone si lasciava crescere una lunga zazzera con boccoli discendenti a scaletta fino al collo. Adriano mascherava con la barba una cicatrice che gli deturpava il viso; l'imperatore fu emulato dai cittadini romani e da allora divent moda non radersi, ma lasciarsi crescere la barba e scolpirla. Nel periodo immediato degli Antonini, al vezzo di portare la barba si aggiunse l'usanza di capelli lunghi e ben curati. Lucio Aurelio Commodo, che in quanto a trovate originali non aveva nulla da invidiare a Caligola, per suggestionare la popolazione prima di apparire in pubblico si ricopriva la capigliatura di polvere d'oro, rendendola cos risplendente da farla sembrare circondata da un'aureola che gli dava l'aspetto di un dio.
Gli uomini romani ci tenevano ad avere una folta chioma scura che ricoprisse la testa per intero; canizie e calvizie costituivano un motivo di disagio. A mascherare l'imbiancamento dei capelli provvedeva il barbiere con l'uso di tinture, mentre la caduta era occultata per quanto possibile con una pettinatura in avanti, dalla nuca verso la fronte o dalle tempie verso il centro. Marziale punzecchia un certo Marino che si era raccolto da sinistra a destra i pochi capelli rimastigli attorno alla luccicante testa calva, ma che un colpo di vento galeotto gli aveva scarmigliato, mettendolo in ridicolo. E scrive che forse  pi semplice confessare la vecchiaia, giacch nulla fa pi schifo di un calvo capelluto. Giulio Cesare per mascherare la mancanza di capelli, invece, adottava una soluzione molto pratica: si cingeva la testa con una corona d'alloro, attenendosi a un decreto del Senato che lo autorizzava a indossare sul capo una ghirlanda in segno di onore ogni qualvolta l'avesse voluto. A sua volta l'imperatore Caligola, passato alla storia soprattutto per le stravaganze demenziali e non per la gloria, affinch i concittadini non osservassero la sua calvizie incipiente, proibiva - pena la condanna a morte - di essere guardato dall'alto (balconi, terrazze, ballatoi) mentre camminava per la strada.
Le fullonicae
Per sfruttare al massimo la luce solare, i cittadini di Roma si mettevano in movimento gi all'albeggiare. Appena fatto giorno, le vie della citt incominciavano a brulicare di passanti: bambini che andavano a scuola, clienti che si recavano a ossequiare i patroni, artigiani che si apprestavano ad aprire botteghe, schiavi indaffarati a svolgere attivit di ogni genere, da quelle considerate di livello intellettuale o almeno poco umilianti (contabili, medici, persone di fiducia, accompagnatori di bambini, etc.), ai lavori manuali (edili, artigiani, bottegai, etc.) e agli impieghi pi umili (addetti alle lavanderie). Sugli schiavi che praticavano quest'ultimo mestiere,  opportuno soffermarsi e spendere qualche rigo in ricordo delle mansioni degradanti cui erano costretti. A Roma gli abitanti preferivano far lavare gli indumenti in esercizi dedicati, piuttosto che provvedere personalmente in casa, pertanto le lavanderie (fullonicae) erano numerose e per smaltire la gran mole del lavoro giornaliero avevano bisogno di un cospicuo numero di schiavi. Di mattino, servi preposti ai lavori meno gratificanti si recavano nelle vie che costeggiavano le insulae a prelevare e portare nelle lavanderie le giare poste l di proposito, dentro le quali i condomini svuotavano i vasi da notte pieni di urina. Durante il giro ritiravano anche i recipienti collocati in determinati punti delle strade per farvi urinare dentro i passanti in caso di bisogno; tornati poi alla lavanderia, versavano il liquido biologico raccolto, in apposite vasche dentro le quali altri schiavi immergevano la biancheria da lavare, la pestavano con i piedi e in ultimo, dopo averla sciacquata con acqua pulita, la stendevano al sole ad asciugare. L'ammoniaca contenuta nelle urine produceva sugli indumenti un effetto detergente e si credeva che alleviasse la gotta; era voce di popolo che i lavandai non soffrissero di quella fastidiosa malattia.
Col crescere delle ore il brulichio di persone nelle strade aumentava fino a raggiungere il picco massimo a mezzogiorno. A quel punto della giornata una grande massa di persone, quasi a obbedire a un ordine astratto impartito dal proprio inconscio, da tutte le parti convergeva verso la zona nevralgica del Foro, laddove la calca si faceva cos intensa che per andare avanti si doveva procedere a spintoni. Forse la storia avrebbe imboccato un corso diverso se nelle idi di Marzo la piazza non fosse stata cos affollata da non permettere a Giulio Cesare di leggere il messaggio che Teopompo aveva cercato di fargli recapitare tramite il figlio Artemidoro, per metterlo sull'avviso della congiura in atto.
Le vie convergenti nella piazza principale della Citt, erano percorse da curiosi che con i figli appresso andavano ad assistere ai processi; da venditori ambulanti vocianti che bandivano la mercanzia in vendita; da sfaccendati che stufi di stare a chiacchierare nelle tonstrinae andavano a incontrare altri sfaccendati o qualcuno cui scroccare qualcosa da mangiare; da carri carichi di mercanzia destinata a rifornire le botteghe; da persone comuni in giro per sbrigare faccende o per andare a leggere nel Foro quello che era il giornale dell'epoca: gli acta diurna. Svetonio attribuisce tale forma pionieristica di pubblica informazione a Giulio Cesare il quale nel 59 a. C. ebbe l'idea di rendere il popolo partecipe alle decisioni prese dal Senato o dai magistrati, sotto forma di decreti. I provvedimenti emanati dai massimi organi dell'apparato statale repubblicano, insieme con altre notizie di carattere privato (nascite, mortalit, matrimoni) o altri fatti degni di menzione accaduti a Roma, erano divulgati tramite una tavola imbiancata esposta pubblicamente per un periodo tale che i cittadini romani e quelli provenienti da fuori citt, in occasione dei mercati ne prendessero conoscenza. Alla scadenza del tempo stabilito affinch fosse presa visione, le tavole prendevano la via dell'archivio, disponibili a essere consultati in qualunque momento.
I mercati alimentari
Per comprare gli oggetti per la casa o i viveri, la stragrande maggioranza dei cittadini attraversava il Foro per recarsi in qualcuno dei maggiori mercati situati nelle vicinanze della piazza centrale della citt. I mercati fissi erano, in sostanza, estensioni del Foro Romano e comprendevano strutture idonee, costruite per ospitare le attivit commerciali. Nell'area lungo la riva sinistra del Tevere, situata tra il Campidoglio e l'Aventino, nel punto di confluenza tra i percorsi che attraversavano la valle del fiume e quelle strade che originariamente superavano lo stesso corso d'acqua nei pressi del guado dell'isola Tiberina, sorgeva il Forum Boarium (mercato dei buoi), il pi grande emporio riservato al commercio delle carni macellate di qualunque specie, di animali selvatici o d'allevamento: bovini, ovini, pollame e uccellame.
Le originarie trib chiamarono Foro Boario (da bos = bue) l'area circostante all'Ara Maxima (altare massimo), laddove secondo la leggenda Caco aveva rubato un armento di buoi condotti al pascolo dal mitico Ercole e poi ritrovati dallo stesso eroe, e destinarono quel luogo ai primi scambi commerciali. Sull'Ara Maxima i primi abitanti celebravano i sacrifici di ringraziamento a Ercole invitto e i venditori e i compratori di bestiame nello stipulare un accordo verbale, in mancanza di testimoni toccando l'altare giuravano, gli uni di praticare un prezzo onesto e gli altri di onorare il patto con il pagamento. A simbolo delle assidue contrattazioni che avvenivano, all'interno del mercato, situata in uno spazio circoscritto, sorgeva la statua di un toro di bronzo dorato.
Per quanto riguardava invece la compera dei legumi, delle verdure o di altri ortaggi, la popolazione si approvvigionava al Forum Holitorium (mercato delle erbe), il pi grande mercato di generi alimentari di natura vegetale, situato in un'estensione di terreno compreso tra il Campidoglio e il Tevere, a nord del Foro.
Chi aveva abbastanza soldi da spendere e non si accontentava di mangiare carni o verdure, andava a comprare il pesce alla pescheria (Forum Piscarium secondo Varrone e Plauto, Forum Piscatorium per Livio), un mercato specializzato che si trovava anch'esso a nord del Foro in un'area di terreno racchiusa tra la via Sacra e l'Argileto. Nel 210 a. C. il mercato dei pesci fu distrutto da un incendio, ma l'anno seguente fu ricostruito e nel 179 a. C. per volere del censore Marco Fulvio Nobiliore fu accorpato al Macellum (mercato generale) della Suburra, edificato a nord del Foro, oltre la Basilica Emilia. Negli anni che seguirono, il Macellum fu ampliato per accogliere uno dopo l'altro gli altri mercati specializzati e nella corte interna della nuova costruzione fu ricavata una grande vasca che aveva la funzione di vivaio per i pesci. Con il concentramento di tutti gli esercizi commerciali in un unico posto, la popolazione ebbe il vantaggio di acquistare nello stesso luogo sia le carni sia il pesce fresco prelevato vivo al momento dell'acquisto e anche i cibi preconfezionati.
Gli acquirenti pi esigenti, alla ricerca di delizie e di ghiottonerie che potessero meglio soddisfare i loro golosi palati, si fornivano al Forum Cuppedinis (mercato delle ghiottonerie) di alimenti esotici, reperibili parimenti agli oggetti di lusso soltanto in quel mercato.
Tutti i mercati fissi citati, insieme con altri di minore grandezza e importanza, anch'essi dedicati alla vendita di generi alimentari, appartenevano alla categoria dei fora rerum venalium che tradotto letteralmente significa mercati delle cose in vendita.
Il commercio del vino seguiva un percorso a parte; le importazioni arrivavano nell'unico terminale del portum vinarium (porto del vino), da dove raggiungevano il forum vinarium (mercato del vino) per essere commercializzate. Le esatte ubicazioni del forum vinarium e del portum vinarium sono incerte, comunque si propende a credere che entrambi si trovassero della parte settentrionale del Campo Marzio e che il trasporto del vino proveniente dalla penisola italica avvenisse via Tevere.
Oltre ai mercati stabili che operavano quotidianamente, cadenzate con le festivit delle nundinae si compivano operazioni di compravendita in uno spazio all'aperto che richiamava in citt, contadini, pastori, artigiani, provenienti dalle campagne con l'intento di vendere frutta, formaggi, verdure e tutto quanto nei giorni di lavoro erano riusciti a produrre in eccedenza ai loro fabbisogni. I cicli nundinali si susseguivano uguali nell'anno ed erano intervallati da una giornata di mercato che si svolgeva ogni otto giorni. Non si conosce da quando i giorni incominciarono a essere scanditi secondo questo criterio; tale metodo di ricorrenza si perde nel tempo, anche se si suppone che a introdurlo siano stati i primi consoli nelle fasi iniziali della Repubblica o ancora prima in epoca monarchica, Servio Tullio o addirittura Romolo.
Verso la fine della Repubblica la moltitudine di persone che andava in giro per le strade di Roma per i motivi pi disparati, si mischiava con i mezzi di trasporto e rendeva arduo lo spostamento in citt. Giulio Cesare durante la dittatura, per snellire il traffico, nel 45 a. C. eman una legge che proibiva la circolazione dei carri in pieno giorno, tranne quelli adibiti allo spostamento di materiali edili o impiegati per motivi che avevano a che fare con la religione (trasporti di statue di divinit, processioni, etc.). Roma di quel periodo era diventata una metropoli invivibile non solo per il traffico viario, ma anche per i rumori provenienti da ogni luogo e in qualunque ora del giorno e della notte. Di notte il riposo era disturbato dal vocio dei panettieri, alla mattina dalle urla dei maestri rivolte agli alunni, di giorno dal rumore incessante provocato dal martello dei fabbri, battuto senza sosta sul ferro o sul bronzo in lavorazione, e dalle grida degli ambulanti in gara tra loro nel bandire le mercanzie poste in vendita. Ambulanti, barbieri, osti, cuochi, macellai - per citare alcune categorie di artigiani -, avevano invaso la citt. Dormire un sonno ristoratore per i poveri era un miraggio, salvo che decidessero di spostarsi verso l'estrema periferia o in campagna.
Le thermae
- Dopo circa sei ore mattutine dedicate al lavoro, chi poteva permettersela si concedeva la meridiatio, una pausa di riposo concessa dopo pranzo anche ai soldati in periodi di non belligeranza. Nel primo pomeriggio, verso l'ora ottava, corrispondente circa alle 14,00, la popolazione, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza, solitamente si recava alle terme per lavarsi. Marziale prima di mangiare fissava nell'ora ottava l'appuntamento al poeta amico Giulio Ceriale, presso i bagni di Stefano. I Quiriti curavano molto la pulizia personale e il grado d'igiene raggiunto verso la fine della Repubblica era molto alto; a detta dei sociologi, in Europa il livello di cura della persona fu eguagliato solo dopo molte centinaia di anni, agli inizi del diciannovesimo secolo. Seneca nelle Epistolae (Lettere) riporta che in origine gli antichi romani si lavavano tutti i giorni sia le braccia sia le gambe e soltanto ogni nove giorni facevano un bagno completo; nuotavano nel Tevere e per le abluzioni giornaliere usavano acqua fredda; di tanto in tanto prendevano un bagno caldo in una stanza attigua alla cucina: abitudine che da saltuaria divent quotidiana nel terzo secolo, quando incominci a essere emulato il modello ellenico. Nella Grecia gi dalla seconda met del quarto secolo avanti Cristo esisteva il ginnasio, un complesso dentro il quale i discepoli prima svolgevano una sostenuta attivit fisica in palestra, poi si bagnavano con acqua calda per distendere il corpo affaticato dagli esercizi ginnici e infine passavano nell'exedra per trascorrere le ore dedicate all'apprendimento.
Per mettersi al passo con le innovazioni esterofile e avere la possibilit di un'accurata pulizia del corpo senza doversi allontanare da casa, i ricchi romani corredarono le proprie lussuose abitazioni con bagni. Nel secondo secolo avanti Cristo gli amministratori cittadini per rendere partecipe la popolazione intera ai benefci procurati da una completa igiene corporale quotidiana edificarono strutture chiamate thermae, adibite unicamente a bagni pubblici e dall'ingresso libero a chiunque, perfino agli schiavi. Pure alle donne era ammesso frequentare i bagni per in ambienti diversi da quelli riservati agli uomini; all'eventuale mancanza di locali separati si sopperiva differenziando l'orario d'ingresso ai due sessi. Per consentire a chiunque di fruire dei servizi offerti, la somma da pagare per avere accesso agli originari centri del benessere era minima: un quadrante, vale a dire un quarto di asse. Si andava alle thermae per lavarsi, ma anche per socializzare, per discutere, per sperare d'incontrare qualche conoscente che offrisse un invito a pranzo o anche per incontrare un uomo importante cui chiedere una raccomandazione o cercare di condurre in porto un affare, piazzando una partita di merce rimasta ancora invenduta. In fondo la frequentazione delle thermae era una delle poche opportunit d'incontro offerta indistintamente a tutti gli abitanti di qualunque livello sociale.
Privati cittadini costruivano i bagni termali (balnea) e li gestivano a scopo di lucro, ma anche magnati realizzavano thermae per beneficare il popolo e le donavano alla Citt; di queste diventava proprietario lo Stato che dava il servizio in appalto a un gestore il quale incamerava i proventi del prezzo d'ingresso. I bagni (balnea) costruiti per iniziativa dei privati si distinguevano da quelli di propriet statale (thaermae), unicamente per le dimensioni pi ridotte. Magistrati e aristocratici, per conquistare i favori dei concittadini durante la campagna elettorale, pagavano all'impresario una somma forfettaria che consentiva l'ingresso gratuito per un periodo limitato a chiunque volesse accedervi.
L'ora stabilita per l'apertura giornaliera era il mezzogiorno, momento in cui indistintamente ricchi e poveri andavano a lavarsi. Il rimbombo del suono di un gong, percepibile anche da chi si trovava lontano dall'edificio, annunciava l'inizio di un viavai ininterrotto fino al calar della sera, quando gli ingressi cessavano, gli schiavi addetti ai servizi chiudevano le porte e nessuno poteva pi accedere.
Ai bagni i meno abbienti giungevano da soli e prima di entrare lasciavano nello spogliatoio i vestiti in consegna a un guardarobiere per evitare che qualche ladro li rubasse. Se volevano usufruire di servizi suppletivi si rivolgevano al personale delle terme addetto alle cure del corpo (depilatori, massaggiatori, ungitori) e pagavano qualche spicciolo per ogni prestazione. I ricchi giungevano sul posto, accompagnati da schiavi il cui numero variava da un solo addetto al trasporto dello stretto necessario occorrente per il bagno e per la guardia ai vestiti, a una piccola schiera formata da individui, ognuno dei quali aveva un compito specifico affidatogli dal padrone. Il primo gli portava la biancheria, il secondo, la pomice, oli e profumi da spalmare o qualche altra sostanza detergente da strofinare sul corpo durante il bagno, un terzo provvedeva ai massaggi, un quarto alla depilazione, un quinto si preoccupava di asciugarlo etc. etc. In fin dei conti, l'elevato numero di persone non era altro che un codazzo di schiavi poco utile alle esigenze reali del bagnante, ma che impressionava molto chi vedeva arrivare quella sorta di processione. Alle thermae, come nel Forum, la sovrabbondanza di accompagnatori indicava a quale rango sociale appartenesse il personaggio che vi faceva ingresso. In ogni caso un uomo facoltoso, un personaggio importante o chiunque altro avesse voluto distinguersi e darsi un tono, doveva essere scortato da almeno da una decina di schiavi.
Percorrendo le thermae dall'interno, l'avventore come primo ambiente incontrava l'apodyterium (spogliatoio), un locale dove lasciare i vestiti, provvisto di panche su cui sedere e spogliarsi, e di piccoli ripostigli aperti a forma di un quadrato, ricavati apposta nelle pareti per riporre gli abiti che se non sorvegliati diventavano facile preda dei ladri. Seguiva un altro vano chiamato caldarium (caldario), collegato con il tepidarium (tepidario) e comunicante a sua volta con il frigidarium (frigidario). L'immaginazione di allora supponeva che il sudore, oltre a pulire il corpo dalla sporcizia liberandolo dalle sostanze tossiche, servisse a depurare il sangue e a mantenere in efficienza le articolazioni. Nel rispetto di tale convinzione i frequentatori dei bagni, dopo aver praticato esercizi in palestra, entravano nella stanza in cui la temperatura era sempre elevata, cospargevano la pelle madida di sudore con acqua caldissima e poi la raschiavano con lo strigile. Quando il corpo era pulito e asciutto, passavano nel tepidarium e si soffermavano per acclimatarsi a una temperatura inferiore ed evitare lo choc termico cui sarebbero andati incontro qualora fossero entrati direttamente nel frigidarium, una stanza fredda, alta e col soffitto a cupola, in cima alla quale era ricavata un'apertura. In quel vano i frequentatori s'immergevano in un recipiente di acqua fredda per ritemprare il corpo. La successione degli ambienti a temperature differenti realizzava la catena termica raccomandata da Plinio il Vecchio, attraverso la quale passavano pure i bagnanti degli Epigrammi di Marziale e del Satyricon di Petronio.
Procedendo nei corridoi, gli avventori incontravano panchine su cui durante la sosta potevano sedersi ed essere sottoposti a unzioni a base di olio. Il massimo del servizio si raggiungeva nelle grandi terme provviste nel vano del caldarium di una grande vasca entro la quale nuotare e di una stanza supplementare chiamata laconicum (sudatorio), riscaldata a una temperatura ancora pi alta di quella del caldarium e dall'aria molto secca. Il bagnante dopo il processo termico cui si era sottoposto, terminava il trattamento corporale con massaggi di oli profumati e unguenti provenienti dall'oriente e con una nuotata nell'acqua fredda per rinvigorirsi.
Nello stesso edificio, oltre ai vani canonici che costituivano gli ambienti dei bagni termali, sorgevano alcune stanze adibite a servizi supplementari (massaggi, unzione del corpo, depilazione) o a palestra. Negli spazi esterni ai complessi di pi estesa dimensione, esistevano piscine ove nuotare e botteghe per comprare cibi preparati e bevande.
Per ovviare al rifornimento di acqua, i costruttori fabbricavano le terme vicino a una fonte o a una sorgente e per fornire il calore necessario a mantenere in esercizio l'intero sistema, nella stessa struttura realizzavano un forno (hypocausis) alimentato assiduamente da schiavi, con carbone o legna. Il forno aveva la duplice funzione di riscaldare l'acqua e produrre il calore da diffondere nei vari ambienti. Tre recipienti di rame sovrapposti, comunicanti tra loro e situati sopra l'hypocausis, producevano l'acqua calda o tiepida necessaria. Il primo contenitore riforniva il caldarium, il secondo il tepidarium, il terzo il frigidarium; tutti e tre comunicavano tra loro in modo tale che la quantit di acqua tolta dal caldarium fosse compensata da quella che passava automaticamente dal tepidarium, e l'acqua che a sua volta usciva dal tepidarium entrasse in eguale volume dal frigidarium. Per quanto riguardava invece la propagazione del calore, l'aria calda proveniente dal forno era incanalata in grossi tubi che la insufflavano sotto pavimenti costruiti su di un piano sopraelevato rispetto un altro di livello sottostante, in modo tale da creare tra i due lastricati un'intercapedine entro la quale circolava l'aria calda che portava le stanze alle diverse temperature necessarie.
Le prime terme pubbliche di grande importanza furono create nel 25 a. C. nel Campo Marzio da Agrippa, generale legato a Ottaviano Augusto da rapporti politici e di parentela, per aver preso in moglie Giulia, la figlia dello stesso imperatore. Otto anni prima lo stesso Agrippa, da magistrato edile che tra i doveri d'istituto aveva l'obbligo di sorvegliare i bagni pubblici, di controllarne la pulizia, il riscaldamento e l'amministrazione, cens le thermae di Roma e dalla rilevazione risultarono esistenti ben centosettanta appositi edifici. La frequentazione delle thermae nel periodo imperiale aument e i sovrani gareggiarono per superarsi nella costruzione di stabilimenti sempre pi magnificenti che in quell'epoca nei dominii di Roma raggiunsero quasi il migliaio. In fondo, nel donare al popolo strutture per meglio soddisfare le esigenze quotidiane dei cittadini, i mecenati celebravano se stessi, elevando opere indelebili da lasciare in eredit alle generazioni future.
Nerone nel 65 d. C., e poi Tito, Domiziano, Commodo, Caracalla, Diocleziano, e infine nel 315 d. C. Costantino, costruirono opere grandiose di cui tutt'oggi a distanza di decine di secoli possiamo ammirare i resti. Sebbene le thermae svolgessero come attivit principale la balneazione, la maggior parte di esse comprendeva librerie, piscine, parchi, saloni per feste, posti di ristoro e perfino locande, dove ai clienti si offriva l'opportunit di dormire in compagnia di allegre donnine. Quando la religione cristiana si diffuse in tutti gli strati della societ romana mettendovi salde radici e proib ai seguaci di frequentare i balnea, le presenze diminuirono. In seguito il numero degli avventori continu a calare ancora, forse perch il costo per mantenere le strutture in esercizio era troppo esoso o forse perch i cittadini trovavano in altri luoghi motivi validi per aggregarsi o socializzare. La caduta dell'impero e le invasioni distruttrici dei barbari assestarono il colpo di grazia alle thermae che furono definitivamente chiuse.
- Per tornare alla giornata di Marziale in versi, tra esercizi in palestra, bagni, massaggi e unzioni del corpo, il tempo trascorreva e arrivava l'ora nona, cio il primo pomeriggio, la parte della giornata in cui chi aveva la possibilit mangiava il terzo pasto, il pi importante: la cena.

12. Le cene tricliniari.

- Ai tre quarti del giorno - l'ottava ora d'estate e la nona d'inverno -, giungeva il momento d'inizio della cena (pranzo), il pasto principale della giornata, quello a cui un romano di antiche origini e appartenente alla buona societ non sapeva rinunciare, se non per motivi estranei alla sua volont. I convivi nelle case dei ricchi non erano mai fini a se stessi ma per la magnificenza con cui si svolgevano, davano occasione agli anfitrioni di mettersi in mostra agli occhi dei convitati, di esaltare le proprie ricchezze, di soddisfare gli esigenti palati e soprattutto di passare le serate in allegria.
Nel periodo storico che va dalla centralit della repubblica in poi, opulente coenae (cene) erano tenute presso famiglie di elevata condizione economica. Viceversa le famiglie popolane consumavano una cena sobria e costituita da poche vivande, con i componenti seduti allo stesso modo delle persone che in giro per le strade mandavano gi qualche boccone di fretta nelle tante bettole disseminate per la citt. Il buon padre di famiglia riuniva attorno a un tavolo i familiari e tutti insieme si sfamavano con ci che egli era riuscito a trovare ai mercati durante la giornata, spendendo il guadagno del suo lavoro o il denaro che il patrono gli aveva messo al mattino dentro la sportula. Pane secundarius (di seconda qualit) o perfino pane niger (nero) accompagnato con formaggio, legumi, uova, pezzi di carne o pesce e qualche piatto di puls, erano gli alimenti che la donna di casa metteva di solito a tavola per essere consumati, spalmati di garum secondo i gusti, e il tutto annaffiato con acqua o con qualche bicchiere di vino diluito, certamente di non buona qualit.
Gli appartenenti agli ultimi strati della societ e gli indigenti dovevano arrangiarsi con le distribuzioni di generi alimentari che lo Stato di tanto in tanto assegnava per essere spartite dall'annona, salvo che con il guadagno ricavato da lavori saltuari fossero in grado di comprare qualcosa con cui integrare la povera dieta.
Per gli schiavi il cibo era razionato; sulla quantit spettante a ognuno di essi, riferita alle varie stagioni, ce ne d conoscenza particolareggiata Catone il Vecchio nel trattato De agri cultura. Le porzioni giornaliere nei mesi invernali, quando occorreva dissodare il terreno e la fatica si faceva sentire, aumentavano di peso fino ad arrivare a cinque libbre di pane e a quattro moggi e mezzo di farro e diminuivano in estate, poich il lavoro era meno pesante e gli alberi, primi fra tutti quelli di fico, a integrazione delle razioni di spettanza offrivano frutti da prendere liberamente. Gli schiavi riottosi puniti con l'incatenamento ai ceppi erano nutriti con una quantit di cibo ridotta rispetto i colleghi che mantenevano un bonario comportamento di sottomissione gradito dai proprietari.
Di ben altro tenore erano le cene nelle case dei ricchi epuloni; nonostante le battaglie condotte da Catone sotto la bandiera dell'anti-ellenismo, il seme delle usanze provenienti dalla Grecia era attecchito in tutto ci che riguardava l'alimentazione e quanto a essa collegato. Di conseguenza tra le variazioni costruttive apportate alla tradizionale abitazione di stile italico, nella domus, affinch fossero soddisfatte le esigenze comportamentali richieste dal nuovo modo di concepire il pasto serale, fu realizzata una stanza (o pi) riservata ai convivi: il triclinio.
Nelle proprie case i ricchi aristocratici adibivano a triclinio, due ed anche tre stanze e in considerazione del numero degli invitati utilizzavano la pi piccola per ricevimenti con pochi ma importanti ospiti, invece la pi grande per cene tra amici o con parecchi partecipanti. Per quanto riguardava invece le stagioni, nell'estate adattavano a triclini le stanze esposte alla luce, da dove ammirare il paesaggio, e nei rigidi mesi invernali altri vani pi ritirati e meglio riscaldati.
La camera riservata alla cena era di lunghezza doppia rispetto la larghezza e prendeva il nome di triclinio (dal greco Klinai = letto) dai tre letti addossati ai muri e disposti a semicerchio, in ognuno dei quali nelle cene con ospiti di riguardo si accomodavano tre persone distese. Sistemarne in ognuno un numero maggiore, a quanto riporta Cicerone, era considerato segno di cattiva educazione. Nei ricevimenti tra amici non si badava tanto alla forma e in ogni letto potevano occupare posto pi di tre persone anche se, come riporta il poeta Orazio, il numero di tre era l'ideale. I letti costruiti in legno o in muratura, ricoperti da materassi di stoffa sui quali poggiavano preziose coperte e cuscini, erano rialzati nelle estremit rivolte verso la parte esterna di un tavolo (mensa) di legno di cedro a forma circolare, posto al centro e senza tovaglia, su cui gli schiavi con funzioni di camerieri (ministratores) poggiavano le portate. Ponendoci idealmente di fronte ai letti e seguendo un senso antiorario (da destra verso sinistra), il primo letto prendeva il nome di lectus summus, il secondo ovverosia il centrale, lectus medius, e il terzo, l'altro esterno, lectus imus. I tre posti di ciascun letto, seguendo sempre lo stesso verso, erano chiamati rispettivamente, locus summus, locus medius e locus imus. Nell'assegnazione dei posti, le regole prevedevano che l'ospite pi importante occupasse il locus consularis, l'esterno a sinistra del letto centrale, vale a dire l'imus in medio, secondo la logica di permettere all'invitato di ricevere facilmente un eventuale messaggio portato da uno schiavo durante il convivio. Nel letto accanto, ovverosia nel locus summus in uno, chiamato anche genericamente praetorius, si distendeva il padrone di casa.
Di fronte ai convitati i camerieri ponevano tavoli a tre piedi, di forma quadrangolare (cilliba) o circolare (mensa), su cui posavano vassoi contenenti succulenti cibi e manicaretti, e su un altro tavolo poggiavano brocche (urnaria) piene di bevande destinate ad annaffiare il lauto pasto. Le donne, almeno in et repubblicana, stavano sedute ai piedi degli uomini; solo in epoca imperiale conquistarono il diritto a sdraiarsi sui triclini, mentre i ragazzi sedevano su degli sgabelli, di fronte ai genitori. Quanto agli schiavi, i padroni di mentalit liberale consentivano che in qualche giorno di festa usassero anche loro il triclinio.
Mangiare distesi sul triclinio divenne sinonimo di elevato tenore di vita e di alto livello sociale, una prerogativa delle persone ricche e dei nobili, che solo in casi eccezionali ne facevano a meno, un'abitudine che li distingueva dai modesti cittadini che mangiavano in casa, seduti, o in locali pubblici addetti alla ristorazione, e dagli stranieri di passaggio che si fermavano a desinare in qualche osteria. Plutarco, nelle vite parallele di Focione e Catone l'Uticense, narra che dopo la sconfitta patita dagli Optimates a Farsalo, Catone cadde in depressione e promise a se stesso di non mangiare sul triclinio fino a quando non sarebbe stato abbattuto il regime tirannico instaurato a Roma da Giulio Cesare.
Man mano che gli invitati arrivavano a casa dell'anfitrione, uno schiavo incaricato di indicare al padrone il nome delle persone (nomenclator) li annunciava, un altro toglieva le scarpe, lavava i piedi e faceva calzare i leggeri sandali che si usavano in casa (soleae). Nei pranzi di etichetta era d'obbligo indossare le scarpe e non stare a piedi nudi come facevano i Greci. I commensali prima di accomodarsi nei posti riservati, svestivano la toga e indossavano una leggera tunica ampia e colorata, generalmente in lino (synthesis o vestis coenatoria), che per la morbidezza del tessuto permetteva di sentirsi comodamente a proprio agio. In banchetti informali organizzati dal padrone di casa con il solo scopo di passare una serata in allegria insieme agli amici, ognuno si sistemava in un posto di gradimento. Agli ospiti era consentito di condurre con loro un numero limitato di persone che non erano state invitate direttamente dal padrone di casa; costoro erano chiamati umbri e partecipavano al convivio seduti su sedie o sgabelli (subsellia), com'era d'obbligo a donne e bambini. Dopo che i convitati si erano accomodati, la cena iniziava con l'assaggio degli antipasti (gustationes); uova sode e olive non mancavano mai, mentre le ostriche comparivano sulla tavola nei banchetti sfarzosi. Bevute di mulsum accompagnavano il primo giro, seguivano quindi le portate di primi e secondi piatti; ciascuna pietanza era chiamata ferculum o coena (prima coena, altera o secunda coena, tertia coena, ...) e il tutto formava la cena vera e propria. Le portate raggiungevano un numero variabile secondo l'importanza del ricevimento; in ogni caso in un banchetto degno di tale nome le fercula non erano mai inferiori a sette. La variet e la preparazione dei cibi erano molto curate dai cuochi che compravano l'occorrente nel mercato specializzato del forum coquinum (mercato dei cuochi) e nel cucinare profondevano il massimo impegno per acquistare con la riuscita della serata una buona reputazione, ma soprattutto per mettersi al riparo di possibili bastonature che sarebbero arrivate a seguito di un insuccesso o di uno scarso gradimento delle vivande.
I cuochi erano schiavi e in origine il costo di ognuno, si aggirava - e agli acquirenti sembrava caro e salato - presso poco al prezzo di un cavallo; con il diffondersi dei banchetti, i prezzi d'acquisto dei cucinieri lievitarono notevolmente per la notevole richiesta dei padroni delle lussuose domus, impegnati a farsi concorrenza nell'accaparrarsi i migliori e ben figurare. Un cuoco nell'immediato periodo dell'impero arriv a costare quanto tre cavalli; per Plinio il Vecchio si era giunti al punto di esaltare quegli schiavi che con grandissima abilit sapevano mandare in malora le ricchezze del padrone!
I nobili di solito possedevano uno stuolo di cuochi tenuti nelle favolose abitazioni per provvedere alla preparazione dei cibi nei banchetti che si succedevano a un ritmo sempre pi serrato. Ci non toglieva che per un motivo qualsiasi, invece di ricorrere alle prestazioni dei servitori, gli organizzatori per affittare il personale addetto alle cucine si rivolgessero a un'agenzia specializzata; proprio come oggi fanno persone danarose che utilizzano le prestazioni professionali di cuochi e camerieri occasionali per dare ricevimenti nelle proprie lussuose abitazioni, anzich partecipare inviti al ristorante.
Nei banchetti l'anfitrione si prefiggeva non soltanto di offrire ai conviviali, leccornie, cibi dal gusto ricercato per deliziare i palati e un'esagerata variet di pietanze che rendeva manifesti gli sprechi, ma anche di sbalordirli con motivi floreali ed effetti scenografici. Svetonio racconta che per il solo addobbo floreale Nerone di un banchetto spese quattro milioni di sesterzi, una cifra paragonabile a otto milioni di euro odierni. Nella cena offerta dall'arricchito liberto Trimalchione, descritta da Petronio nel Satyricon e rievocata due secoli dopo da Macrobio,  tratteggiato con dovizia di particolari quanto d'inimmaginabile si presentasse agli occhi degli invitati ai convivi dell'epoca (imperiale) in cui gli sperperi raggiunsero l'eccesso e i banchetti si trasformarono in crapule: Tornando all'antipasto, su un grande vassoio era sistemato un asinello di bronzo corinzio che portava una bisaccia a due tasche delle quali l'una conteneva olive chiare, l'altra scure ... .... in mezzo una lepre provvista di ali in modo da sembrare un Pegaso .... A questo tenne dietro un vassoio, sul quale era sistemato un cinghiale di grande mole e per giunta fornito di un cappello, dalle cui zanne pendevano due cestini fatti di palme intrecciate, ripieni l'uno di datteri freschi, l'altro di datteri secchi. Intorno al cinghiale, poi, dei porcellini fatti di pasta biscottata, dando l'impressione di stare attaccati alle mammelle, indicavano che era femmina.
I commensali mangiavano sui triclini, sdraiati sul fianco sinistro (un'abitudine importata dalla Grecia nel secondo secolo avanti Cristo) e appoggiati col gomito su un cuscino (cubital) su cui alla fine della cena si sarebbero lasciati scivolare sazi di cibi ed ebbri di vino. E portavano il cibo alla bocca con la mano, perch la forchetta non era ancora in uso e il coltello era un oggetto superfluo, probabilmente usato solo per sbucciare la frutta. Ogni portata prima di essere servita a tavola da giovani servitori dalla capigliatura fluente (ministratores), era preparata da uno schiavo preposto a disporre le vivande sui vassoi (structor), poi un servo divisore (scissor) la riduceva in piccole porzioni (pulmenta) che non avevano bisogno di essere ulteriormente rimpicciolite; nelle case lussuose uno schiavo (praegustator) assaggiava i cibi prima che fossero serviti, per capirne il gusto e forse anche per prevenire intenzionali avvelenamenti.
Le posate indispensabili si riducevano pertanto al cucchiaio tradizionale (ligula) o a un mestolo (trulla), necessari a prendere da un piatto piano (patina) o da un piatto fondo (catinus) cibi liquidi o cremosi. Per mangiare le ostriche era in uso un cucchiaio particolarmente appuntito (cochlear), adatto ad aprire i molluschi.
In perfetta linea col galateo di allora, ciascun commensale aveva a disposizione sulla tavola un accessorio dal doppio uso, da impiegare al momento del bisogno: un bastoncino che da un'estremit fungeva da stuzzicadenti e dall'altra, a forma di piccolo cucchiaio riproducente una mano in miniatura, serviva a grattarsi le orecchie in caso di prurito o a nettarle. La buona educazione richiedeva che noccioli, ossi, scorze e altri rifiuti non fossero raccolti in un piatto o in un vassoio, ma gettati per terra sotto i letti. Ultimata la cena, sarebbe stato compito degli schiavi pulitori (scoparii) spazzare, lavare il pavimento e pulire le suppellettili. L'ipotetico monsignor Della Casa di quei tempi suggeriva pure di sporcare il meno possibile la mano adoperata a prendere il cibo e nel servirsi delle pietanze di portarle alla bocca con le punte delle dita. Le salviette non erano ancora in uso e i commensali alla fine di ogni portata si lavavano le mani dentro un catino pieno di acqua profumata con aromi, fatto girare per la stanza da uno schiavo; poi se le asciugavano con un tovagliolo (mappa) portato da casa o fornito dall'anfitrione per metterci dentro i doni da portar via (apophoreta) o gli avanzi del banchetto.
Terminata la parte centrale della cena, gli invitati iniziavano le secundae mensae, la fase del banchetto corrispondente al nostro dessert, il momento dell'ultima portata, durante il quale mangiavano frutta secca, dolci preparati con miele e frutta fresca (ingredienti base impiegati come dolcificanti), marmellate, paste di formaggio amalgamato con frutta, datteri farciti e tantissime altre specialit che i pasticceri erano in grado d'inventarsi per deliziare i golosi palati.
La consuetudine di mangiare uova durante l'antipasto (gustatio) e chiudere la cena con la frutta, diede l'origine al detto: ab ovo usque ad mala, dal significato, dal principio alla fine.
I conviviali accompagnavano i dolci con bevute continue a volont in coppe d'oro o di cristallo o di murrina - un minerale fluorescente di lucentezza vitrea e di diversi colori, che a detta degli intenditori rendeva il vino migliore -, brindando di tanto in tanto in onore delle divinit protettrici del focolare domestico (lares familiares) per ingraziarsele.
Le libagioni culminavano nel brindisi di chiusura (commissatio) che i partecipanti alla cena disposti in cerchio indirizzavano a qualcuno di loro stessi, buttando gi tutto di un fiato un calice di vino per ogni lettera dei tre nomi dell'uomo interessato, oppure bevendo a giro in un'unica coppa, a cominciare dal maggiorente del convivio. Si asteneva dal bere soltanto il giudice della libagione (arbiter bibendi), nominato in precedenza per stabilire di quanto e come dovesse essere diluito il vino, se con acqua calda o fredda. Spettacoli di genere vario, cantori, musicisti, lettori di storie epiche, buffoni dalla loquacit irrefrenabile e dalla battuta scurrile allietavano le serate dei benestanti festaioli. Ballerine lascive provenienti da Cadice (Gades), dagli abiti molto scollati, si esibivano al suono di nacchere in danze che stimolavano l'immaginazione degli astanti e se non era possibile trovare spagnole veraci, si spacciavano per iberiche ragazze compiacenti provenienti da altri paesi. A conclusione del banchetto, qualche munifico anfitrione organizzava una lotteria con doni destinati agli ospiti; dentro un'urna metteva bigliettini su ciascuno dei quali vi era scritto il nome dell'oggetto abbinato, poi ordinava a un valletto di distribuirli e di leggere ad alta voce mentre li consegnava, il tipo dell'oggetto accoppiato.
Alla fine della serata, nel congedarsi, ciascun invitato avvolgeva in un tovagliolo il cibo rimastagli e lo portava a casa; ospiti maleducati cercavano di arraffarne quanto pi possibile, lo consegnavano di soppiatto agli schiavi e il giorno dopo per racimolare quattrini lo rivendevano.
Banchetti sfarzosissimi tiravano avanti fino alle ore antelucane del giorno successivo o fino all'alba, parte della giornata in cui tutti gli intervenuti ritornavano alla propria abitazione.
- L'ora decima, consona a chi amava la cultura e non la dissolutezza, ritenuta da Marziale il momento ideale per leggere le sue poesie, apparteneva ormai al giorno precedente. Capitava a volte che i commensali fossero trattati in modo diseguale, che il padrone di casa riservasse per s e per gli ospiti pi illustri le pietanze pi prelibate e il vino migliore e facesse cenare quelli meno in vista con cibi scadenti e vino di pessima qualit per rimarcare palesemente il dislivello esistente tra le classi sociali di appartenenza dei convitati. Marziale scrive di una matrona che amava cibarsi di pane morbido e gustoso, ma a casa sua riservava agli altri, pagnotte di farina nera e vino torbido di color veleno. E Giovenale dedica pi di cento versi a uno zoticone di nome Virrone, abituato a cibarsi con pane di fior di farina, a bere vini pregiati e ad abbuffarsi con triglie di Tauromenium (Taormina), con fegato d'oca, con funghi e tartufi, con grasse pollastre e con frutti succulenti da fare invidia a quelli maturati nel giardino delle Esperidi. Mentre ai convitati che pranzavano accanto a lui, riservava pane duro, cavoli lessi all'olio, funghi sospetti d'essere velenosi, un avanzo di gallina vecchia, e da bere, vino di pessima qualit; alla fine per frutta offriva una mela marcia simile a quelle rosicchiate dalle scimmie ammaestrate.
Non tutti gli anfitrioni per si comportavano in maniera irrispettosa; alcuni, almeno a tavola, appianavano il profondo solco che divideva le classi sociali. Dice Plinio il Vecchio: invito i miei ospiti a cena per farli mangiare, non per umiliarli.
La frugalit dei tempi in cui il popolo romano mangiava per vivere era stata messa definitivamente alle spalle; gran parte della cittadinanza viveva ormai solo per mangiare. Nelle cene luculliane approntate da Trimalchione o da anfitrioni del suo livello, i commensali vomitavano per mangiare e mangiavano fino a vomitare (vomunt ut edant, edunt ut vomant).
Quando i banchetti presero la piega di colossali bagordi, di quanto fossero nocive alla salute e quante malattie generassero le interminabili gozzoviglie, se ne rendevano conto intellettuali del tempo dotati di buon senso: criticavano i crapuloni, non seguivano i cattivi esempi e per mostrare con fatti concreti morigeratezza preparavano per gli ospiti cene improntate alla sobriet.
Orazio aveva un metodo personale associato alla digeribilit, per capire se un cibo fosse nocivo o no alla salute; notava come il corpo assimilasse facilmente una pietanza semplice e come invece si scombussolasse lo stomaco quando si mescolavano cibi diversi e oltremodo difficili da digerire: ... a che punto, infatti, la variet dei cibi sia nociva per l'uomo, puoi capirlo, se ripensi a come quel giorno, quella pietanza semplice ti si sia assestata alla perfezione. Invece, non appena avrai mescolato bollito e arrosto, frutti di mare e tordi, quei dolci sapori si muteranno in bile e il muco vischioso porter lo scompiglio nel tuo stomaco.
Giovenale riprovava i festini e a un amico di nome Pontico rimproverava di essere dedito agli stravizi e di andare a dormire quando gi nel cielo era apparso Lucifero (il pianeta Venere), visibile poco prima del sorgere del sole, ora in cui i generali si apprestavano a muovere le insegne e gli eserciti.
Plinio il Giovane raccomandava di non bere troppo vino nei banchetti: l'eccesso portava all'ubriachezza e offuscava la memoria e a coloro che lo bevevano oltre la giusta misura, rendeva vuoto il giorno in corso e ancora di pi quello successivo. E per coerenza ai consigli distribuiti ad amici e conoscenti, non accettava inviti a pranzo a casa del console Catilio Severo, se non a condizioni che si trattasse di una cena discreta, senza sperperi e rallegrata da conversazioni filosofiche socratiche; lo stesso criterio valeva se era lui a invitare a casa sua. Abbiamo la lista di quanto abbia preparato per ricevere un ospite di nome Septicio Claro; un vero esempio di frugalit: una lattuga, tre lumache, due uova a persona, cipolle, olive e zucche; un pasticcio di farro innaffiato con vino mescolato al miele e posto a raffreddare nella neve, e come intermezzo un lettore, o un comico, o un suonatore di lira, o tutti e tre assieme.
La Repubblica romana ebbe dalla sua parte la grandezza di esprimere nei momenti critici grandi personaggi in grado di risolvere a suo favore intricate vicende (i cosiddetti uomini della provvidenza) e di garantirle una continua ascesa verso il dominio sul mondo; gi alla nascita, Marco Giunio Bruto e Publio Valerio Publicola nel 509 a. C. aiutati dalla fortuna sventarono il tentativo di restaurazione monarchica di Tarquino il Superbo. Con cadenze poco pi che centennali, famosi generali salvarono la patria da tracolli di origini esterne: nel 390 a. C. Marco Furio Camillo dai Galli Senoni, nel 202 a. C. Publio Cornelio Scipione dai Cartaginesi di Annibale, nel 101 a. C. Gaio Mario da un'orda di Cimbri, Teutoni, Tigurini e Ambroni. Condottieri del calibro di Lucio Cornelio Silla, Lucio Licinio Lucullo, Gneo Pompeo Magno, e Gaio Giulio Cesare le permisero di estendere il dominio sui tre continenti conosciuti. E quando le istituzioni stavano per essere sovvertite dalla congiura di Catilina, la repubblica fu salvata non da un militare, bens da Cicerone, il pi grande degli oratori. Sembrava che una mano divina guidasse Roma in un cammino inarrestabile intrapreso dal giorno della fondazione, col segreto intento di portarla a dominare su una moltitudine di popoli di varie etnie e che un nume tutelare favorisse la nascita di cittadini destinati a risolvere complicate situazioni che con regolarit si manifestavano. E se nei periodi d'intricate vicende belliche emersero abilissimi generali capaci di volgere le sorti delle guerre a favore di Roma, quando le cene luculliane prevalsero sulla sobriet e sulla morigeratezza, nacque il gastronomo Marco Gavio Apicio, passato alla storia per essersi ucciso dopo aver dissipato un immenso patrimonio, credendo di essere rimasto cos povero - ma era solo una sua impressione -, da non poter pi sostenere i dispendiosi festini cui era abituato. Nel 230 d. C., circa due secoli dopo la scomparsa di Apicio, un cuoco di nome Celio compil, attribuendolo al famoso suicida esperto di arte culinaria, il De re coquinaria (Arte culinaria), una raccolta di quattrocentocinquanta ricette in dieci libri, che per la posterit rappresent la maggiore fonte d'informazione sugli alimenti usati dai Romani e sul modo di cucinarli.
Marziale in un epigramma dileggia il modo in cui Apicio si procur la morte: Aveva sperperato una fortuna di sessanta milioni di sesterzi, ma gliene rimanevano ancora una decina; nonostante ci non aveva potuto sopportare quella che per lui era fame e sete e aveva bevuto pi golosamente di quanto non avesse mai fatto, il veleno come ultima bevanda.
Lucio Anneo Seneca, il precettore di Nerone, odiava la dissolutezza insita nelle cene romane e identificava nelle abbandonate abitudini della sobriet dei pasti la causa principale del decadimento strisciante che attraversava in senso trasversale la societ nella sua interezza e ne minava le basi morali; disprezzava lo stile di vita di Apicio, antitetico ai suoi principi filosofici stoici che nei comportamenti virtuosi della moderatezza riconoscevano il raggiungimento della felicit, anzich nella gozzoviglia continua. Per questa ragione additava ai giovani le abitudini a tavola del gastronomo come esempio di licenziosit sfrenata da rifiutare e li esortava invece a vivere nell'integrit morale e intellettuale, allo scopo di raggiungere l'equilibrio interiore. Ottimo precettore, Seneca per non aveva abbastanza coraggio da essere coerente col suo pensiero filosofico e infrangeva i propri ideali. In futuro mettendosi alle spalle i precetti etici impartiti ai discepoli, avall il matricidio di Nerone, assumendosi la responsabilit morale dell'omicidio di Agrippina.
Toccato l'apogeo, le sfarzose cene imboccarono il periodo crepuscolare. Con la diffusione della religione cristiana in tutti gli strati della societ, gli sfarzosi banchetti subirono un'inversione di tendenza e presero la via del declino. I cittadini romani ritornarono alle primitive abitudini di mangiare seduti e di consumare i pasti nella frugalit, in una quantit strettamente necessaria a soddisfare la fame. La societ tornava indietro negli anni non per motivi di costume, bens per ragioni di credo religioso. La ritrovata morigeratezza nel campo alimentare raccoglieva il gioioso consenso dell'apologeta cristiano Tertulliano: Non ci si sdraia per mangiare, che dopo una preghiera a Dio. Si mangia secondo la propria fame, si beve come conviene a gente pudica, ci si sazia come conviene a gente che non dimentica che anche la notte bisogna adorare Dio. Si discorre come chi sa che Dio ascolta.
La gola, concepita da Dio per adempiere le vitali necessit corporali, e organo di cui i ricchi Romani si erano serviti allo scopo di procurarsi piacere spropositato, per evitare che divenisse strumento di dannazione eterna doveva essere sottoposta a una rigorosa disciplina.

13. Il tempo libero.

Sul finire della Repubblica Orazio, abile come soltanto sensibili uomini di cultura lo sono nel sintetizzare in versi i costumi, le idee e le aspirazioni della societ, si faceva portavoce delle intenzioni comuni che affollavano la mente del popolo romano: Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero ... (Mentre parliamo il tempo invidioso sar gi fuggito. Cogli l'attimo, fiduciosa il meno possibile nel domani ...). Con la frase divenuta celebre, il poeta di Venosa esortava i contemporanei di sfruttare al massimo le occasioni che si presentavano e a gustare i piaceri che di volta in volta potevano assaporare, poich era impossibile prevedere quanto il futuro avrebbe riservato. Con poche parole trasmetteva alla societ un pensiero epicureo aderente a una visione di esistenza libera dal timore delle divinit e della morte e da vivere senza rinunce per soddisfare appieno le volutt terrene.
Alla fine delle guerre puniche Roma fu inondata dalle innovazioni provenienti dalla Grecia e non si tratt di un ruscelletto ma di un impetuoso fiume di civilt e dottrina (Cicerone).
Contro l'avanzata dei costumi ellenici Catone aveva intrapreso una battaglia personale nel nome del patrimonio morale del mos maiorum, ma era stato irrimediabilmente sconfitto dalle forze innovatrici. Travolto l'ultimo argine difensivo della tradizione, le abitudini provenienti dall'oriente, sostenute da una parte importante della societ romana (il circolo degli Scipioni e il generale Flaminino su tutti), dilagarono. Il nuovo costume di vita contagi tutti gli strati popolari e nessun ceto ne fu immune. Le sfarzose cene presero il sopravvento sulla frugalit e nelle lussuose domus comparvero i triclini; le donne incominciarono un percorso di emancipazione verso l'affrancazione dal potere autoritario del capo famiglia; la liberalit prevalse sulla riservatezza e l'interesse privato scavalc il bene pubblico. Le posizioni dei valori morali si rovesciarono e la convenienza collettiva da perseguire in nome dello Stato, fu prevaricata dall'avidit di singoli che profittandosi delle cariche pubbliche, perseguivano il raggiungimento di fini egoistici. L'ignara Repubblica aveva imboccato la strada che l'avrebbe portata a percorrere l'ultimo tratto della parabola discendente; si erano create le condizioni affinch l'opinione profetica di Cicerone si avverasse ... gli Stati nascono, crescono e infine decadono per saziet e perch non hanno pi nulla da esprimere.
Di l a poco Ottaviano Augusto avrebbe calato definitivamente il sipario sull'et mediana dell'antica Roma, forse nel complesso la migliore di un'epoca storica pi che millenaria, e senz'altro la pi affascinante per la molteplicit dei grandissimi personaggi espressi. Roma aveva intrapreso un cammino accidentato, da far scrivere un secolo dopo a Tacito che la dignitas (dignit) personale era scaduta per lasciare posto ad atteggiamenti servili inconciliabili col pubblico decoro. Le famiglie incominciarono a sfaldarsi e in una situazione di decadenza morale agivano ormai cittadini non pi disposti all'estremo sacrificio per la grandezza della patria ma persone con il pensiero rivolto a come impegnare il tempo libero e soprattutto a come divertirsi.
In quell'epoca di preludio al declino, la parte della giornata che meglio si prestava agli svaghi, era il pomeriggio, giacch la mattina impegnava la cittadinanza - perdigiorno esclusi - nel lavoro o negli affari.
La giovent affollava il Campo Marzio per praticare attivit fisiche, con l'intenzione di irrobustire il corpo. In epoca rgia, la grande distesa pianeggiante, delimitata a ovest da un'ansa del Tevere e a nord dal Campidoglio e dal Quirinale, era stata consacrata al dio Marte; sul finire del regime monarchico i Tarquini se ne appropriarono e la adibirono a piantagione di cereali (farro, grano). Nell'anno 510 a. C. con la cacciata dell'ultimo re Tarquinio il Superbo, le coltivazioni furono sradicate e gettate nel Tevere poich, essendo la terra consacrata a Marte, sarebbe stata un'empiet consumare i frutti coltivati in quei campi. La corrente trascin tronchi, spighe, piante, insomma tutto quanto era stato estirpato e gettato nel fiume, fino a un punto in cui tutta quel quantitativo di materiale si blocc. Era d'estate e per la scarsa portata del fiume sui grovigli inerti si accumul una massa di terra e di fango trascinata a valle dalla corrente; la piccola superficie trattenendo i detriti lentamente si allarg fino a formare l'isola Tiberina, chiamata in latino tra i due ponti (inter duo pontes), dalle due costruzioni di legno che la collegavano con la terraferma: il Ponte Fabricio col Campidoglio e il Ponte Cestio con la zona dell'odierna Trastevere (trans Tiberim). Sul suolo dell'isoletta nel 291 a. C. la popolazione romana, disperata per essere stata colpita dalla peste e guidata dal consulto dei libri Sibillini, i libri del destino (libri fatales), elev in onore di Esculapio (Aesculapius) il dio della medicina, un tempio consacrato al culto. Espropriata ai Tarquini, l'intera area del Campo Marzio in periodo repubblicano fu riconsacrata e restituita alla cittadinanza; la posizione originaria, fuori del pomerium, permetteva la presenza di uomini armati, divent quindi sede delle assemblee dei comizi centuriati che si riunivano in armi. Per conformazione orografica la zona si adattava bene alle esercitazioni militari, e spesso chi la frequentava incontrava soldati impegnati ad addestrarsi. Per la vicinanza dal centro cittadino, era meta dei giovani che vi si recavano per ritemprare il fisico con esercizi a corpo libero, fatti seguire da corse, nuotate nel Tevere o lunghe cavalcate, che li preparavano ad affrontare la vita militare. Al Campo Marzio non si recavano soltanto uomini per praticare sport o soldati per compiere esercitazioni militari, c'era anche chi andava a divertirsi con la palla, un gioco praticato pressoch dai tutti i popoli fin dallo stadio primordiale; di esso a Roma ne esistevano quattro o cinque variet, ciascuno giocato con un diverso tipo di sfera.
Il gioco
Nella Tomba dei Dipinti, appartenente a una necropoli situata in Roma lungo la via Portuense, un affresco attesta che il gioco della palla era una delle attivit sportive pi praticate, tanto per agonismo quanto per diletto. Quel genere di passatempo, prima che nel Lazio, era conosciuto nell'Ellade, giacch i Romani appresero dai Greci l'harpastum, chiamato cos dal nome della piccola e dura palla ripiena di lana o di stoppa. I giocatori tra le urla, i battimani e i fischi degli spettatori, si disponevano in due squadre ciascuna delle quali con rapidi passaggi cercava di portare la palla oltre la linea che delimitava il campo avversario. La contesa si svolgeva tra spinte, duri contatti e placcaggi, che rendevano il gioco molto simile al moderno football americano. Il ludus (gioco) a Roma trov molto seguito tra sportivi che si cimentavano in gare giocate su campi allo stato naturale. Le frequenti mischie tra gli atleti sollevavano verso il cielo grandi nuvole di polvere, quindi con un pizzico d'ironia che nemmeno a quei tempi ai Romani mancava, il nome del gioco fu trasformato in pulverulentus (polveroso).
Un'altra gara molto diffusa e dai toni agonistici accesi, consisteva nello spingere una palla con dei bastoni, come similmente avviene nell'hockey.
Che tali competizioni fossero seguite dalla cittadinanza di Roma, anche se non furono coinvolgenti come altre e non assunsero mai i connotati di un fenomeno sociale duraturo nei secoli, ne d testimonianza una vetusta iscrizione nell'abbazia di Piastra che ricorda in Publio Petronio Primo, il nome di un giocatore di palla (lusor folliculator).
Un antico dipinto custodito nel museo di Ancona, che ritrae una donna impegnata a fare rimbalzare per terra una palla (folliculus, follis), ci segnala come con la palla la giovent romana non si cimentasse solamente in gare, ma se ne servisse pure in passatempi individuali che coinvolgevano il gentil sesso. Per il semplice svago e in totale assenza di agonismo le ragazze, infatti, si dilettavano con un pallone riempito di piume (paganica), tanto leggero da essere impiegato in esibizioni danzanti o canore.
Si giocava a palla all'aperto o nello sferisterio (sphaeristerium), una sala costruita all'interno delle terme per consentire ai giocatori (piriclepi) di lavarsi dopo una salutare sudata. Al gioco si appassionavano non solo persone di modesta condizione sociale ma anche personaggi illustri. Svetonio nella vita di Augusto ci d una sintesi degli svaghi pi apprezzati dall'alta societ romana: Appena le guerre civili terminarono, Augusto non si esercit pi nell'equitazione e nella scherma e si dedic prima al gioco della palla e del pallone e poi si limit alle passeggiate in lettiga o a piedi, che terminava nell'ultimo tratto correndo e saltando avvolto in una sottile sopravveste di pelle o in una leggera coperta. Per riposare la mente, talvolta andava a pescare con l'amo, talvolta giocava ai dadi, alle pietruzze e alle noci con ragazzini scelti dovunque.
Mecenate, ministro di Ottaviano Augusto e protettore di grandi artisti, nutriva un'incommensurabile passione per il trigon (gioco della palla a tre) le cui regole complete non sono mai state ricostruite. Per tale motivo pregava spesso i suoi beniamini Virgilio e Orazio, di accompagnarlo al Campo Marzio - un luogo frequentato anche da altri uomini di chiara fama -, per fargli da compagni o per assistere al gioco. La partita era interpretata da tre sportivi che sotto l'occhio vigile di un direttore di gara si disponevano agli angoli di un triangolo e si passavano palle dure e di grossezza quanto quelle con cui si gioca il moderno baseball. L'abilit dei giocatori consisteva nell'afferrare le palle al volo con la mano destra e lanciarle velocemente con la sinistra, aiutati da ragazzi che raccoglievano le palle cadute per terra e le porgevano a chi si trovava a mani vuote. Virgilio e Orazio, intellettuali abituati a lavorare di cervello, ma che disdegnavano la fatica corporale, per non essere scortesi verso il loro benefattore accampavano spesso scuse per svicolare.
Orazio nei versi di una satira scrive che erano gli strali del sole ad avvisarlo quando giungeva l'ora di abbandonare il Campo Marzio e il gioco del trigon, per recarsi alle terme; in un'altra narra che in un viaggio verso Brindisi, durante una sosta, Mecenate organizz una partita. Per non parteciparvi Orazio accus la congiuntivite e Virgilio il mal di fegato; Mecenate se ne and a giocare a palla, mentre loro due si misero a letto e si giustificarono dicendo che la congiuntivite e il mal di fegato non si conciliavano con i giochi faticosi.
I giovani per approcciare i coetanei dell'altro sesso, avevano l'abitudine di frequentare di giorno i numerosi giardini di Roma. Sotto l'ombrosa frescura degli alberi o al riparo del sole, all'interno dei portici delle tante basiliche, ragazzi e ragazze passeggiavano noncuranti degli sguardi e del chiacchiericcio che gli anziani facevano nei loro riguardi, ricordando la severit dei costumi e la riservatezza dei tempi della loro trascorsa giovent. Di notte le coppiette si appartavano ad amoreggiare, lontani da occhi indiscreti, nella distesa pianeggiante del Campo Marzio che ben si adattava a luogo d'incontro. Tutti questi passatempi innocenti, senza secondi fini, avevano lo scopo di far trascorrere il tempo libero, rallegrato dalla presenza di amici o in compagnia dell'amata met, tuttavia vi erano altri giochi e modi altrettanto divertenti per svagarsi.
Usi e i costumi non sono i soli comportamenti dei popoli a essere tramandati da una generazione a un'altra, anche i giochi sono trasmessi ai discendenti, quantunque nei passaggi subiscano modifiche e adattamenti pi confacenti all'ambiente e al tempo in cui si svolgono; di tutti gli altri quello dei dadi per semplicit  uno dei giochi pi antichi, tanto da far perdere le sue origini nella notte dei tempi. Riesce pressoch impossibile risalire all'etimologia del vocabolo dado; sappiamo per che nel lessico latino con il vocabolo datum s'identificava qualcosa gettata, come appunto sono i dadi lanciati durante il gioco. La passione dei Romani per i piccoli cubi numerati  risaputa, al pari delle scommesse poste durante il gioco. Nei tanti riferimenti, la storia ci tramanda la celebre frase pronunciata da Giulio Cesare, prossimo a varcare il Rubicone: Alea iacta est (il gioco d'azzardo  tratto, incominciato), dove alea non sta per il dado singolo, ma per il gioco d'azzardo nella sua completezza. Il cubo numerato a sei facce, il dado, infatti, in latino era chiamato: tessera.
Il vangelo di Giovanni ci ricorda come sul Glgota, i soldati romani posti a guardia della croce, col lancio dei dadi sulla tunica di Ges Cristo si spartirono le sue vesti. Orazio nei versi delle sue poesie deprecava il gioco dei dadi, invece il suo protettore, l'imperatore Augusto ne era un patito e per coinvolgere gli ospiti distribuiva 250 denari a testa, affinch si divertissero senza l'apprensione di mettere in pericolo il proprio denaro. Pochi spiccioli sicuramente i 250 denari se rapportati ai quattrocentomila sesterzi che Nerone rischiava a ogni puntata.
Per impedire alle persone adulte di rovinarsi, lo Stato proibiva i giochi d'azzardo per tutta la durata dell'anno, tranne che nei giorni festivi dei Saturnali. La legge che regolava il gioco era senza mezze misure e prevedeva la restituzione dei soldi al perdente che lo avesse richiesto, anche se il denaro era stato pagato al vincitore senza alcuna costrizione. Sebbene tanti cittadini trascurassero la legge, depauperando gravemente il patrimonio personale con il gioco d'azzardo, il popolo romano non arriv a farsi coinvolgere dalle scommesse fino al punto estremo come succedeva ai Germani, in particolare agli abitanti oltre il fiume Reno, che a quanto scrive Tacito in La Germania, erano attratti sconsideratamente dal gioco fino a scommettere somme ingentissime e i pi accaniti arrivavano addirittura a mettere in palio la libert personale.
A Roma, nelle taverne e nei retrobottega, ai dadi si giocava d'azzardo, nonostante la legge, cos come negli altri giochi, vietasse puntare dei soldi. Lo Stato con la proibizione delle scommesse impediva che tante famiglie si dissestassero, contraendo debiti in un gioco non sempre leale. Nelle bische dell'epoca circolavano molti bari che truccavano i dadi inserendo all'interno piccoli pesi per far s che uscissero numeri prestabiliti piuttosto che altri. Un'altra truffa consisteva nel come disporre i dadi nel palmo della mano e nel modo di gettarli sul tavolo; per impedire inganni di tale genere, i giocatori prima del lancio erano obbligati ad agitarli dentro di un bossolo (fritillus).
Il colpo migliore era Venere (Venus), quando dal lancio uscivano tre sei; il peggiore, cane (canis), se venivano fuori tre assi. Nel gioco si adoperavano sempre almeno due cubetti numerati, di solito tre e certe volte anche quattro, quindi, volendoci riferire ai dadi,  d'obbligo che ci esprimiamo sempre al plurale.
Nelle feste dei Saturnali, assimilabili al nostro Carnevale, la legge andava in sospensione e gli amanti del gioco puntavano grosse somme; si trattava di giorni particolari durante i quali tutte le regole societarie subivano stravolgimenti: perfino i padroni servivano la cena agli schiavi distesi sui triclini! Sul rispetto delle regole del gioco vigilavano gli edili, magistrati minori privi d'imperium (potere supremo), autorizzati dalla legge a infliggere ai trasgressori, multe fino a quattro volte la posta in gioco e far restituire al perdente, se richiesta, la somma intascata dal vincitore.
Tanto antico da essere confuso con il gioco dei dadi e altrettanto sedentario, era il gioco con gli astragali (astragaloi in greco; tali in latino, da tallone), importato a Roma dalla Grecia. Gli astragali, parti dei talloni di animali, saldati allo stinco, si ricavavano dalle ossa di capre e di montoni, ma ci non toglieva che potessero essere fabbricati in avorio, marmo, oro, bronzo o altri metalli. In tempi antichissimi servivano da strumento all'arte divinatoria per conoscere la volont degli di. Del loro impiego nel gioco, ne diffonde notizia Omero nell'Iliade, nel capitolo in cui Patroclo uccide un compagno in una lite generata dal gioco degli astragali. Essendo a forma di parallelepipedo, e quindi impossibilitati a stare in equilibrio sulle due facce pi strette, se lanciati, cadevano obbligatoriamente su una delle quattro facce pi lunghe, due delle quali erano piatte, una concava e una convessa. A ognuna delle quattro facce utili era assegnato un punteggio diverso: uno, tre, quattro, sei; nei lanci che si susseguivano, il gioco non premiava il giocatore che otteneva pi punti, bens quello che era capace di fare uscire determinate combinazioni prestabilite. Si giocava con quattro astragali per volta e la migliore combinazione, come nei dadi, era Venus: quella in cui ogni ossicino presentava una faccia diversa dall'altro (1, 3, 4, 6); il lancio peggiore, canis: quattro assi. Nel gioco dei dadi e degli astragali era unicamente la dea bendata a determinare la vincita o la perdita, ma in altri passatempi i giocatori per ottenere la vittoria dovevano contare unicamente sulla propria abilit.
Richiedeva una grande bravura il gioco delle dodici linee (ludus duodecim scriptorum) che si svolgeva tra due giocatori con lanci di due dadi e con dodici pedine, sei di colore bianco e sei di colore nero, tutte da muovere su un tabellone di gioco (tabulae lusoriae), uno dei quali si pu osservare sulle gradinate dei ruderi della basilica Giulia nel Foro Romano. Una variabile prevedeva l'utilizzo di tre dadi; in tal caso il numero delle pedine, da quindici, saliva a trenta, equamente divise in bianche e nere. Locali privati - dalle taverne, alle osterie -, e luoghi pubblici - dal Foro, al Circo -, erano attrezzati con tabulae lusoriae in marmo a disposizione di chiunque voleva cimentarsi in quel gioco, cos diffuso da non invogliare alcun letterato del tempo a tramandarci le regole, rimaste pertanto a noi sconosciute.
Per quanto  possibile sapere, il tabellone era diviso da dodici linee verticali, tagliate in due da una retta perpendicolare orizzontale. A volte le linee verticali, come alcuni reperti archeologici in tavole di pietra dimostrano, erano sostituite da sei parole formate, ciascuna da sei lettere e disposte su tre righe. Le parole, separate l'una dall'altra da un disegno solitamente di natura floreale o animale, lette una di seguito all'altra, formavano una frase di senso compiuto che aveva attinenza con il ludus duodecim scriptorum. Il gioco rassomigliava al backgammon, uno degli intrattenimenti d'antichissima origine che richiede un misto di abilit e fortuna e alla lunga sicuramente premia il giocatore pi abile, anche se nella partita singola pu vedere prevalere il pi debole, purch accompagnato da una sorte favorevole. In ogni caso, il giocatore con l'ausilio dei dadi aveva come fine ultimo quello di collocare prima dell'avversario le pedine nell'ultima casella, avendo cura di non lasciarle da sole, bens di legarle tra loro per evitare che fossero preda del rivale.
Un altro gioco praticato del quale non c' giunto il regolamento, era il gioco dei militari (ludus latrunculorum), un misto tra la dama e gli scacchi, basato sull'abilit e sulla riflessione ed eseguito con pedine divise in tre classi: calculi, latrones e mandrae, ognuna delle quali doveva essere spostata secondo un itinerario obbligato, per cercare di bloccare le pedine dell'avversario. Nella lingua latina di fine epoca repubblicana, quella di Cesare, Pompeo, Cicerone, per intenderci, il genitivo plurale latrunculorum significava dei ladri, dei banditi. Nel caso specifico il vocabolo, essendo di derivazione arcaica, vuol dire dei soldati mercenari. A comprovarlo sono i nomi dei singoli pezzi da muovere, chiamati milites (soldati), e la conoscenza che il gioco fosse molto praticato dai legionari i quali lo diffusero nei paesi europei dove prestavano servizio, anche se, come molti ricercatori sostengono, il ludus latrunculorum non ebbe origine nella penisola italica, bens nella Persia, o quantomeno le sue caratteristiche provenivano dall'oriente.
La competizione tra i due giocatori si svolgeva sulle caselle di un tavoliere da gioco (tabula), a rappresentazione di una battaglia, e in comune con gli scacchi aveva la regola che i pezzi potevano essere mossi in direzioni variabili o saltare le caselle. Come nella dama era d'importanza fondamentale circondare l'avversario per impedirgli di muoversi.
La caccia
Dal secondo secolo a. C., quando lo stile di vita dei Romani cambi, incanalandosi sulla falsariga tracciata dal modello ellenico, la caccia fino allora praticata al solo scopo di nutrimento, divent uno sport che in et imperiale coinvolse persino le donne; uno dei primi a interpretarla come attivit ludica fu Scipione Emiliano, il distruttore di Cartagine, istruito nelle tecniche venatorie, a detta di Polibio, da alcuni nobili greci.
La cattura di uccelli e l'uccisione della selvaggina appassionarono a tal punto giovani e adulti, da porre la caccia tra i divertimenti preferiti. Noi con il termine generico caccia intendiamo la cattura e l'uccisione di uccelli e di selvaggina, se consentite dalla legge; in caso di divieto le definiamo bracconaggio o caccia di frodo. A Roma i cacciatori operavano invece una netta distinzione tra le due attivit venatorie, sia nel lessico sia nella logica interpretativa; chiamavano aucupium la caccia agli uccelli, per differenziarla dalla venatio, la caccia agli animali. Consideravano l'aucupium, la ricerca di tranello capace di far cadere gli uccelli in loro preda, quindi una dimostrazione d'astuzia, invece la venatio, un atto di forza. Colpire un uccello, specialmente quando era in volo, rappresentava un'impresa molto ardua, giacch gli unici proiettili a disposizione per abbatterlo si riducevano a sassi scagliati con la fionda o a frecce lanciate con l'arco. I volatili, difficili da essere abbattute con le armi, i cacciatori li catturavano aguzzando l'ingegno. Per catturare gli uccelli che si posano a terra e camminano, come fanno le quaglie, tendevano lacci in passaggi obbligati in modo tale che nell'attraversarli rimanessero accalappiati, invece a quelli di piccola taglia, consuetudinari per natura a trascorrere la maggior parte del tempo sui rami degli alberi, tendevano un lungo bastone munito di canne legate in senso orizzontale e ricoperte di pania. E quando li vedevano posare o li sentivano cantare, alzavano il rudimentale marchingegno fino a portare le bacchette ingannatrici alla giusta altezza e attendevano che gli uccelletti saltellando da una fronda all'altra vi si posassero sopra e rimanessero invischiati. Gli uccellatori per imprigionarne parecchi in un sol colpo ricorrevano alle reti; collocavano un esemplare da richiamo in gabbia, vicino a un corso d'acqua, dove i volatili andavano a bere e quando gli altri accorrevano n gran numero azionavano la rete. Per rendere il richiamo emesso tanto potente da essere avvertito da lontano, gli uccelli che facevano da esca erano accecati: una crudele tecnica adottata fino a pochi anni fa da qualche cacciatore insensibile e adesso, alla stregua dell'uccellagione con le reti, proibita dalla legge.
Se nell'aucupium era l'astuzia a sorreggere l'uccellatore, nella venatio il cacciatore doveva essere dotato soprattutto da una buona dose di coraggio; affrontare e abbattere cinghiali, lupi, orsi e altri animali feroci dei quali l'Italia in quel tempo abbondava, non era di sicuro un esercizio privo di rischi come la cattura d'innocui uccellini.
Gli schiavi prima che la battuta di caccia incominciasse, per non fare fuggire la preda circondavano la zona con reti a maglie larghe; toccava poi ai cani stanare l'animale.
A Roma i cani simboleggiavano l'aggressivit, non per caso gli avvocati nei tribunali e i comizianti nel Foro, adusi a un linguaggio d'attacco, erano conosciuti come oratori eloquenti che si servivano di un'oratoria canina. E all'entrata di molte domus i proprietari, per aggiungere all'effetto decorativo un monito ai malintenzionati, di guardarsi dall'assalto di un animale feroce in carne ed ossa, collocavano un prezioso mosaico raffigurante un cane minaccioso vicino alla scritta cave canem (attenti al cane).
Abili selezionatori di razze canine inviavano nelle province uomini specializzati (procuratores cinogiae), alla ricerca di cani d'allevamento da importare ed essere addestrati e riprodotti, quindi catalogavano gli esemplari scelti, secondo le caratteristiche proprie di ogni razza. Dalla Laconia, regione di Sparta, ritiravano pregiati cani, famosi per la bravura nella caccia e citati da Virgilio nelle Georgiche e da Orazio negli Epodi, insieme ai molossi, considerati invece abilissimi nella difesa.
Riguardo alla classificazione, i cinofili definivano venatici i cani da caccia, pastorales e villatici, rispettivamente quelli da pastore e da guardia. Questi ultimi trovavano un largo impiego nella vita civile e militare. Per incutere timore agli intrusi, privati cittadini li mettevano a guardia di case, ville, fattorie e coltivazioni, mentre i legionari sfruttavano il loro finissimo senso dell'odorato che permetteva di fiutare a distanza la presenza di estranei; nelle notti buie non illuminate dal chiarore della luna, li legavano lungo il perimetro degli accampamenti, per non essere sorpresi dagli attacchi di nemici che tentavano di avvicinarsi, sfruttando l'oscurit.
I pastorales aiutavano i pastori nella guida e nella custodia dei greggi o degli armenti; li scortavano nella transumanza e li proteggevano dall'attacco dei predatori, a incominciare dai lupi. I loro discendenti, passando da una generazione a un'altra, sono giunti fino a noi e prestano la loro opera nell'Italia centrale, soprattutto nell'Abruzzo e Maremma toscana e in localit del meridione d'Italia.
I venatici, si distinguevano in tre sottocategorie: i sagaces, specialisti nel trovare le tracce del passaggio della selvaggina; i celeres, adatti a rincorrerla e i pugnaces, abili a sferrare nell'ultima parte della caccia l'attacco finale all'animale braccato.
All'interno della zona delimitata per la battuta, i cacciatori tendevano altre reti a maglia stretta che servivano a fare impigliare e ad avviluppare la preda. Recintato il teatro di caccia, l'azione venatoria aveva inizio. Tutti i partecipanti per non essere intralciati nei movimenti indossavano tuniche corte sopra il ginocchio, e per proteggersi le gambe da rovi, spine e sterpaglie, calzavano gambali molto alti. A protezione dai colpi di sole indossavano un cappello bene assicurato al capo da un sottogola, per non essere perso nell'inseguimento della selvaggina. Appena i sagaces, condotti al guinzaglio da servi cercatori di tracce e battitori (vestigatores) fiutavano l'animale da abbattere, il cacciatore si poneva sulle tracce; dietro di lui procedeva un folto stuolo di schiavi, ognuno dei quali aveva un incarico ben preciso, soprattutto quello di rendere libero il padrone da pesi e quant'altro lo potesse ostacolare durante la caccia. Snidata la bestia, entravano in azione i celeres che si mettevano all'inseguimento, e dietro di loro il cacciatore e gli schiavi, tutti a gridare e a lanciare pietre, giavellotti e dardi per ferire e braccare l'animale verso la rete che l'avrebbe intrappolato definitivamente e dentro la quale avrebbe trovato un'inevitabile morte. Non sempre l'animale si lasciava uccidere passivamente e se ferito spesso si rivoltava contro gli inseguitori. A quel punto entravano in ballo il coraggio e la temerariet del cacciatore che doveva affrontarlo in un combattimento a corpo a corpo e abbatterlo definitivamente.
Per uccidere un capo di grossa taglia o una belva (orso, lupo, cinghiale), il cacciatore si serviva di uno spiedo da caccia (venabulum), un'arma che gli consentiva di tenere la fiera ferita a distanza di sicurezza. Si trattava di un coltellaccio montato su un lungo manico di legno, dalla cui base uscivano due grosse punte di ferro perpendicolari alla lama, per impedire che l'animale inferocito venisse a diretto contatto.
Se era necessario catturare l'animale vivo per destinarlo ai giochi del Circo, i battitori ricorrevano a dei tranelli; tendevano lacci o cappi idonei a bloccarlo dalla testa o dalle zampe, oppure lo sospingevano verso profonde buche coperte con arbusti e fogliame, scavate apposta per farlo cadere dentro.
La caccia alla selvaggina di piccola e media taglia (lepri, conigli, volpi) avveniva con un prolungato inseguimento a cavallo, finch l'animale stremato era raggiunto e abbattuto con un colpo di bastone a forma di mazza.
Data la gran moltitudine di animali selvaggi che popolavano boschi e campagne, nel complesso l'attivit venatoria svolgeva una funzione equilibratrice dell'ecosistema; manteneva a livello di guardia i predatori pericolosi per la pastorizia e gli erbivori nocivi alle coltivazioni. Quando per gli animali, le fiere in particolare, furono sfruttati nei circhi per i combattimenti, il pubblico si appassion per quel genere di spettacolo e la richiesta d'importazione crebbe fino a depauperare intere zone ricche di fauna.
Le venationes dopo la seconda guerra punica divennero un fenomeno sociale di grande portata, ed essendosi trasformate in spettacolo, al pari dei giochi gladiatori furono trasferite nel Circo. Nell'arena, oltre che alle cacce agli animali, gli spettatori potevano assistere anche a combattimenti in cui partecipavano bestie in lotta tra loro o a uomini armati che affrontavano animali oppure alla condanna a morte d'individui inermi mandati a essere sbranati da bestie feroci.
Il primo a organizzare una venatio fu Marco Fulvio Nobiliore che in occasione del trionfo sugli Etoli e della fondazione del tempio di Ercole e delle Muse, offr un pubblico spettacolo con combattimenti di leoni e pantere. Quel genere di manifestazione fu bandito qualche anno dopo da Catone il Vecchio, ma il divieto dur pochi anni. Nel 93 a. C. Lucio Cornelio Silla festeggi l'edilit con una venatio di 100 leoni inviatigli dall'amico re Bocco di Mauritania e qualche anno dopo Marco Emilio Scauro fece combattere in una piscina un ippopotamo contro cinque coccodrilli. Cesare e Pompeo non mancarono di rivaleggiare anche nell'ambito della caccia; Cesare mostr combattimenti di uomini contro tori e Pompeo port dall'Africa seicento leoni e venti elefanti.
Le venationes percorsero fino in fondo il periodo della Repubblica e durante l'Impero furono spostate nell'anfiteatro Flavio. Ai combattimenti di animali tenuti in occasione dell'inaugurazione del Colosseo, Marziale nel primo libro degli Epigrammi (De spectaculis) dedic alcune satire. Sentiamone due molto concise e altrettanto piacevoli:
Un perfido leone aveva ferito
il domatore con le fauci inique
e si era fatto ardito
d'insanguinare quelle mani amiche.
Ma pag il fio di quell'orrendo delitto;
l'animale alla frusta riluttante
dai dardi fu trafitto.
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Una tigre, superba gloria dei monti Ircani,
avvezza a lambir del domator le mani,
ha sbranato un leone con le zampe potenti:
prodigio inaudito che non ha precedenti.
Nulla os mai di simile finch fu nella selva,
ora, da quando  tra di noi, ha pi della belva.
All'inaugurazione del colossale anfiteatro, oltre a cacciatori che combattevano contro tori, orsi, cinghiali, rinoceronti, tigri e altri animali feroci, furono presentate anche donne che affrontavano leoni. In una societ dove la morigeratezza dei costumi si era trasformata in libertinaggio, moltissime rappresentanti del gentil sesso, rotti i freni inibitori, avevano perduto insieme alla femminilit anche il senso del pudore ed erano precipitate nel baratro della sregolatezza.
La pesca
Gli individui che nelle ore di svago preferivano il mare alla campagna, di solito si dedicavano alla pesca, servendosi di un'attrezzatura molto simile nella costruzione a quella adoperata dagli attuali pescatori dilettanti, ma di materiali antiquati. Uomini amanti della tranquillit, che rifuggivano i luoghi affollati, si recavano da soli o tutto al pi con qualche amico a pescare nel mare antistante a Ostia.
Per prepararsi la lenza, i pescatori adoperavano un metodo sopravvissuto fino a meno di un secolo addietro, quando nei materiali di fabbricazione fu introdotto il filo di nylon. Legavano uno dopo l'altro i crini delle code dei cavalli fino a raggiungere la lunghezza necessaria alla variet di pesce da pescare, all'estremit del filo assicuravano ami di ferro o di bronzo, e per farlo andare sul fondo lo munivano di un adeguato piombo. Al momento dell'utilizzo innescavano gli ami con mosche, vermi o con altre allettanti prede gradite ai pesci e lanciavano la lenza in mare dalla riva o da uno scoglio oppure la calavano sul fondo da qualche barchetta.
Invece della pesca con la lenza, il pescatore solitario poteva dilettarsi facendo scendere sul fondo del mare con l'ausilio di pesi, una o pi nasse costruite con vimini intrecciati tra di loro e legati in alcuni punti con un filo, in modo da formare una gabbia provvista di un'imboccatura che permette ai pesci di entrare ma non di uscire. Questo genere di pesca  rimasto immutato nei secoli ed  praticato tuttora con nasse che hanno griglie di una larghezza rapportata alla dimensione dei pesci da catturare e dentro le quali s'introducono esche di vario genere: pesciolini, mitili, ricci e crostacei schiacciati, ecc.
In quel tempo non si dava peso ai problemi di natura ambientale e la pesca a strascico oggi proibita, poich si ritiene che dissesti i fondali e sconvolga l'habitat naturale dei pesci distruggendo anche le uova, era consentita. Un congruo numero di pescatori trascinavano una rete di consistente lunghezza, dalle maglie molto strette per impedire al pesce di uscire, e alta dal pelo dell'acqua fino al fondale, e quando ritenevano che parecchi pesci vi fossero finiti dentro, la rinchiudevano per imprigionarli. Affinch l'orlo superiore della rete galleggiasse, era legato a dei sugheri posti a breve distanza l'uno dall'altro, in modo da rimanere ben teso sulla superficie dell'acqua, mentre sul bordo inferiore vi si applicavano dei piombi per farlo poggiare sul fondo del mare.
Una rete di altro tipo, di conformazione quadrata e con piombi legati ai quattro lati, era usata in modo differente; gettata in mare e lasciata posare sul fondo, dopo un ragionevole tempo necessario perch vi entrassero i pesci, era issata con delle corde fissate lungo il perimetro in modo tale che tirate, nella risalita la chiudessero a guisa di un sacco, impedendo alle prede di fuggire.

14. I ludi.

Agli svaghi fin qui illustrati, si dedicavano persone singole o gruppetti dal numero limitato. Esistevano, tuttavia, degli intrattenimenti capaci di esercitare sulle masse un'attrazione notevole e di coinvolgere folle intere, come o pi di quanto non vi riescano gli sport attuali maggiormente seguiti: i ludi. Ludus in latino significa gioco nel senso lato del termine. Associato a un aggettivo qualificativo forma un binomio il cui contenuto rende comprensibile di quale gioco si tratti.
I Ludi in origine, per il carattere religioso destinato a riunire tutta la popolazione al fine di un comune omaggio alle divinit, si svolgevano in concomitanza di festivit. Fonti antiche attestano che i primi a essere celebrati furono i Ludi Romani, identificati in seguito anche col nome di Ludi Magni per la ragione di essere dedicati a Giove, e quindi principali.
Gi nel IV secolo a. C. nell'area prossima al Circo Massimo, in onore al dio protettore di Roma, su una piattaforma di legno ogni anno si rappresentavano spettacoli teatrali basati su testi di tragedie greche. Dal III secolo, a incominciare dall'anno 220 a. C., il governo concesse alla plebe la possibilit di celebrare, in un circo a parte e con la stessa frequenza, i Ludi Plebei, comprensivi oltre che di spettacoli teatrali, anche di competizioni atletiche. In seguito, nel 212 a. C. durante la seconda guerra punica furono introdotti e dedicati ad altre divinit, gli aristocratici Ludi Apollinares in onore di Apollo e i Ludi Megalensi offerti alla Magna Mater che era tata trasportata da Pessinunte a Roma e infine nel 202 a. C., i Cerealia in onore di Cerere, la dea delle messi.
Gli spettacoli pubblici erano pagati dallo Stato che incaricava a organizzarli e presiederli, magistrati di livello rapportato all'importanza dell'evento da celebrare. I preparativi rappresentavano per i responsabili una ghiotta occasione per mettersi in mostra agli occhi della cittadinanza, pertanto tutto era eseguito e nulla tralasciato affinch gli spettacoli riscuotessero un alto gradimento presso il popolo. Il popolo da parte sua al momento delle elezioni si sarebbe ricordato favorevolmente dei magistrati che si erano dimostrati all'altezza dell'incarico ricevuto e avrebbe contraccambiato votando ancora gli organizzatori.
Alcuni magistrati per voler ben figurare a ogni costo ci rimettevano non pochi soldi di tasca propria, intaccando notevolmente il patrimonio personale. L'interessamento comunque non era disinteressato e qualche rischio andava pur corso, perch ingraziarsi i concittadini ed essere eletto in una carica politica pi importante di quella occupata, significava aumentare notevolmente l'entrata personale di denaro che ne sarebbe automaticamente derivata, anche se in modo indiretto. Le alte cariche pubbliche, in particolar modo quelle che consentivano le amministrazioni delle province, davano l'opportunit ai funzionari di arricchirsi illecitamente in barba alle leggi varate per frenare il malcostume ed erano molto appetite.
Uno dei magistrati pi rapaci dell'epoca fu Gaio Licinio Verre che inviato come governatore in Sicilia, riusc con prepotenti estorsioni a spogliare l'intera isola; portato in tribunale da Cicerone e schiacciato da pesanti accuse, per evitare la sicura condanna cui certamente sarebbe andato incontro, prefer l'esilio volontario a Marsiglia.
Col trascorrere del tempo i giochi, parallelamente all'incremento delle festivit che andavano ad affollare sempre di pi il calendario romano, aumentarono di numero fino ad arrivare al punto che le ricorrenze annuali considerate degne di celebrazione corrisposero a circa la met dei giorni del calendario. Per precisazione tuttavia  necessario dire che non sempre durante le feste le attivit pubbliche e private erano sospese, ma si svolgevano regolarmente.
Nei ludi pianificati dallo Stato, l'ingresso al pubblico era gratuito. E siccome anche a ricchi privati cittadini era consentito organizzare giochi, purch pagassero per intero i costi con i propri soldi, camaleonti travestiti da filantropi, per accattivarsi la benevolenza dell'elettorato, ai giochi calendarizzati ne aggiungevano altri da disputarsi nei giorni rimasti liberi.
Nel periodo repubblicano i ludi circenses, gladiatorii e scenici, citati nell'ordine secondo il gradimento riscontrato e in base all'enorme numero di persone coinvolte, erano quelli che fra tutte le manifestazioni riuscivano maggiormente a calamitare l'attenzione del pubblico.
Nella sequenza delle descrizioni, la precedenza  stata data ai ludi circenses per i motivi seguenti: nacquero pressoch contemporaneamente alla Citt, rispetto gli altri attraversarono l'intera gloriosa storia di Roma, per una maggiore lunghezza temporale, percorrendo i tre evi (monarchia, repubblica e impero), e furono trasferiti nell'impero romano d'oriente, ove suscitarono gli stessi entusiasmi, se non superiori, che nel luogo di origine. Al secondo posto sono stati posti i ludi gladiatori, perch furono introdotti a Roma nel periodo repubblicano inoltrato, imboccarono la strada dell'impero, ma col diffondersi della religione cristiana decaddero fino a essere del tutto abbandonati. E infine i ludi scenici che per motivi pratici e logistici in essi connaturati, rispetto agli altri due precedenti elencati assorbirono un'inferiore partecipazione di pubblico.
I ludi circenses
I Quiriti gradatamente rivolsero sempre di pi l'attenzione e il tempo libero ai giochi circensi, fino al punto di appassionarsi a essi sopra ogni altra cosa. La febbre da circo sal lentamente fino a raggiungere il delirio; la goduria degli spettacoli si trasform in libidine e i giochi insieme al pane divennero a Roma beni primari per l'intera popolazione. Giovenale, il poeta romano passato alla storia per la locuzione satirica panem et circenses, nelle Saturae si rendeva, in versi, interprete del disinteresse del popolo romano verso le antiche usanze e nel contempo di quanto invece fosse ambto al presente: Iam pridem, ex quo suffragia nulli vendimus, effudit curas; nam qui dabat olim imperium, fasces, legiones, omnia, nunc se continet atque duas tantum res anxius optat, panem et circenses. (Gi da tempo, da quando non usiamo pi vendere i voti, il popolo non si preoccupa pi di nulla; una volta distribuiva comandi, fasci, legioni, tutto. Ora se ne disinteressa e soltanto due cose desidera ardentemente: il pane e i giochi nel circo).
Ludi circenses tradotto letteralmente significa giochi nel circo; s'intenderebbe pertanto che il binomio identificasse qualunque spettacolo svolto dentro il circo. In realt l'accezione  da attribuirsi prevalentemente alle gare dei carri da competizione disputate con veicoli a due ruote, dalle caratteristiche simili ai prototipi usati in guerra in tempi remoti, ma che gi in epoca monarchica romana, almeno in campo bellico, erano caduti in disuso.
Reperti archeologici e la Bibbia ci svelano come gi nel secondo millennio prima della nascita di Cristo, Cananei, Ittiti ed Egizi usassero carri da combattimento. I mezzi nella loro completezza erano formati da una piattaforma chiusa frontalmente da una balaustra e fissata a un asse collegato alle due estremit, per mezzo di due mozzi, alle ruote. La forza motrice era sviluppata da una o pi pariglie di cavalli, aggiogate a un timone collegato all'asse. Sul palchetto saliva un auriga il cui unico compito era condurre i cavalli servendosi delle redini, mentre uno o due soldati armati con giavellotti, archi, lance, combattevano dal carro su cui occupavano posto, o erano trasportati al campo di battaglia per essere poi da l ripresi e ricondotti indietro, al cessare del combattimento. Per quanto  dato di conoscere, nelle competizioni sportive le corse dei carri entrarono a pieno titolo durante la guerra di Troia. E' Omero a narrarci nel ventitreesimo libro dell'Iliade la corsa di quadrighe svoltasi in occasione dei ludi organizzati dagli Achei alla morte di Patroclo per onorarne la memoria. La competizione si svolse in un giro di percorso su una pista preparata per l'occasione vicino al campo degli Achei. I partecipanti tornarono sul traguardo, sistemato sul punto di partenza, dopo aver girato in senso antiorario attorno al tronco di un albero collocato, a distanza, dalla parte opposta. La corsa fu vinta da Diomede che ricevette in premio una schiava e un calderone di bronzo. Secondo si classific Antiloco, terzo giunse Menelao che distanzi Merione, per ultimo tagli il traguardo Eumelo.
Dalla descrizione letteraria si evince che le corse dei carri si svolgevano nel mondo greco gi prima della nascita delle Olimpiadi. Per la tradizione, fu una corsa di carri a dare lo spunto ai primi Giochi indetti nel 776 a. C. da Pelope (eponimo del Peloponneso), il quale li organizz dopo aver vinto con l'inganno il re Enomao, padre di Ippodamia. Enomao era innamorato della giovane bellissima figlia e prometteva di darla in sposa al pretendente che sarebbe riuscito a batterlo in una corsa di carri. Tanti corteggiatori avevano raccolto la sfida ma nessuno di essi era uscito vincitore, fin quando Pelope riusc a corrompere l'auriga Mirtilo a togliere gli assali dal carro del re e a sostituirli con perni di cera che col calore si liquefecero. Enomao fu sbalzato dal carro e mor, mentre Pelope vinse la corsa, ma attanagliato dal rimorso di una condotta sleale, per espiare il misfatto commesso istitu in onore di Zeus i giochi olimpici.
I Greci, quando fondarono nell'Italia meridionale le colonie della Magna Grecia, introdussero le corse dei carri e le disputavano in aperte vallate pianeggianti. Competizioni identiche si tenevano nella stessa epoca, presso altri popoli italici non influenzati dalla civilt ellenica, come testimoniano un affresco murale nella Tomba delle Olimpiadi di Tarquinia e un bassorilievo di Chiusi che raffigurano corse di carri in Etruria. I Romani, confinanti degli Etruschi, furono contagiati dal fascino emanato dalle corse e le introdussero pressoch fin dalla fondazione della Citt.
Romolo per procurare le mogli ai suoi concittadini adoper come esca nei Consualia, dedicati al dio del mare e dei cavalli, Nettuno Equestre (Poseidone Hippios), una corsa di carri organizzata nella spianata compresa tra i declivi dei colli Aventino e Palatino, due chine spaziose che consentivano agli spettatori di assistere alla gara stando seduti. E confidando nello spettacolo offerto, s'incaric lui stesso di trovare carri e aurighi per attirare dalle citt vicine molti spettatori e soprattutto donne. Dopo il rapimento delle Sabine, durante il regno di Romolo e sotto i re che gli succedettero, le corse dei cocchi continuarono a essere organizzate in luoghi aperti ove il pubblico in piedi assisteva alla manifestazione intorno ad una pista improvvisata, finch non sal al trono Tarquinio Prisco.
Il circo Massimo
Il quinto re di Roma, un sovrano nelle cui vene per parte di padre scorreva sangue greco e che per questa ragione univa all'operosit italica la genialit ellenica, incominci la costruzione del Circo Massimo, elevando tribune chiamate fori, e su di esse assegn posti ai senatori e ai cavalieri; in un secondo tempo a ognuno di loro, per farlo assistere meglio allo spettacolo, diede la facolt di costruire un palco su un tavolato sostenuto da travi biforcate e alto da terra dodici piedi.
Ormai i Romani con le corse si entusiasmavano e la quadriga era diventata un simbolo cittadino da esporre bene in vista. E dove poteva essere meglio mostrata se non sul tempio del dio protettore della citt? Tarquinio il Superbo, che nel Circo Massimo aveva fatto costruire le prime tribune per il popolo, pens bene di commissionare ad alcuni valenti artigiani della vicina e potente citt etrusca Vejo, una quadriga in terracotta con cui adornare il frontone del Tempio di Giove Ottimo Massimo Capitolino. Durante la cottura nel forno, la quadriga si dilat molto pi del previsto e il fenomeno fu interpretato dagli indovini Etruschi come segno divino della potenza che Roma avrebbe assunto qualora fosse diventata proprietaria del manufatto. I Veienti per timore di contribuire all'ingrandimento di Roma, approfittando delle difficolt riscontrate da Tarquinio il Superbo nel governo della citt, causate dai riprovevoli fatti che lo avrebbero condotto all'esilio, trattennero la quadriga. Poco tempo dopo il manifestarsi del fenomeno, in una corsa di carri svoltasi a Vejo e vinta da Ratumenna, i cavalli dopo aver tagliato il traguardo, inaspettatamente e senza alcun motivo plausibile, continuarono la corsa e dopo aver superato la porta cittadina prossima al Campidoglio - in seguito chiamata Ratumenna dal nome dell'auriga - tornarono indietro. L'accaduto fu interpretato dagli Etruschi come volont degli di di rendere Roma potente e la quadriga fu consegnata ai Romani che la collocarono sul tempio di Giove.
Dal tempo dei re le corse incominciarono a svolgersi dentro il Circo Massimo, chiamato semplicemente Circus (cerchio) per la sua forma ad anello, e continuarono nello stesso luogo fino alla repubblica e poi per tutta la durata dell'impero. Nei cinque secoli di vita repubblicana l'entusiasmo dei romani verso i ludi circenses si accrebbe e al complesso edilizio furono apportate modifiche migliorative. Per rendere pi regolamentari le partenze, nel 328 a. C. in sostituzione della corda dietro la quale si allineavano i cavalli, furono costruite gabbie (carceres) mobili di legno di circa sei metri ciascuna, dentro ognuna delle quali al momento della gara si disponeva un carro. Inoltre per impedire che al segnale di partenza qualche concorrente si avvantaggiasse sugli altri, fu preso l'accorgimento di collegare insieme le porte per aprirle simultaneamente.
Nel 186 a. C. Marco Fulvio Nobiliore introdusse nel Circo le cacce (venationes) agli animali selvaggi importati dai paesi esotici. Nel 55 a. C., quando Pompeo celebr i giochi, per proteggere gli spettatori da venti elefanti eccitati dal pungolo dei conduttori, eresse delle ringhiere di ferro; il parapetto, per sotto l'azione dei pachidermi imbizzarriti croll provocando il panico. Per evitare il ripetersi di circostanze pericolose all'incolumit del pubblico, nel 46 a. C. Giulio Cesare cre un muro divisorio e costru attorno alla pista un fossato, inoltre ampli il Circo su entrambi i lati e costru i primi sedili in muratura che cominciarono a dare alla costruzione l'assetto definitivo. Gli imperatori in epoca successiva e fino a quasi la fine del loro ciclo storico implementarono l'opera architettonica.
La struttura nell'interezza era straordinaria; secondo Dionigi di Alicarnasso lo stadio si estendeva per seicentocinquanta metri in lunghezza (tre stadi e mezzo) e per circa centoventi metri in larghezza. Da scavi compiuti nei luoghi adiacenti, si  potuto accertare che il plesso fosse ancora pi esteso. Plinio il Vecchio scrive che conteneva duecentocinquantamila persone; nella tarda romanit  stato ipotizzato che con le modifiche aggiuntive apportategli, fosse in grado di accogliere fino a quattrocentottantacinquemila spettatori. Ad ogni modo, anche se le ultime cifre sembrano esagerate,  certo che centocinquantamila persone potessero starsene comodamente seduti sulle tribune a godersi lo spettacolo, cio un numero superiore a quanti ne possa contenere la pi capiente struttura sportiva del pianeta.
Il complesso, formato da tribune, gradinate e corridoi, era incentrato su una pista a forma di rettangolo larga ottanta metri, lunga pi di sette volte tanto (570 m.) e ovalizzata nei lati opposti di maggiore distanza, per rendere meno brusca la virata dei carri. La superficie del percorso di gara, in sabbia (arena), possedeva le caratteristiche specifiche da consentire il drenaggio in caso di pioggia e non sollevare polvere nelle giornate di sole. Una balaustra in pietra (spina), segnalata alle due estremit da un segnale di svolta (meta) rassomigliante a un tronco di legno attorno al quale i concorrenti compivano i giri del percorso, divideva il circuito in due parti. Nell'impero la spina in pietra fu sostituita da due muretti paralleli all'interno dei quali fu realizzata una vasca e ciascuna delle mete fu abbellita con la posa di tre colonne.
La corsa dei carri si svolgeva in sette giri da percorrere in senso antiorario attorno alla spina e poich la pista non si estendeva tutta in rettilineo, per impedire che dall'inizio un carro si avvantaggiasse sugli altri approcciando la prima curva in posizione favorevole, la griglia di partenza era tracciata sfalsata e concepita in modo tale che il concorrente sul lato sinistro fosse posto leggermente in avanti rispetto all'avversario che stava alla sua destra. Lo schieramento iniziale copriva in larghezza tutta la pista seguendo una disposizione ad arco di circonferenza, in modo tale che i carri schierati all'interno, con un tragitto pi corto da compiere compensassero la minor velocit con cui rispetto agli altri avrebbero affrontato la prima curva. Oltre a questo, affinch gli aurighi fin dalle prime battute non prendessero una direzione vantaggiosa, tagliando la strada agli altri, ognuno di essi dal punto di partenza e fino a centosessanta metri dopo, o meglio fino all'altezza della prima spina, era obbligato a mantenere la propria linea di corsa, tenendosi dentro la corsia assegnatagli, delimitata da due linee bianche. Soltanto dopo aver superato una riga bianca perpendicolare alla pista e che intersecava le strisce delimitanti le carreggiate, ai cocchieri era consentito prendere una direzione ritenuta pi favorevole.
Per rendere la partenza quanto pi agevole possibile, il tratto di pista iniziale, dal punto di partenza e fino alla prima meta, era tracciato in modo tale da essere pi ampio rispetto il tratto opposto, largo dalla seconda meta fino a sotto le tribune.
Lo schieramento iniziale era sorteggiato estraendo da un'urna quattro palline, ognuna dallo stesso colore sociale delle quattro squadre in gara. Le posizioni iniziali, affidate al caso, impedivano che una squadra adottasse una tattica di gara a danno degli altri partecipanti, vale a dire che i compagni di un auriga designato a vincere si preoccupassero unicamente di ostacolare gli avversari.
A fine Repubblica, le scuderie (factiones) importanti che partecipavano costantemente alle gare erano quattro: la Bianca (Albata), l'Azzurra (Veneta), la Rossa (Russata) e la Verde (Prasina), mentre in altri periodi storici ve ne furono altre piccole o di scarsa importanza, che scomparvero o furono assorbite dalle quattro principali; Domiziano, ad esempio, sotto il suo principato cre la Dorata (Aurata) e la Purpurea (Purpurea). Ciascuna formazione prendeva il nome dal colore dei carri che le rappresentavano. Secondo Tertulliano da Cartagine e S. Isidoro vescovo di Siviglia, i colori avevano un legame triplo: con le stagioni, con gli elementi della natura e con le divinit; il bianco con l'inverno, con i venti dell'ovest e con Giove; l'azzurro con l'autunno, con l'aria del cielo e l'acqua del mare e Nettuno; il rosso con l'estate, col fuoco e con Marte; il verde con la primavera, con i fiori e con Venere. I Romani correlavano altri elementi del Circo Massimo con quanto apparteneva alla natura o aveva un fondamento religioso: le dodici postazioni di partenza, allo zodiaco; le ventiquattro gare che si disputavano, alle ore del giorno. Le sette uova di pietra o di legno che servivano a contare i giri dei carri attorno alla pista erano raffrontate alle deit gemellari di Castore e Polluce, nati dallo stesso uovo; e quando le uova furono sostituite dai delfini, il riferimento and a Poseidone Hippios, il dio dei cavalli ma anche del mare. Nel suo complesso il Circo Massimo raggiungeva la monumentalit, d'altronde la costruzione di opere grandiose, era comune a diversi popoli d'antica civilt. Gli Egizi a Giza secoli e forse millenni addietro avevano innalzato le piramidi, come specchio della costellazione celeste di Orione sulla terra.
Una sfilata cerimoniale precedeva la partenza della prima corsa e quando questa avveniva, gi la stragrande maggioranza degli spettatori era confluita dentro lo stadio e aveva occupato i posti sulle tribune disposte in tre ordini di gradinate. La processione partiva dal Campidoglio, si dirigeva verso il Foro, dal Foro procedeva verso il Foro Boario e da l terminava nel Circo. Giovinetti di elevate classi sociali, suonatori, satiri danzanti e aurighi, accompagnati da statue degli di attorniate da incensieri che spandevano effluvi profumati, formavano la processione inaugurale. Simboleggiante la divinit, a bordo di una quadriga sfilava per ultimo l'organizzatore (editor) con indosso la toga picta e tutte le altre insegne del trionfo. Ogni importante manifestazione a Roma, si svolgeva ammantata da una sfera di religiosit e pertanto a un elevato interesse che ogni pubblico spettacolo riscuoteva, doveva corrispondere un altrettanto gradimento presso le divinit. Per ingraziarsi i numi protettori, l'organizzatore secondo l'importanza della manifestazione destinava un appropriato numero di tori al rito sacrificale conclusivo della cerimonia di apertura.
Terminato il rito, l'editor da sopra le gabbie dentro le quali erano rinchiusi i carri, dava il segnale di partenza lasciando cadere un drappo bianco. Nello stesso momento un morator incaricato di attivare un meccanismo funzionante come una catapulta, azionava il congegno di sbloccaggio e tutte le porte si aprivano di scatto contemporaneamente. All'apertura delle gabbie immediatamente ogni carro irrompeva sulla corsia assegnata, con l'auriga impegnato a mantenersi entro le linee che la delimitavano, per evitare l'invasione della carreggiata limitrofa e la conseguente squalifica. Oltrepassata la linea verticale che in prossimit della prima meta intersecava le altre, ai cocchieri tutto era concesso: speronare gli altri carri, tamponarli, ostacolarli e persino percuotere deliberatamente i cavalli del concorrente laterale per costringerli a deviare dalla linea di corsa, fuorch colpire gli avversari con la frusta. La bravura dei conducenti stava nel guadagnare la posizione interna rasente alla spina e mantenerla fino alla fine, avendo cura di non farsi affiancare all'interno, per evitare di essere allargati verso le tribune in prossimit delle mete, nel momento di affrontare la curva. L'auriga in grado di attuare una tattica di contenimento, tenendosi gli avversari alle spalle o sulla destra, e controllandoli, era avvantaggiato, infatti, risparmiava fatica ai suoi cavalli, agevolato dal fatto di dover percorrere una minore lunghezza del percorso di gara. In definitiva, ai fini della vittoria era di fondamentale importanza gareggiare quanto pi vicino alla spina e curvare in modo deciso intorno alle mete, ovverosia nei punti del circuito in cui occorreva la massima perizia per non fare ribaltare il carro. Tutti questi propositi, facili da intuire, erano difficilissimi da essere messi in atto su un mezzo molto leggero che sui rettilinei filava alla velocit di pi di settanta chilometri l'ora, sballottato da una parte all'altra dai cavalli in corsa e su cui per rimanere in piedi occorrevano non indifferenti doti di abilit ed equilibrio. Puntualmente, specie in prossimit delle mete, nei due punti nevralgici che presentavano maggiori difficolt, avvenivano gli incidenti. I carri, per la differenza di velocit tra quello che stava davanti e il successivo, si tamponavano; oppure per cercare di trarre vantaggio, in curva stringevano la traiettoria e si capovolgevano. Nel tentativo di sorpassare all'interno o nel procedere quanto pi vicino alla spina per impedire di essere superati dall'avversario che seguiva, a volte l'asse del carro strisciava col muretto divisorio provocando l'incidente. Il veicolo per la sua leggerezza si frantumava in parti che si spargevano per la pista; i cavalli cadevano per terra azzoppati o incuranti dell'accaduto continuavano da soli la folle corsa. Mentre il carosello continuava, gli inservienti si preoccupavano di sgombrare prontamente la pista e di portare via i feriti attraverso la porta Libitinensis, un ingresso aperto sul lato pi corto del circo, dedicato a Libitina, dea della morte e dei funerali. Dalle tribune si aveva la sensazione di assistere alla scena di una barca che travolta dal mare e sbattuta dalle onde sugli scogli incorreva in un naufragio; appunto naufragia erano chiamati gli incidenti disastrosi in cui spesso il conducente perdeva la vita a causa diretta dell'infortunio o perch travolto dai carri seguenti lanciati in corsa. Pochi aurighi fortunati uscivano indenni dall'impatto col suolo; molti per le fratture scomposte e per i traumi riportati rimanevano invalidi e smettevano definitivamente di gareggiare.
Gli aurighi romani a differenza dei loro colleghi greci che tenevano le briglie in mano, si legavano le redini intorno alla vita, per avere le mani libere di maneggiare la frusta e dirigere meglio la guida del carro, per questo motivo nell'incidente era pure insito il pericolo di rimanere impigliati nei finimenti e di essere trascinati lungo la pista dai cavalli. In tale malaugurato caso, sempre che nella caduta non avessero riportato gravi danni e fossero rimasti coscienti, i guidatori per liberarsi adoperavano un coltello tenuto dentro il corpetto.
Anche se raramente, capitava che il cocchiere sbalzato dal carro finisse per terra e il carro privo di guida giungesse all'arrivo. Plinio il Vecchio in Naturalis historia racconta che un fatto del genere accadde durante le gare svolte nel circo per commemorare i giochi secolari indetti dall'imperatore Claudio. Ai cancelli di partenza l'auriga Corace della squadra dei bianchi fu sbalzato dal carro ma i cavalli continuarono da soli la corsa, adottando tutti gli accorgimenti contro gli avversari, come se fossero guidati da un esperto guidatore, e inanellando giri su giri portarono a termine la corsa vittoriosi, fermandosi solo dopo aver tagliato la linea del traguardo.
In situazioni del genere l'auriga non percepiva alcun premio, poich per regolamento il carro doveva tagliare il traguardo con il conducente a bordo.
Per rendere edotti gli spettatori a quale punto fosse giunta la gara, a ogni giro compiuto dai carri, dalla spina veniva buttato gi uno delle sette uova di legno colorati di bianco che funzionavano da pallottoliere. In epoca imperiale la spina, con l'elevazione di due muri paralleli in sostituzione della balaustra, fu modificata in una stretta e lunga vasca dentro la quale si tuffavano sette delfini che sostituirono le uova nel conteggio dei giri, e prese il nome di euripus (fossato pieno d'acqua).
A fine gara il vincitore, l'unico a essere festeggiato, faceva un giro d'onore in groppa a uno dei cavalli che aveva trainato il suo carro e riceveva in premio una corona di foglie di alloro e la somma messa in palio. I piazzati sebbene non fossero tenuti in alcuna considerazione, incassavano anche loro elevati premi. La corsa era un gioco, oltremodo rischioso, che valeva la candela, anzi il montepremi ammontante a decine di migliaia di sesterzi. Il premio incassato dal vincitore andava dai quindicimila ai sessantamila sesterzi, una cifra enorme in quell'epoca. Le corse si succedevano a ritmo serrato e i guadagni accumulati in un anno dai conducenti in grado di vincere mille e anche duemila corse nell'arco della carriera, erano astronomici e corrispondevano a una montagna di soldi, eguagliata a Roma da pochissimi ricconi. Soltanto qualche senatore proprietario di latifondi e pochi cavalieri traevano pari elevati profitti dalle loro attivit.
Marziale negli epigrammi critica il sistema politico romano che spingeva un pretore a spartire tanta elevata somma ad aurighi vincitori e al tempo stesso lo rendeva incapace di prestare centomila sesterzi a un amico per consentirgli di essere iscritto alla classe dei Cavalieri.
Le cifre investite nel Circo erano astronomiche e spropositate, se raffrontate ai guadagni di un legionario che andava a rischiare la vita a migliaia di chilometri di distanza da Roma per portare a casa poche centinaia di sesterzi in un anno; nessuno per sapeva come e cosa fare per ridurle.
Ed  sempre Marziale a rammaricarsi per le cento misere monete di piombo guadagnate sudando tutta la giornata in mezzo a battistrada e servitorelli, mentre Scorpo, vincitore di una corsa, in un'ora si portava a casa cento sacchi di oro. Ascoltiamo il suo amareggiato rincrescimento:
Roma, grazia per un cortigiano stanco,
un cliente affaticato. Fino a quando
dovr correre tutto il giorno salutando,
di gentuccia e parassiti sempre al fianco,
per potermi guadagnare qualche centesimo
mentre Scorpo porta via sacchi pieni d'oro
in un'ora di lavoro?
Oltre al premio assegnato al vincitore, al secondo piazzato andava una somma pari alla met di quanto corrisposto al primo classificato, e al terzo ancora meno. Alla luce di questo, giacch in una giornata gli stessi aurighi disputavano pi corse, per un guidatore di alto livello era quasi impossibile tornare a casa a mani vuote. Anche se fra tutte le gare quella delle quadrighe riscuoteva il pi alto gradimento, nel Circo Massimo si svolgevano corse di classi diverse, distinte dal numero di cavalli aggiogati al carro, e i migliori conducenti per incrementare i loro gi lauti guadagni, nello stesso giorno partecipavano a pi gare, in varie categorie.
Un'iscrizione custodita nel Museo Vaticano testimonia che l'auriga Diocle in ventiquattro anni di carriera guadagn circa trentasei milioni di sesterzi, una somma che al cambio in euro, corrisponderebbe a un cumulo di milioni.
I costruttori per rendere le quadrighe da corsa leggere al massimo le fabbricavano con materiali sottili o di poco peso: vimini, strisce di cuoio e rametti intrecciati, etc. in modo da affaticare il meno possibile i cavalli; l'insieme di tutti gli elementi raggiungeva il peso di poche decine di chili. La piattaforma su cui occupava posto il conducente, protetta frontalmente da un piccolo parapetto alto una settantina di centimetri, era collegata ai cavalli da un timone ricurvo uscente dalla parte anteriore, la cui estremit veniva fissata a un giogo collegato al collo di due giumente centrali. Altri due cavalli purosangue chiamati funales (da funis = corda), liberi dal giogo e imbrigliati ai lati, esercitavano anch'essi la funzione di traino, per tramite corde o finimenti in cuoio fissati al carro, per consentire al cocchiere una guida ottimale nell'impostazione delle due curve di fronte alle spine. Un asse montato nella parte inferiore del carro, alle cui estremit erano collegate per mezzo dei mozzi due ruote di legno con sei o otto raggi ciascuna, consentiva al carro il movimento.
Il termine auriga  entrato in pianta stabile nel lessico italiano corrente per indicare il conducente preposto nell'antichit classica alla guida di un carro da guerra o, nelle gare del circo, di un cocchio di qualsiasi la categoria. Nelle espressioni che riguardavano l'arcaico mondo delle corse, per auriga s'intendeva invece un giovane conducente poco esperto o un guidatore di bighe o di trighe, quindi un conduttore di secondo livello. L'espertissimo guidatore di quadriga era chiamato agitator.
Una statua collocata nel museo di Delfi riproduce un auriga della Grecia antica, e un'altra custodita nei musei Vaticani raffigura un conducente di bighe romano. Il raffronto tra le due sculture mette in risalto la diversit di abbigliamento tra i due atleti: il primo non usava alcuna protezione particolare e indossava una veste lunga fino alle caviglie (chitone) e una fascia attorno alla testa; l'altro si proteggeva il tronco con fasciature di strisce di cuoio tra le quali teneva infilato un coltello da usare in caso di caduta per liberarsi dalle briglie. Per proteggersi la testa in caso d'incidente i guidatori romani indossavano un copricapo di cuoio, inoltre si avvolgevano le gambe con fasce di pelle o di stoffa per salvaguardarle dallo sfregamento prodotto dal contatto con il piccolo parapetto nella continua ricerca di equilibrio sul carro lanciato in corsa.
Come si  avuto modo di scrivere, quasi tutti gli aurighi provenivano dal mondo servile ed essendo quindi privi di nomen gentilicium, per essere identificati s'imponevano un nome di origine storica o mitologica: Castore, Patroclo, Ettore, etc.
Schiavi alla ricerca di emancipazione, per cercare d'introdursi nel mondo del Circo si facevano affidare un carro da guidare, che se saputo condurre con maestria avrebbe permesso di raggiungere il duplice scopo di comprarsi la libert e di trarre notevoli guadagni, miraggi che non si sarebbero mai materializzati alla quasi totalit di uomini che vivevano ai margini della societ.
Lo schiavo-auriga manomesso non aveva l'obbligo di versare al suo ex padrone i guadagni provenienti dalle corse e aveva la possibilit di trattenere per se tutti soldi incamerati con le vittorie; se poi era un campione, aveva la possibilit di giocare al rialzo nell'ingaggio tra le scuderie che se lo contendevano.
Alla stregua di altri atleti professionisti, gli aurighi ignoravano l'attaccamento al colore della maglia e per convenienza cambiavano casacca; l'obiettivo principale era guadagnare quanti pi soldi possibili per assicurarsi un avvenire tranquillo, offrendo prestazioni al migliore offerente. Scritte commemorative ricordano conducenti che parteciparono alle corse per tutte e quattro scuderie e ne vinsero parecchie per ciascuna delle maglie indossate.
Il pericoloso mestiere di auriga, non secondo a nessuno quanto a guadagni, non si addiceva a uomini liberi, perch al pari della gladiatura e della recita teatrale era considerato infamante, anche se consentiva una grande notoriet presso la popolazione. Gli ingenui, cio i nati liberi, tranne poche eccezioni, nonostante gli elevati premi si guardavano bene dal gareggiare nel Circo e se ne sentivano la voglia, per non screditatasi di fronte a tutta la cittadinanza disputavano corse private in circhi di scarsa importanza, lontani da occhi indiscreti. Gli uomini che traevano guadagno dalla mercificazione del proprio corpo erano esposti al disprezzo dei concittadini, pertanto liberti e schiavi trovavano campo libero a esercitare la professione di auriga. A scoraggiare quei pochi cittadini che avevano voglia d'intraprendere la carriera di guidatore ci pensava lo Stato con l'emanazione di leggi appropriate indirizzate a vietare l'attivit a persone di et inferiore ai venticinque anni; in realt non erano altro che forme occulte di proibizione totale, in quanto per ottenere successo bisognava intraprendere il mestiere fin dalla prima giovinezza; incominciare a gareggiare a quell'et era troppo tardi.
I tanto disprezzati aurighi, per la sfida continua del pericolo emanavano un fascino cui le donne non rimanevano insensibili, e per giunta i giovani li idolatravano. Anche il popolino li amava e li osannava, al pari o forse pi di altri personaggi di uno spettacolo cruento in voga: i gladiatori. Il pubblico, difatti, aveva maggiori occasioni di vedere i suoi beniamini gareggiare nel Circo, di quanto ne avesse di assistere ai combattimenti.
Le corse dei carri si succedevano a un ritmo elevato. In media, un giorno della settimana comprendeva gare al Circo Massimo; ci consentiva ai tifosi di seguire con assiduit gli aurighi prediletti. I giochi gladiatori invece si svolgevano con minore frequenza; all'incirca un giorno il mese. Un auriga, inoltre, partecipava possibilmente alle gare in tutti i giorni che si svolgevano, e in uno stesso giorno a pi corse, mentre un gladiatore non combatteva pi di cinque volte nel corso di un anno. Il pi prolungato contatto visivo col proprio beniamino faceva pendere la bilancia dalla parte dell'auriga. A integrazione di questa dissertazione si aggiunga che nonostante l'elevato tasso di rischio presentato dalle competizioni in pista, l'auriga aveva discrete possibilit di arrivare vivo a fine carriera, mentre un gladiatore difficilmente oltrepassava la soglia del trentesimo anno di et.
Quando le corse ebbero inizio, i conducenti dei carri non erano n schiavi n liberti; tutt'altro, appartenevano all'aristocrazia. D'altronde  impensabile che persone dotate di mezzi finanziari pressoch nulli o bastevoli appena alla sopravvivenza, e per di pi di limitati diritti civili o privi di libert personale, avessero la capacit economica di mantenere cavalli e scuderie.
Di pari passo all'evoluzione societaria e all'espansione dei domini di Roma, i nobili allargarono l'orizzonte dei loro interessi, prima limitato al ristretto territorio della citt-stato, e trovarono pi gratificante immergersi interamente nell'attivit politico-militare, che per li obbligava a stare mesi o anni lontano dalla Citt, o dedicarsi a remunerativi traffici commerciali. Di conseguenza uomini d'infimo livello sociale, cresciuti fin da piccoli nell'ambiente delle scuderie, ricevettero dai padroni la delega a condurre i carri da corsa, cosicch nel periodo repubblicano inoltrato, tutti gli aurighi alla guida dei carri nelle corse che si svolgevano nel Circo Massimo, tranne qualche isolata eccezione, provenivano dal mondo servile. La professione dell'auriga consentiva ai vincitori guadagni elevatissimi e tanti schiavi si accordavano con i proprietari per essere immessi tra il personale di una scuderia; poi cercavano a tutti i costi l'opportunit di ricevere in affido un carro con cui gareggiare, impegnandosi a versare una consistente somma ricavata dalle vincite per riscattare la libert.
Molti dei guidatori, menomati dalle ferite riportate in disastrosi incidenti di gara, non riuscivano a terminare la carriera e tanti altri coinvolti in violente collisioni o rovinose cadute morivano.
Giovanissimi persero la vita, Marco Aurelio Mollicio a vent'anni di et, dopo 125 vittorie, Crescente a ventidue anni, dopo aver guadagnato 1.600.000 sesterzi e Tusco a 24, vittorioso 56 volte. Per gli aurighi le possibilit di essere coinvolti in qualche disgrazia e di rimanere disabili erano assai elevate; inanellando per anni giri su giri attorno alle spine, alla fine qualche grave incidente sarebbe capitato.
Ma chi entrava nel giro delle corse si sentiva fatalmente attratto dall'ebbrezza del pericolo e, come se trattenuto da una forza invisibile difficilmente se ne distaccava. I vincenti con i soldi accumulati in tanti anni di gare, avrebbero potuto vivere da nababbi per tutta l'esistenza per rimandavano di volta in volta il giorno dell'abbandono, non tanto per non rimanere esclusi dai lauti guadagni, quanto per non rinunciare al fascino delle corse e alle ovazioni tributate dal pubblico.
Gli aurighi che riuscivano a raggiungere la quiescenza continuavano a frequentare l'ambiente in cui erano rimasti totalmente immersi per parecchi anni ed entravano nel gruppo manageriale della scuderia o svolgevano una mansione di alta responsabilit, paragonabile alla funzione esercitata da un alto dirigente in un'azienda moderna.
Si conoscono i nomi di atleti che nell'arco di una lunga carriera riuscirono a vincere numerosissime corse e a superare addirittura il migliaio. Mille vittorie erano un numero difficile da raggiungere e chi riusciva ad aggiudicarsele aveva diritto a fregiarsi del titolo di milliarius; tra coloro che vi riuscirono, la letteratura ci tramanda Pompeo Epafrodito che tagli per primo il traguardo 1.467 volte. Un altro milliarius fu Flavio Scorpo, ricordato da Marziale per aver perso la vita a soli 27 anni durante i quali era riuscito a conquistare 2.048 vittorie; meglio ancora era riuscito a fare Pompeo Muscoloso con ben 3.559 primi posti. Un'iscrizione conservata al museo Vaticano ricorda tutte le date delle vittorie conseguite durante l'impero di Tiberio, da Scirto, un auriga della scuderia Bianca. Un'altra iscrizione datata al 146 d. C. descrive l'ineguagliabile carriera di Diocle, un auriga lusitano di 42 anni, della scuderia Rossa, che in 24 anni di formidabile carriera, militando anche in altre formazioni, vinse 1462 corse, si piazz 861 volte secondo e 576 volte terzo.
Per vincere le corse, l'abilit del conducente da sola non bastava, occorreva il contributo della quadriglia di cavalli. Dal binomio auriga - cavalli dipendeva la fortuna della scuderia. Nelle competizioni, per prevalere era necessario che il conducente fosse un campione, ma anche che il carro fosse trainato da cavalli all'altezza di fornire un'elevata prestazione concentrata nel breve periodo in cui si svolgeva la corsa. In considerazione della velocit che i cavalli potevano mantenere per sette giri di pista, si desume che la gara durasse una decina di minuti. Al fine della vittoria occorrevano pertanto quadrupedi non in possesso di potenza muscolare eccelsa, ma dotati di velocit e di resistenza da distribuire uniformemente durante corsa, e che in quel particolare tipo di competizione si prestassero docilmente alla guida, rispondendo correttamente ai comandi impartiti dall'auriga. Le maggiori difficolt da affrontare in corsa erano rappresentate dalle curve prospicienti alle spine; per essere aiutati a superarle, i cavalli erano allenati in modo specifico, ognuno secondo la posizione occupata nel giogo durante la corsa, per farli abituare a compiere correttamente le brusche virate dopo il rettifilo.
Ogni responsabile di scuderia (dominus factionis) riuniva in s l'incarico di dirigente sportivo e di scopritore di talenti; per cercare razze di cavalli che meglio si adattassero alle esigenze richieste dalla corsa, andava in giro per il mondo a scegliere esemplari in possesso dei requisiti necessari ad aggiudicarsi le competizioni. Cavalli da corsa arrivavano dalle pi disparate parti d'Europa, dalla Spagna alla Sicilia, dalle regioni del nord-Africa e persino dall'Asia e dalla Cappadocia, ma solo dopo almeno cinque anni di allenamenti appropriati alle difficolt che avrebbero incontrato in gara, erano destinati alle corse: un periodo molto lungo se rapportato ai due anni di addestramento sufficienti a cavalli con altre funzioni.
Come tra i conduttori, anche tra i cavalli esistevano esemplari in grado di vincere corse a centinaia. Qualcuno arrivava a superare il migliaio, ma si trattava di rare eccezioni, di pochissimi animali che dopo la cessazione dell'attivit erano destinati alla riproduzione; la stragrande maggioranza dei rimanenti, per le gravi menomazioni riportate in gara, subiva l'abbattimento o se arrivava alla vecchiaia, in barba all'antica legge che ne vietava l'uccisione, finiva al macello. Il pubblico si affezionava ai plurivincitori e li soprannominava con aggettivi legati alle caratteristiche del loro corpo (niger = dal pelo nero), con nomi di altri animali (dorcas = gazzella), con termini mitologici o storici (Achilles = Achille) o con qualit che mostravano in corsa (velox = veloce). Un'iscrizione custodita nel Museo Vaticano oltre a ricordare in un altare la carriera di Lucio Avillio Dionisio, un guidatore della scuderia Rossa, menziona anche il nome dei suoi destrieri e le vittorie da essi ottenute.
La popolarit dei cavalli da corsa suscitava l'invidia di celebri poeti. Marziale si doleva che egli, famoso per i suoi divertenti epigrammi, fosse meno conosciuto del cavallo Andremone.
Per rendere lo spettacolo pi vario e far crescere l'attesa che precedeva l'entrata in scena dei celebrati campioni, gli organizzatori intervallavano le corse delle quadrighe con altre di minore interesse: di bighe o di trighe, competizioni meno difficoltose delle altre, per la pi facile guida dovuta al minor numero dei cavalli aggiogati al carro, e di minor appetibilit per i nomi di scarsa risonanza degli aurighi partecipanti, spesso conducenti di secondo livello o giovani emergenti. E come se traini con due o tre cavalli non fossero sufficienti a divertire gli spettatori, da riempitivo gli organizzatori proponevano gare di carri trainati da dieci o da venti cavalli o da altre specie di animali. Nerone fece gareggiare quadrighe trainate da cammelli. Corse di cavalli montati a pelo o da acrobati (desultores) che saltavano in corsa da una groppa all'altra, suscitavano l'entusiasmo del pubblico e intervallavano le competizioni di maggiore interesse. Erano nell'insieme esibizioni che poco avevano da esprimere dal punto di vista tecnico o da dimostrare sulla bravura degli aurighi, ma che per l'originalit riscuotevano un alto gradimento.
Il 15 ottobre si svolgeva una corsa dalla conclusione tragica per il cavallo che la vinceva.
Ogni anno in quella data, uomini della Suburra e della via Sacra - i due quartieri pi antichi di Roma -, scendevano in gara per contendersi la testa del cavallo vincitore. Il sacerdote di Marte (flamen Martis) sbito dopo la vittoria sacrificava l'animale vittorioso al dio della guerra e versava una parte del sangue sul focolare della Regia, mentre un'altra parte la mandava alle Vestali, affinch la conservassero per le purificazioni annuali. La testa tagliata dal coltello sacrificatore, era inchiodarla a scopo apotropaico, come trofeo del cavallo di ottobre, sulla torre Mamilia (di posizione ignota) nella Suburra o nel palazzo reale sotto il colle Palatino, secondo se vincevano i Suburrani o i concorrenti della via Sacra.
Nelle giornate delle corse, come variante, nella stessa pista del Circo si disputavano i Ludi Troiani (ne parla Virgilio nell'Eneide), giochi riservati unicamente ai rampolli delle famiglie aristocratiche, dove i giovani armati di spade di legno si affrontavano in combattimenti equestri incruenti, il cui scopo principale era la dimostrazione di coraggio e l'abilit nel cavalcare. Ma l'assenza di armi vere non toglieva che qualcuno di ragazzi incappasse in qualche fendente o cadendo pesantemente da cavallo subisse pesanti conseguenze, come accadde al nipote dell'influente senatore Gaio Asinio Pollione, che stramazzando al suolo si ruppe una gamba. Pollione dell'incidente patito dal nipote se ne lament con Augusto e l'imperatore soppresse i giochi. Da allora i Ludi Troiani furono proibiti, o almeno in letteratura, non se ne trova pi traccia.
Il ritmo serrato con cui le corse si susseguivano nel Circo non dava ai Quiriti il tempo di annoiarsi. Durante il principato di Domiziano in occasione della celebrazione dei giochi secolari, in un solo giorno si svolsero cento gare e affinch fossero portate tutte a compimento senza confusione, i sette giri di percorso previsti per ognuna furono ridotti a cinque.
I tifosi amavano gli atleti capaci di cogliere vittorie a ripetizione che andavano a impinguare la lista dei successi della fazione preferita, ma erano affezionati ai colori della squadra pi che agli aurighi e quando questi, come spesso per avidit di denaro succedeva, abbandonavano la scuderia per passare a un'altra avversaria, rimanevano fedeli all'associazione di appartenenza. D'altro canto i tifosi della squadra che ingaggiava un guidatore di successo all'altezza di cogliere vittorie a ripetizione, non si facevano scrupolo di applaudire e osannare il nuovo acquisto, purch fosse capace di battere gli avversari; non importava che fino a pochi giorni prima avesse corso per una scuderia avversaria.
Ogni fazione includeva nell'organizzazione aurighi, carri, cavalli e pure attrezzature e persone necessarie alla preparazione e allo svolgimento delle corse. Vi facevano parte: famuli (inservienti), sellari (riparatori e costruttori di carri), fabri ferraii (fabbri ferrai), fabri tignarii (falegnami), veterinari (veterinari), conditores (custodi), sutores (costruttori di finimenti), sarcinatores (sarti), medici (medici). Non si sa con certezza se il legarsi dei tifosi a una fazione piuttosto che a un'altra dipendesse o meno dalla corporazione cui appartenevano; si suppone che la loro scelta fosse dettata dal cuore. I patrizi, individualisti per eccellenza, erano estranei a qualunque forma di associazionismo e ognuno parteggiava per la scuderia che meglio credeva. Nell'impero, per mettersi al riparo da sgradite sorprese di carattere vendicativo, preferirono associarsi di volta in volta al tifo della scuderia prediletta dal principe in carica, per non inimicarselo. Anche gli imperatori tenevano per una scuderia del cuore preferita alle altre. Caligola parteggiava per la fazione dei verdi. Svetonio riferendosi al bizzarro imperatore: ... era tanto appassionato al partito verde del Circo, che spesso rimaneva a cena nelle stalle. Durante una delle tante gozzoviglie, diede con vari regali due milioni di sesterzi all'auriga chiamato Eutico. Affinch poi il proprio cavallo, Incitato, alla vigilia della corsa non fosse disturbato, aveva l'abitudine di intimare a tutti, per mezzo di soldati, di star zitti; oltre ad avergli fatto costruire una scuderia di marmo e una mangiatoia d'avorio, regal all'animale delle gualdrappe di porpora e dei finimenti ingemmati, e persino una casa arredata e dei servi per ricevere con maggiore dignit le persone che invitava a suo nome. Si dice che volesse nominarlo console.
Il giorno delle corse, per non perdere nulla dello spettacolo, fin dal mattino una marea di gente si metteva in movimento; partiva dai paesi vicini, dalla periferia e dalle case della stessa Roma e si riversava nelle vie della citt, per andare a confluire vicino al Circo Massimo, attorno al quale formava un lago umano in attesa di entrare. Dentro la colossale struttura, il passionale popolino gremiva ogni ordine di posti delle tribune, fischiando e applaudendo per tutto il corso della gara.
L'emozionante atmosfera creata dall'evento eccitava gli spettatori e lo stadio da fredda costruzione si trasformava in un gigantesco calderone ribollente di passioni. A guardare le gradinate dalla pista, si sarebbero notati a macchia di leopardo gruppi di persone con indosso abiti di colore che contraddistinguevano le quattro scuderie.
Se i tifosi di fazioni rivali venivano a diverbio per diversit di opinioni, le macchie si mischiavano e scoppiavano risse che per essere sedate richiedevano l'intervento della forza pubblica. Appena lo spettacolo terminava, il circo si svuotava e i tifosi nel ritorno verso casa s'intrattenevano a formare capannelli per discutere sui particolari delle corse cui avevano assistito. Gli animi ancora una volta si accaloravano, volavano parole grosse e dallo scambio di vedute gli interlocutori passavano alle vie di fatto. Le tifoserie erano molto vivaci e facili a sconfinare nella lite e provocare disordini. Il tifo, un fenomeno difficilmente spiegabile che riesce a coinvolgere emotivamente le persone presenti a un evento sportivo, rappresentava allora come oggi una valvola di sfogo alle frustrazioni o alle tensioni accumulate dal popolo minuto durante la settimana. Sul fanatismo dei tifosi romani per la scuderia Verde, che caratterizzava le corse dei carri, e sul rischio che le scommesse comportavano, cos si esprime Giovenale nell'undicesima satira:
I giochi Megalesi onorano la festa Idea, cui d il segnale uno stendardo.
Il pretore siede trascinato dai cavalli come in un trionfo e, se posso dirlo, con buona pace
per l'eccezionale folla immensa, il circo accoglie oggi tutta Roma.
Le acclamazioni, che mi fanno capire la vittoria della casacca verde, colpiscono il mio orecchio.
Se questa fosse superata, vedresti la citt dolente e smarrita,
come dopo la sconfitta dei consoli nella polvere di Canne.
Vadano allo spettacolo i giovani ai quali si conviene il rumore,
la rischiosa scommessa e il corteggiamento di una bella ragazza.
Al Circo gli avventori non si recavano unicamente per assistere alle corse, ma pure per secondi fini. La calca facilitava i borseggiatori a compiere furti e nella folla donne interessate all'amore mercenario avevano possibilit di adescare qualche cliente con cui appartarsi in un vicino lupanare. Accaniti scommettitori si recavano per puntare grosse cifre sui campioni preferiti e le scommesse muovevano enormi capitali. Lo spettacolo dava modo ad amici di passare una giornata in compagnia e di discutere, seduti l'uno accanto all'altro, di argomenti che nulla avevano a che fare con le gare. Ovidio, sebbene fosse poco interessato alle corse, partecipava allo spettacolo in compagnia di una donna della quale era innamorato e consigliava agli uomini di andarci, perch nella promiscuit avevano occasione di adocchiare qualche ragazza e sedersi vicino per attaccare bottone. Anche Marziale e Giovenale frequentavano il circo; la conoscenza approfondita che avevano sulle corse  dimostrata dai molti nomi di aurighi e cavalli ricordati nelle loro opere.
Plinio il Giovane reputava le corse - e i combattimenti gladiatori - uno spettacolo deplorevole e poco educativo per i giovani e si meravigliava come una moltitudine di persone fosse coinvolta completamente dalla corsa dei carri fino ad arrivare a tifare con fanatismo per una delle quattro fazioni. La disapprovazione di eminenti pensatori dell'epoca e il fatto che gli aurighi fossero considerate persone abiette, non impedirono a Nerone di scendere in pista alla guida di carri da corsa, ma era ormai un'epoca in cui da qualche tempo non esisteva il pubblico decoro e i grandi personaggi politici credevano di non dover sottostare al giudizio del popolo.
Le corse al Circo Massimo continuarono ancora per secoli, per con il definitivo affermarsi della religione cristiana, affinch i fedeli non disertassero le chiese e ascoltassero l'omelia, nel 425 d. C. a ragione di leggi rinnovate pi volte, di domenica e nei giorni festivi le gare furono vietate e nell'anno 549 d. C., il re ostrogoto Totila organizz l'ultima.
Nel primo secolo Roma era stata governata dai Cesari, nel secondo da imperatori di origine spagnola o gallica, nel terzo da uomini di tutte le razze e di tutte le nazioni, nel quarto i barbari avevano preso possesso dell'impero non solo come imperatori, ma come popolo. La barbarie aveva sopraffatto la civilt, ma nonostante l'impero romano d'occidente nel 476 d. C. fosse andato in rovina, i ludi circenses riuscirono a sopravvivergli per settantatr anni ancora.
I ludi gladiatori
Nell'ottavo secolo prima della nascita di Cristo, Omero nel ventitreesimo canto dell'Iliade scriveva di combattimenti avvenuti al di fuori della battaglia tra Greci e Troiani. Ptroclo era stato ucciso da Ettore e gli Achei in suo onore organizzarono giochi funebri. Prime a essere portate a termine furono le corse dei carri; segu un incontro di pugilato tra Eurialo ed Epeo. Venne poi la volta di un incontro di lotta tra gli sfidanti, Ulisse e Aiace Telamonio, finito in parit. I giochi proseguirono con un combattimento al primo sangue tra l'astuto Diomede e il forte Aiace Telamonio, interrotto dall'intervento degli Achei per impedire che finisse in tragedia.
Era antichissima usanza italica allestire combattimenti per accompagnare gli illustri defunti nell'oltretomba. I duelli perseguivano unicamente uno scopo religioso e sacrale; servivano per placare l'anima degli estinti e impedire che gli spiriti dei morti, gli spettri (lemures) ostacolassero le azioni dei vivi; solo fortuitamente finivano con la morte di uno dei duellanti. Un passo avanti era stato fatto rispetto ai tempi ancora pi lontani, quando vicino alla tomba di un personaggio celebre s'immolavano prigionieri di guerra o schiavi di scarso valore acquistati a basso prezzo per l'occasione. La convinzione di allora era che col sangue umano si quietassero le anime dei morti. La crudele usanza, fu sostituita nel tempo da combattimenti di gladiatori (munera) disputati nelle prossimit delle tombe.
Roma mutu i munera (da munus, inteso come obbligo verso il defunto) dai popoli confinanti, non si sa con certezza se dall'Etruria o dal Sannio, territori dove gi si svolgeva quel genere di combattimento. In Campania sono stati scoperti gli anfiteatri pi antichi e le prime armature adoperate dai gladiatori nei duelli. Ci potrebbe avvalorare la tesi che i giochi fossero stati importati da quella regione, ma il ritrovamento sulle pareti di due tombe dell'antichissima citt etrusca Tarquinia, indurrebbe a credere di essere stata l'Etruria, la sede dalla quale essi furono trasferiti.
Sulle tombe delle Olimpiadi e degli Auguri di Tarquinia, che gli archeologi fanno risalire alla met del sesto secolo avanti Cristo,  raffigurato un personaggio mascherato chiamato, da come si pu chiaramente comprendere da un'iscrizione accanto, Phersu, con un cane al guinzaglio che si avventa su un uomo a torso nudo con la testa coperta da un sacco, il quale a sua volta cerca di difendersi con una clava. Studiosi di epigrafi in quella raffigurazione hanno individuato un combattimento gladiatorio, uno dei tanti che avvenivano nei giochi funebri etruschi, dove i duellanti si affrontavano in combattimenti in cui alla vita mea non corrispondeva altra possibilit che la mors tua.
Il popolo etrusco comunicava con i Sanniti e frequentava per ragioni di commercio le coste e i territori campani, quindi le novit potevano essere copiate reciprocamente in tempi brevi. A distanza di molti secoli la suddetta osmosi rende difficoltosa l'attribuzione della primogenitura dei combattimenti gladiatori, almeno quelli avvenuti nella penisola italica. Ad ogni modo, il primo a Roma fu tenuto nel 264 a. C. nell'area del Foro Boario, in occasione dei giochi funebri in onore di Marco Giunio Bruto Pera; lo organizzarono Decimo e Massimo, figli del defunto che fecero combattere tre coppie di gladiatori: un numero destinato a salire vertiginosamente nel tempo. Nel 174 a. C., in occasione dei funerali di Tito Quinzio Flaminio si affrontarono trentasei coppie di gladiatori e in un lungo crescendo, al tempo di Traiano per festeggiare il trionfo sui Daci, si giunse all'impiego di ben 5000 coppie.
Tra ludi gladiatori avvenuti nell'et repubblicana, i pi citati sono quelli promossi da Giulio Cesare nel 65 a. C., per onorare la memoria del padre, ventuno anni dopo scomparsa. In quella circostanza, a quanto riferisce Plinio, combatterono trecento coppie di gladiatori ricoperti da armature d'argento. Lo stesso Cesare nel 46 a. C. indisse altri giochi per ricordare la prematura scomparsa della figlia Giulia, avvenuta otto anni prima. Alla gladiatura  anche legato il soprannome di Quinto Cecilio, un membro della nobile famiglia Metella, che per aver allestito i giochi funebri in onore del padre in un periodo molto breve, pass alla storia col soprannome di Celere.
Nel 105 a. C., a causa di un evento fino allora mai accaduto, i giochi gladiatori subirono una contaminazione alla funzione originaria, in quanto allo scopo religioso si venne ad aggiungere un inatteso motivo di spettacolo. I consoli Gneo Manlio Massimo e Publio Rutilio Rufo senza motivo plausibile, ma soltanto per offrire una manifestazione pubblica alla cittadinanza, organizzarono un combattimento; da quel momento il fondamento religioso dei giochi incominci a perdere credito e l'elemento spettacolare prese il sopravvento. Di quanto il popolo fosse ammaliato dai combattimenti dei gladiatori, se ne accorsero gli ambiziosi politici romani che non tardarono a utilizzarli per il raggiungimento delle proprie convenienze.
I giochi erano nati con l'intenzione di accompagnare nell'aldil le anime dei cari estinti, per placarle ed evitare che si rivolgessero contro i parenti ancora in vita, pertanto era opportuno organizzarli quanto pi vicini al giorno del decesso, per impedire che tra il momento in cui avveniva il trapasso e i ludi ci fosse un lungo periodo di vacanza, durante il quale lo spirito inquieto sarebbe stato libero di vagare tra i vivi e danneggiarli. Passata la motivazione religiosa in secondo piano, i grandi personaggi romani non si preoccuparono pi di farli svolgere subito dopo la morte dei familiari, bens in un periodo a ridosso di avvenimenti dai quali era possibile trarne un'utilit personale. Il fatto che Giulio Cesare avesse fatto celebrare in pompa magna i giochi in onore di suo padre ben ventuno anni dopo la scomparsa, quando il ricordo era caduto nel dimenticatoio, lo dimostra ampiamente.
E quali potevano essere per un politico i giorni pi convenienti se non quelli in prossimit delle votazioni? I ludi nell'Urbs suscitavano nella cittadinanza un enorme interesse, e l'elettorato nelle votazioni, al momento di scegliere il candidato, favoriva col suffragio il magistrato che in passato, con magnifici giochi aveva fatto trascorrere alla cittadinanza giornate in spensieratezza, distraendola dagli affanni quotidiani. D'altra parte i magistrati della Repubblica avevano bisogno del consenso elettorale, l'unico propellente valido a spingerli in alto verso le massime magistrature dotate d'imperium (la pretura e il consolato), quindi per raggiungere i traguardi ambti era di fondamentale importanza che esaudissero i desideri del popolo. Anche durante l'impero, nonostante il sovrano rappresentasse nell'ordinamento dello Stato il potere assoluto e non dovesse rendere conto alcuno del proprio modo di agire, reputava conveniente soddisfare le esigenze della gente comune, almeno per quanto riguardava l'aspetto ludico. Nel vuoto degli antichi valori non bastava solo il pane che riempisse le pance per tacitare il malumore di numerosissimi uomini ridotti sulla soglia della povert, di conseguenza si utilizzavano i giochi per sviare il popolo dagli irrisolvibili problemi che lo attanagliavano ed evitare cos agitazioni.
Il magistrato incaricato dell'organizzazione non badava a spese e si prodigava affinch il fine ultimo fosse raggiunto, vale a dire magnificare se stesso e divertire la gente, in modo tale che sui ludi convergessero tutte le discussioni e non vertessero su altri argomenti sgraditi al potere politico. Che poi all'organizzatore personalmente i giochi interessassero poco o nulla, non importava granch. All'imperatore Marco Aurelio i combattimenti gladiatori non suscitavano particolare interesse e poich si accordavano male con la sua vocazione di filosofo, aveva preso in considerazione l'idea di abolirli. Dopo per ci aveva ripensato e continuava a organizzarli per compiacere i cittadini che li richiedevano, e per dimostrare di partecipare allo spettacolo se ne stava seduto in tribuna d'onore, intento a leggere documenti o firmare decreti, ma con l'attenzione rivolta altrove.
La responsabilit di organizzare i giochi riferiti alle ricorrenze dettate dal calendario ricadeva sugli edili, i magistrati di livello pi basso, tranne i questori.
Il magistrato sul quale gravava l'onere della preparazione e della buona riuscita dell'evento, ma che in cambio riceveva un attestato di onore dalla cittadinanza, appena ricevuto l'incarico metteva al bando il termine risparmio e, se il caso, per meglio figurare attingeva al patrimonio personale. I costi passavano in secondo piano e la sola cosa importante era il conseguimento del consenso popolare. Quanto al recupero dell'esborso sostenuto, l'interessato sperava di recuperarlo in misura maggiore attraverso i guadagni indiretti procurati dal raggiungimento di una carica di livello superiore. Quando per per un motivo qualsiasi il fine perseguito svaniva, il magistrato che aveva investito nel ludo un cospicuo capitale personale, finiva col rovinare la situazione patrimoniale della propria famiglia o incontrava seri problemi per restituire i soldi presi in prestito.
Anche ricchi privati cittadini, al di fuori delle cariche magistratuali, avevano la facolt di indire giochi gladiatori nei giorni liberi da feste calendarizzate. Di conseguenza, qualsiasi uomo danaroso intenzionato a entrare nelle grazie dei concittadini valutava da una parte la somma spendere e dall'altra i benefici che avrebbe ricevuto in cambio, e se il piatto della bilancia pendeva dal lato dei vantaggi personali gli bastava soltanto prendere contatto con un imprenditore del settore gladiatorio e mettere mano alla borsa per soddisfare la propria voglia di evergetismo.
I Romani chiamavano editor chi produceva o allestiva giochi e lanista il tenutario di una scuola di gladiatori, un impresario capace dietro compenso di vendere o affittare gladiatori all'organizzatore del ludus. Sant'Isidoro da Siviglia sostiene che il vocabolo lanista fosse di origine etrusca, in realt la derivazione lessicale  dubbia, cio se etimologicamente abbia origine in senso dispregiativo da lanius (macellaio), venditore di carne umana destinata al macello, o se sia riconducibile a leno (mercante di schiavi, ruffiano, magnaccia). Comunque in entrambi i casi, la denominazione si attaglia convenientemente a spregevoli proprietari di persone che mettevano in gioco la vita altrui, arricchendosi con denaro sporco di sangue.
L'impresa gladiatoria prendeva il nome di ludus (gioco); in fondo il duello nell'arena non era altro che un gioco mortale che poteva terminare con l'uccisione di uno o di entrambi i combattenti. Il significato di ludus coincideva con quello di famiglia (familia), infatti, a somiglianza di una famiglia vera e propria i gladiatori vivevano assieme nelle caserme-prigioni gestite da un amministratore, dentro di cui prestavano opera: medici per curare le ferite riportate dai combattenti, massaggiatori per ungere con oli i corpi dei duellanti, carcerieri per prendersi cura degli elementi pi pericolosi, uomini incaricati alla custodia dell'armeria e personale addetto alle faccende domestiche giornaliere (cucina, pulizie, etc.). I gladiatori vivevano ciascuno per conto proprio in una cella ma mangiavano seduti insieme a tavola uno accanto all'altro, e chiunque di loro per complicit del caso poteva ammazzare chi o essere ammazzato da chi il giorno prima aveva pranzato al suo fianco. Tutti seguivano un'alimentazione ricca di carboidrati, costituita prevalentemente da abbondanti minestre d'orzo utili ad aumentare lo strato di grasso intorno alle parti vitali del corpo per proteggerle da profonde ferite, e per accumulare energie assumevano la sagina, un composto ricco di sostanze fortificanti e di alto contenuto calorico. Mangiavano quello che poi avrebbero restituito con il sangue (Seneca, Lettere a Lucilio).
Un modello di caserma ci era offerto dalla domus dei gladiatori di Pompei, riportata alla luce insieme con una moltitudine di reperti archeologici rimasti sepolti dall'eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d. C. durante l'impero di Tito. La costruzione, forse per infiltrazioni sotterranee di acque,  crollata nel 2010 per l'incuria di chi avrebbe dovuto curare la conservazione.
In quegli edifici dalle caratteristiche simili a una prigione, dove i soggetti pi pericolosi erano tenuti sotto stretta sorveglianza e rinchiusi in cella, i gladiatori beneficiavano di un limitato regime di indipendenza ed erano liberi di andare in giro e convivere con una donna, moglie o amante che fosse. In un anno non affrontavano pi di cinque combattimenti ciascuno, perci, per mantenersi in forma, ogni giorno si esercitavano con armi di legno nel piazzale attorno alla caserma. Li allenava il lanista o un maestro (magister), un ex gladiatore che era riuscito a sopravvivere ai combattimenti affrontati in carriera; il maestro d'armi metteva al servizio di chi ancora calcava l'arena, l'esperienza accumulata da combattente e dava ai praticanti i giusti consigli per riportare a casa la pelle. Una semplice distrazione durante il combattimento poteva essere fatale e bastare da sola per dare l'addio alla vita, che in ogni caso non era di lunga durata; solo alcuni combattenti riuscivano ad arrivare ai trenta anni di et, un tetto di vita comunque difficilmente superabile. D'altra parte la gladiatura era una delle poche vie accessibili a chi aveva perduto la libert o era stato condannato alla pena capitale e non aveva a disposizione altra via per sperare di riacquistare il diritto di propriet su se stesso.
Le scuole gladiatorie per opportunit sorgevano fuori Roma; una delle pi rinomate aveva sede a Capua, la citt da dove il trace Spartaco diede l'avvio alla terza guerra servile. Alle autorit conveniva tenere fuori delle mura cittadine una massa di disperati che non avendo nulla da perdere, in qualunque momento potevano decidere di mettere mano alle armi e scatenare una rivolta.
Quando a Roma si formarono le fazioni politiche, i grandi personaggi si premurarono a mettere sotto il proprio controllo schiere di gladiatori per utilizzarli all'occorrenza contro la parte avversaria. Nel clima di odio generato dalle guerre civili, il tribuno della plebe Clodio Pulcro fu ucciso in uno scontro tra la sua banda armata di gladiatori e quella opposta di Milone. Cesare, campione del partito popolare, a Capua possedeva ben cinquemila gladiatori che tenevano in continua apprensione la fazione degli ottimati, e li utilizzava per divertire il popolo, ma quando vedeva che gli spettatori stavano per chiedere la morte di qualcuno di loro, lo faceva portare inaspettatamente fuori dall'arena; di questi favori fu ricambiato durante la seconda guerra civile: nessun soldato al suo servizio fu pi valoroso e fedele di essi.
Oltre alle scuole fisse che esercitavano attivit in caserme sistemate in luoghi stabili, compagnie itineranti con a capo un lanista, si spostavano continuamente nelle citt laddove si tenevano spettacoli, per consentire al magistrato organizzatore o all'editor di turno di comprare o affittare gladiatori.
Una variegata rosa di uomini formava il corpo gladiatorio: prigionieri di guerra, criminali della peggior risma, condannati a morte, schiavi ribelli, tutt'essi a inseguire una chimera chiamata rudis (spada di legno o bastone), il simbolo dell'allontanamento dai combattimenti nelle arene e del congedo definitivo. Spettava al padrone concedere il rudis al gladiatore di sua propriet, a riconoscimento dei meriti acquisiti con valorosi combattimenti durante gli anni di carriera; a volte gli spettatori nell'arena, in premio al combattente che per coraggio si era distinto in pi di un incontro, ne chiedevano il ritiro.
Prendeva il nome di Rudis il bastone o la spada di legno, che sanciva il ritiro definitivo del gladiatore dell'arena e di rudiarius chi lo otteneva in dono per continuare a vivere ai margini della societ, coadiuvando con la qualifica di magister il lanista negli allenamenti di qualche famiglia gladiatoria. Lo status di rudiarius acquistato non assicurava in ogni caso la libert al gladiatore che pur esentato dai combattimenti conservava lo stato giuridico servile; solo a qualche valorosissimo era concesso l'affrancamento (status libertinus), coprendogli simbolicamente il capo col pilleum (cappello degli schiavi liberati) nel giorno del congedo.
Da quando a Roma i munera ebbero inizio e fino alla conclusione del ciclo repubblicano, i gladiatori furono guardati dal popolo con disprezzo; in fondo si trattava di schiavi, uomini che in un modo o nell'altro avevano perso la libert e per sopravvivere erano costretti a esercitare un mestiere infame. Quanto precaria fosse la vita di chi non aveva saputo mantenere la libert e in quale considerazione fosse tenuto chi sventuratamente cadeva in schiavit  ampiamente documentato. La dignit era cancellata; la persona scadeva al rango di cosa, quindi poteva essere uccisa, venduta o maltrattata senza avere la possibilit di avanzare alcun diritto di tutela da qualsiasi soverchieria che il padrone poteva a propria discrezione infliggergli.
A nessun cittadino sarebbe passato per la testa di arruolarsi presso qualche caserma gladiatoria e scendere nell'arena, poich avrebbe dovuto rinunciare al suo status di uomo libero e assumere una condizione servile. Nulla per nel tempo  immutabile e durante l'Impero i costumi tradizionali furono coinvolti nella deriva morale e subirono uno stravolgimento. I gladiatori, naturalmente quelli sopravvissuti ai primi combattimenti, che con le vittorie avevano acquisito fama e intascavano le laute somme messe in palio, nonostante il loro rango sociale rimanesse infimo furono considerati degli idoli, degli eroi cui ispirarsi. I pi remunerati percepivano anche pi di diecimila sesterzi a combattimento. Le donne poi, e in particolare le matrone, per loro stravedevano; non importava se fossero brutti o pieni di cicatrici, il fascino emanato dalla pericolosit della gladiatura e il coraggio di guardare la morte in faccia senza aver paura mettevano in sottordine tutte le considerazioni negative fino a nasconderle. Di Eppia, probabilmente moglie del senatore Fabrizio Veientne, Giovenale in una satira riferisce: Aveva abbandonato il marito, la famiglia e i figli in lacrime, per seguire Sergio, un gladiatore dal viso sfregiato dalle cicatrici e afflitto da una malattia che gli faceva lacrimare gli occhi. Per soddisfare nient'altro che un capriccio, aveva attraversato su una nave il mar Tirreno e affrontato i disagi che la navigazione impone, per accompagnarlo fino all'isola di Faro, davanti al delta del Nilo in Egitto; si era invaghita di lui soltanto perch era un gladiatore. Sergio, per essersi rotto un braccio, aveva chiesto il rudis; se l'avesse ottenuto, a Eppia non sarebbe importato pi nulla di lui. Non sarebbe pi stato un gladiatore, ma sarebbe tornato a essere un uomo qualunque.
Per lo sprezzo del pericolo dimostrato nell'anfiteatro, il gladiatore acquis una grandissima popolarit; quasi fosse una sorta di eroe popolare divent un modello da imitare per tutte le classi sociali e allo scopo di emularlo, nelle arene incominciarono a scendere comuni cittadini. Uomini liberi stipulavano con il lanista un contratto di servizio (auctoramentum) che li vincolava a lui per un periodo limitato o per un numero ben definito di combattimenti (anche per uno solo), diventando di sua propriet in cambio di una congrua somma. Raggiunta la firma, l'accordo tra le due parti diveniva irrevocabile. Chi vendeva le proprie prestazioni assumeva uno stato giuridico particolare che comportava la sospensione del diritto di libert, diventava di conseguenza auctoratus e il lanista disponeva di lui come meglio credeva, per legge lo poteva uccidere (necare), bruciare (urere), legare (vincire). Alla scadenza del contratto, o ancora prima se riusciva a guadagnare il rudis, l'auctoratus cessava di essere asservito al lanista e riacquistava il precedente status di uomo libero. Il giurista Gaio riferendosi all'antico diritto di propriet paragonava l'auctoratus meus a un oggetto la cui sottrazione al padrone era rapportata al reato di furto; ci per significare a quale livello scadesse lo stato sociale dell'auctoratus e quale fosse la dipendenza dal lanista. Ma nonostante il lanista avesse il potere di uccidere a suo piacimento l'auctoratus, nella realt per non mandare in fumo un cospicuo capitale s'impegnava al massimo per conservarlo in vita fino all'ultimo.
Rotti i freni inibitori, cavalieri e persino senatori seguirono il deprecabile comportamento dei comuni cittadini di scendere nell'arena; e siccome quando s'incomincia a rotolare lungo la china della bassezza morale, non si finisce mai di precipitare, il fondo toccato da Nerone con la partecipazione alle corse nel Circo, fu oltrepassato dall'imperatore Commodo con i combattimenti nell'arena. All'opposto del padre Marco Aurelio che gli aveva lasciato in eredit l'impero romano, Commodo alla filosofia e alle arti letterarie non era per nulla interessato, nutriva piuttosto un amore sviscerato per i combattimenti nel Circo: inclinazione che gener la voce di essere stato concepito dalla madre Faustina Minore con un gladiatore. Dotato di un fisico robusto e sorretto dalla convinzione di essere la reincarnazione del mitico Ercole, Commodo si ricopriva con pelli di leopardo e brandiva una clava, proprio come ci  stato tramandato da raffigurazioni, nelle pose in cui amava farsi ritrarre. E scendeva nell'arena per combattere contro le belve (qualcuno sostiene che avesse ammazzato un leone con le mani) o per divertimento, uccidendo animali innocui come gli struzzi, per decapitazione, con lanci di frecce dall'estremit a forma di mezzaluna. Non disdegnava di combattere contro gladiatori e vinceva facilmente, dal momento che i suoi avversari, per il rispetto dovutogli in qualit d'imperatore, si davano per vinti alle prime ferite. Il suo amore per la gladiatura era comunque ben corrisposto, costatato che per ogni apparizione ricompensava se stesso con un milione di sesterzi, sottraendoli all'erario e impoverendo cos le casse dello Stato. Per auto celebrarsi, a una statua colossale che rappresentava il Sole fece staccare la testa, la sostitu con una sua immagine e alla base invece del titolo e del nome del monumento scrisse: Il vincitore di mille gladiatori. Se l'elogio corrispondesse al vero, la notizia pervenutaci, che combattesse contro gladiatori armati con spade di legno, non sarebbe priva di fondamento.
Ossessionato dalla gladiatura, Commodo decise di abbandonare il palazzo imperiale e and ad abitare in una caserma; vittima della nemesi mor nel bagno, strangolato da Narcisso, un gladiatore suo maestro d'armi.
Il secondo secolo dopo la nascita di Cristo era sul finire, quando questi ultimi fatti narrati accadevano e i giochi avevano subito uno stravolgimento nella loro essenza iniziale. Del motivo religioso per cui erano nati, non se ne ricordava pi nessuno; a chiunque era consentito di scendere nelle arene. Censurate da Tacito per aver abdicato con i combattimenti alle proprie qualit femminili, pure le donne vi partecipavano, come si evince da un rilievo in Alicarnasso che raffigura due gladiatrici armate di spada e di scudo, nell'atto di affrontarsi.
In origine a essere impiegati negli spettacoli gladiatori erano persone private della libert, prigionieri di guerra o schiavi e l'equipaggiamento ricalcava perfettamente quello usato dai loro popoli in battaglia. La classe dirigente politica romana, mostrando alcuni campioni di guerrieri vinti, offriva al popolo l'opportunit di rendersi conto di come fossero armati i nemici di Roma e facendoli combattere tra di loro e li degradava a livello di schiavi.
I primi prigionieri spediti a Roma per calcare le scene delle arene, giunsero nel IV secolo a. C. dalle guerre nel Sannio.
L'armatura difensiva del gladiatore sannita era costituita:
- da uno scudo (scutum) di foggia a volte ovale, a volte trapezoidale,
- da un elmo (cassis) chiuso da una visiera e sormontato da una cresta e da un cimiero (galea) che conferiva un aspetto imponente al combattente che lo indossava,
- da uno schiniere (ocrea) di cuoio a protezione della gamba sinistra, alto dalla parte superiore del piede fino a sotto il ginocchio e orlato di metallo,
- da un para-braccio (manica) di lana, ricoperto da lamelle di metallo e indossato sul braccio che impugnava la spada,
- da una corazza (spongia), a difesa del petto.
Il Sannita come unico capo di vestiario indossava un subligar o subligaculum (sottofascia o perizoma), tenuto alla vita da una cintura (cingulum o balteus). Una cavigliera gli sosteneva la caviglia destra, la pi sottoposta allo sforzo, e ai piedi calzava un paio di sandali munite di borchie sotto la suola (caligae) per assicurare meglio l'aderenza al suolo. Diverse fonti controcorrente sostengono che combattesse scalzo per avere pi stabilit sul terreno. L'offesa era affidata al gladio (gladium), spada d'ordinanza del soldato romano (dalla quale i gladiatori presero il nome), lunga una quarantina di centimetri e usata pi efficacemente di punta per trafiggere, anzich di taglio.
Lo schiniere sulla gamba sinistra e il para-braccio sul braccio destro, protezioni ai due arti pi esposti ai colpi dell'avversario - almeno per chi tirava di destro -, erano strumenti di difesa indossati da quasi tutte le classi gladiatorie.
Nel progredire della politica espansionistica di Roma, orientata in principio verso il centro sud, i bellicosi Sanniti furono tra i primi popoli a essere sottomessi; in seguito, quando le mire romane si volsero verso il nord, a essere destinati ai combattimenti gladiatori, dal settentrione arrivarono i prigionieri Galli. Nella successiva fase espansiva, cio durante le guerre mitridatiche, nell'est dell'Europa furono catturati i Traci, guerrieri della regione omonima corrispondente pressoch all'odierna Bulgaria. Sanniti, Galli e Traci, nell'ordine, furono dunque i primi tre gruppi etnici di gladiatori introdotti a Roma nei ludi.
Con l'evolversi della situazione politica, man mano che i popoli vinti furono incorporati nell'impero romano, la classe gladiatoria a essi corrispondente non scese pi nell'arena. D'altronde non aveva senso continuare a umiliare uomini ormai completamente integrati nella societ romana, inoltre i gladiatori non rappresentavano ormai la propria nazione d'origine. Sappiamo che Spartaco di nazionalit tracia, combatteva da murmillo (mirmillone), mentre una lapide attesta che un certo Thelyphus combatteva da samnis (sannita) sebbene fosse traex (trace). Anche il corredo armamentario non corrispondeva pi all'equipaggiamento militare portato in battaglia; valga un esempio: l'elmo, che in principio era identico al copricapo aperto sul volto e s'indossava in battaglia, fu chiuso da una visiera e rinforzato attorno alle parti laterali e posteriori, da una tesa tendente a proteggere meglio il combattente dai fendenti che strisciando sulla calotta lo ferivano alle spalle.
Nel frattempo alcune categorie erano state sostituite da altre e qualche altra ancora nasceva, dotata di un armamento inusitato negli eserciti, perch inadeguato alla praticit richiesta nelle battaglie.
Tra la fine della repubblica e l'inizio dell'impero, il sannita e il gallo scomparvero; il gallus (gallo) fu sostituito dal mirmillone e il sannita dal secutor (inseguitore) e dall'hoplomachus (oplomaco), appartenenti entrambi alla categoria dei gladiatori sanniti. E' documentato che nel primo secolo, durante l'impero di Caligola, nei combattimenti apparve il retiarius (reziario) che se fosse stato impiegato in guerra a combattere da soldato, il suo inconsueto armamentario pi da pescatore che da guerriero, avrebbe sicuramente suscitato ilarit e scherno tra le file nemiche.
In origine non vi era differenza sostanziale tra l'armatura del secutor e quella del samnis, poi, quando per rendere gli incontri pi appassionanti si pens di contrapporre gladiatori di categorie differenti e il secutor fu abbinato al retiarius, al fine di impedire che la rete lanciata dal retiarius trovasse appiglio sull'elmo del secutor, fu adoperato l'accorgimento di togliere il cimiero dalla calotta di quest'ultimo, rendendola liscia. Per essere solitamente contrapposto al retiarius, il secutor fu anche chiamato contraretiarius. Quanto al nome, secutor derivava dalla tattica messa in campo, d'incalzare continuamente da vicino l'avversario durante il combattimento. La corta distanza tra i contendenti permetteva all'attaccante di usare il gladio con efficacia e nello stesso tempo impediva all'avversario di aggrovigliarlo nella rete.
Prendendo a spunto una pratica schermistica in vigore nell'Ellade, dove i combattenti si affrontavano armati di spada e lancia, gli impresari circensi crearono l'hoplamacus (in greco, chi combatte come un oplita, cio armato pesantemente), un gladiatore armato di gladio o di lancia, che si proteggeva il corpo con un ampio scudo tondo e in testa indossava un elmo di origine greca provvisto di tesa, chiuso sul viso e sormontato da un appariscente cimiero. Invece il gallus, a similitudine dei guerrieri celti affrontati dalle legioni romane, era armato con una lunga spada a doppia lama usata prevalentemente di taglio per portare colpi trasversali o verticali basati sulla forza, e si salvaguardava dai colpi dell'avversario, parandoli con un largo scudo rettangolare diviso in due parti da una spina verticale. La classe gladiatoria gallica sub nel tempo un'evoluzione e i gladiatori di appartenenza furono chiamati mirmilloni (da mirmillo o murmillo), un nome proveniente dalle mitologiche figure marine decorate sul cimiero dell'elmo. Rapportato alle classi pugilistiche, il mirmillone tra i gladiatori corrispondeva al peso massimo, poich nella categoria venivano immessi i lottatori pi prestanti; dell'antenato gallus aveva l'identico equipaggiamento e in pi indossava un elmo decorato, a larga tesa e con visiera, che gli riparava anche il volto.
La protezione del capo per mezzo di un elmo dissimile da categoria a categoria, era una costante in tutti i gladiatori; solo il retiarius combatteva a capo scoperto.
Combattere da mirmillone richiedeva robustezza fisica tale che consentisse di brandire una spada di elevato peso e contemporaneamente maneggiare senza difficolt uno scudo ricurvo, rassomigliante a un'enorme tegola dal peso di circa sette chilogrammi, che riparava tutta la persona tranne il volto e le gambe. Il combattimento di questa classe gladiatoria, per le caratteristiche in essa connaturate, si basava soprattutto sulla forza fisica. Per rendere quindi le gare interessanti dal punto di vista tecnico-spettacolare, il possente mirmillone era contrapposto all'agile trace o al reziario; ci non toglieva che disputasse incontri con altri combattenti della sua stessa categoria.
Il trace, considerato il gladiatore per antonomasia, non cambi mai nome n fu mai assorbito da altra categoria di combattente; la sua figura valic il periodo repubblicano e percorse l'impero per secoli, fino all'abolizione dei giochi gladiatori. Si distingueva da lontano per una decorazione di un grifone campeggiante su di un elmo a larga tesa ed era armato con una corta spada (meno di mezzo metro) ricurva ad angolo di ampia apertura. L'arma, chiamata sica supina, in dotazione ai soldati traci - come si denota dalle immagini impresse sulla colonna traiana che raffigurano i Traci che la impugnano -, era usata con la punta rivolta verso il basso per colpire l'avversario dietro le spalle o nel collo. Maneggiata con la tecnica d'uso della falce, appena attingeva le carni dell'avversario veniva tirata con violenza per procurare un profondo squarcio che se riportato in parti vitali diventava letale. Per difendersi, il trace adoperava un piccolo scudo dalla forma rotonda o rettangolare, dal peso di circa tre chilogrammi e a differenza di altre categorie di gladiatori, proteggeva entrambe le gambe con due schinieri alti fin sopra le ginocchia.
Il pubblico apprezzava molto il combattimento tra il mirmillo e il traex, dove alla forza si contrapponeva la destrezza. La sfida si svolgeva col mirmillone intento ad avanzare, chiuso a testuggine in attesa di sferrare il colpo fatale, e col trace che non trovando parti frontali vulnerabili cercava di aggirare il rivale per colpirlo nei punti del corpo pi facilmente attaccabili: i fianchi e il collo.
Altrettanto gradito era il confronto tra il murmillo e il retiarius a ragione della differenza dell'equipaggiamento che li contraddistingueva. Il reziario prendeva il nome dalla rete adoperata per aggrovigliare l'avversario ed era armato di un tridente (fuscina) utilizzato per tenere a distanza il rivale e di un pugnale (pugio) per colpirlo nel corpo al corpo o per finirlo nel caso fosse riuscito ad avvilupparlo nel tramaglio lanciato con la mano sinistra ma legato al polso, in modo da essere recuperato qualora il lancio fosse andato a vuoto. Impossibilitato per forza di cose a imbracciare uno scudo a difesa del corpo, al retiarius era concesso a proteggere le parti maggiormente esposte ai colpi dell'avversario, il braccio sinistro con un para-braccio (manica) e la spalla sinistra con una lastra metallica fissata al corpo da supporti di cuoio (galerus).
Alternativamente al murmillo, il retiarius combatteva contro lo scissor, un lottatore armato di gladio, che come il secutor indossava un elmo ovale con piccole fessure, per impedire di essere colpito agli occhi dal tridente. Lo scissor si differenziava dal secutor per avere indosso una corazza a squame (lorica), che oltre a salvaguardare il tronco scendeva fin sotto il ginocchio, e per la mancanza di scudo; un tubo a forma conica, lungo dal polso al gomito, dentro il quale egli infilava il braccio sinistro e dalla cui estremit usciva una lama a forma di falce, aveva la duplice funzione di parare i colpi di tridente e di tagliare la rete del retiarius.
Ai gladiatori delle categorie fin qui citate era consentito combattere sia con omologhi sia con combattenti di classe diversa. Gli altri delle rimanenti categorie erano obbligati a duellare all'interno della propria categoria di appartenenza, ad esempio un provocator (provocatore) combatteva soltanto contro un provocator. La protezione di questo gladiatore armato di daga consisteva in uno scudo rettangolare di medie dimensioni e in una piastra metallica a forma di mezzaluna fissata sul petto da corregge di cuoio e, in pi, nel classico schiniere a protezione della gamba sinistra e nella manica indossata sul braccio destro. Quanto all'elmo, quando la categoria verso la fine della Repubblica fu introdotta nelle arene, era simile a quello indossato dai legionari, per nel periodo imperiale fu - come pure i copricapo delle altre classi - modificato con l'inserimento di una visiera a protezione del viso.
Anche l'essedarius combatteva esclusivamente contro un altro essedarius. Sebbene degli essedarii, cio di guerrieri combattenti sull'essedum, il carro da guerra dei popoli celtici (Belgi, Britanni e Galli), ne parli gi in epoca repubblicana Cesare nel V libro del De bello gallico, la classe gladiatoria corrispondente fu introdotta a Roma al ritorno dell'imperatore Claudio dalla campagna di Britannia, quando furono fatti combattere guerrieri catturati nell'isola d'oltre Manica e lo spettacolo riscosse gradimento. La categoria degli essedari trova menzione nelle iscrizioni, ma per l'assenza d'immagini  incerto come si svolgesse il combattimento, vale a dire se avvenisse a bordo dei carri, tra gladiatori contrapposti o se i carri avessero unicamente la funzione scenica dell'ingresso in pista e invece il duello si svolgesse a terra dopo che i combattenti erano sbarcati dal carro. Dubbia  anche la guida del carro, cio se fosse affidata all'essedarius stesso o a un auriga. Comunque, le armi del combattente constavano in una spada corta e in probabili lance, mentre uno scudo di forma ovale, un para-braccio, un elmo e due schinieri a protezione delle gambe rappresentavano l'equipaggiamento difensivo.
Per attirare l'attenzione di un pubblico che accorreva sempre numeroso ad assistere ai combattimenti, gli organizzatori andarono alla ricerca di nuove figure gladiatorie da introdurre nelle arene; ne abolirono vecchie e ne crearono nuove, per stimolare l'interesse e la curiosit degli spettatori e per offrire alla cittadinanza nuovi argomenti su cui discutere.
Conquistati dai combattimenti, i Romani non seppero pi liberarsene; dei ludi gladiatori rimasero prigionieri per secoli e nemmeno l'avvento del cristianesimo valse a liberarli.
Nel 312 d. C. stando alla tradizione letteraria-religiosa, all'imperatore Costantino il Grande durante la guerra contro l'usurpatore Massenzio, sopra il sole sarebbe comparsa la scritta luminosa in hoc signo vinces e la notte seguente Cristo, in sogno, gli avrebbe ordinato di combattere sotto il segno notato in cielo. Sta di fatto che Costantino alla periferia di Roma, presso i Saxa Rubra, affront e vinse il rivale nella battaglia di Ponte Milvio, alla testa delle truppe sulle cui insegne aveva fatto imprimere XP, le prime due lettere della parola Cristo in greco, conosciute come il monogramma di Cristo. Per ringraziare Dio della vittoria ottenuta, Costantino permise alla religione cristiana di uscire dalla condizione d'inferiorit in cui da tre secoli era rilegata rispetto il paganesimo e di essere professata alla luce del sole. Egli stesso si convert e fu battezzato, seppure in punto di morte, tuttavia, sebbene avesse assestato duri colpi alle usanze pagane (secondo Eusebio da Cesarea, Costantino proib che si sacrificasse agli dei), non riusc ad abolire i giochi gladiatori che andarono avanti ancora per un centennio.
Nei secoli di vita dei combattimenti gladiatori, nuove classi furono create e altre esistenti scomparvero, per questa ragione spesso ognuna di esse ebbe una durata diversa dalle altre, in lunghezza di tempo e in data d'inizio e di fine. Seguire pertanto l'evoluzione dei giochi gladiatori per quasi sette secoli di vita, prendendo a riferimento come loro inizio ufficiale quelli disputati nel 264 a. C. in onore di Giunio Bruto Pera, comporterebbe uno studio approfondito a s stante e fuorviante al percorso prestabilito, nondimeno, oltre alle classi gladiatorie fin qui descritte,  appropriato ricordare combattenti di categorie meno importanti, menzionati da autorevoli letterati dell'antichit:
- l'andabata (gladiatore che combatte senza vedere) -citato da Cicerone -, che per individuare la posizione del suo avversario, doveva fare affidamento unicamente sull'udito.
- il crupellarius (gladiatore coperto interamente da un'armatura di ferro), di origine celtica, menzionato da Tacito negli Annali.
- gli equites, guerrieri che secondo San Teodoro di Siviglia, aprivano lo spettacolo gladiatorio incominciando a combattere a cavallo, per poi smontare di sella e continuare lo scontro a terra. In testa indossavano un elmo con tesa e visiera e armati di lunga spada e lancia, si difendevano con uno scudo. Si coprivano il corpo con una tunica, caratteristica questa difficilmente riscontrabile nelle altre classi gladiatorie.
Lo stesso santo, ed  il solo a nominarli, in Etymologiae scrive di gladiatori chiamati velites il cui equipaggiamento si rifaceva a quella del veles (soldato armato alla leggera, della sola lancia e senza elmo), che combatteva sparso e fuori dallo schieramento regolare romano. La leggerezza dell'equipaggiamento di questo gladiatore consentiva rapidi movimenti in un combattimento impostato sull'agilit e sulla velocit.
L'anfiteatro Flavio
L'icona pi rappresentativa dell'Italia nel mondo  senz'altro il monumento del Colosseo, straordinaria testimonianza delle vestigia di Roma e dell'importanza che i ludi gladiatori raggiunsero gi nella giovinezza dell'impero. Non ci sarebbe stata ragione valida perch Vespasiano, attingendo esclusivamente al patrimonio personale, incominciasse la costruzione di un grandioso anfiteatro capace di ospitare oltre cinquantamila spettatori, se quei sanguinosi spettacoli non avessero esercitato sulla popolazione un fascino capace di calamitare l'interesse di smisurate folle.
I giochi quando nacquero non si disputavano al chiuso dentro costruzioni, ma avvenivano in luoghi aperti, circondati da tribune di legno montate intorno allo spazio in cui si svolgevano i combattimenti, e provvisti di palchetti con posti a sedere, riservati dall'organizzatore a importanti personalit in grado di far confluire su di lui un gran numero di voti nelle competizioni elettorali. Gli anfiteatri furono costruiti in un secondo tempo, per evitare ogni volta l'elevato costo e l'oneroso lavoro di assemblaggio e smontaggio delle piattaforme e per offrire uguale possibilit ai numerosi spettatori, attirati dal cruento spettacolo, di seguire l'evento senza che avessero la visuale ridotta o impedita dagli antistanti. L'essenza di quest'ultimo concetto risiede nel significato stesso di amphitheatrum, un vocabolo composto dall'avverbio di luogo amph (attorno) e dal sostantivo theatrum (posto dove si vede).
L'iperbole nella costruzione degli anfiteatri fu raggiunta con il Colosseo, ma antecedentemente alla progettazione si era svolto un lungo percorso in rilevanti tappe, compiuto prima che la passione per i giochi gladiatori divenisse contagiosa e dilagasse nei territori dell'impero con l'edificazione di arene che insieme con altre opere (circhi, acquedotti, teatri, piazze, pretorie) divennero il simbolo tangibile della romanit esportata nelle province.
Cassio Dione scrive che Statilio Tauro nel 29 a. C., proprio sul finire della repubblica, costru a sue spese un anfiteatro in pietra e legno. La costruzione and distrutta nel 64 d. C., nell'incendio che avvolse Roma durante l'impero di Nerone. Si tratt della prima struttura fissa costruita nella citt, ma in altre regioni che avevano alle spalle una forte tradizione gladiatoria, esistevano gi da qualche tempo plessi stabili, specie in Campania, dove Capua era sede tradizionale di una caserma, residenza e scuola di gladiatori.
Tacito, un altro dei massimi storici della romanit, racconta negli Annali la tragedia accaduta a Fidene nel 27 d. C. in un teatro costruito da un liberto di nome Atilio. Costui, per trarre un elevato guadagno, aveva fabbricato un anfiteatro dove far combattere dei gladiatori. Per la scarsezza di capitali impiegati, era venuta fuori una struttura fragile nelle travature e debole nelle fondamenta. Appena la folla afflu numerosa dalla citt e dalle vicinanze e si accalc all'interno, l'anfiteatro croll, travolgendo nel rovinio gli spettatori entrati e anche quelli che all'esterno attendevano il turno d'ingresso. Tra i morti schiacciati dalla disastrosa caduta della struttura o calpestati da chi cercava di mettersi in salvo con la fuga, e tra i rimasti mutilati si contarono cinquantamila persone. Atilio pag con l'esilio la bramosia di un facile arricchimento e la superficialit di avere causato con una struttura fatiscente la morte di tante persone. Il Senato dopo quella tragedia decret che ad allestire i giochi avessero facolt soltanto i possessori di un patrimonio di almeno quattrocentomila sesterzi.
Dopo la luttuosa vicenda capitata sotto l'impero di Tiberio, per citare un altro anfiteatro stabile degno di attenzione si dovr attendere l'avvento di Nerone. Prima di lui Caligola aveva incominciato a far costruire un fabbricato destinato ai combattimenti, ma le poche informazioni pervenuteci hanno indotto a credere che l'opera sia rimasta incompiuta.
Nerone, costru la Domus Aurea, un complesso grandioso che si stendeva su una superficie di circa novecentomila metri quadri, dove prima sorgevano case di comuni cittadini. Un libello del tempo esortava i Romani sfrattati di emigrare a Vejo, sperando che l'imperatore stimolato dalla sua megalomania, per allargare ancor di pi lo smisurato plesso non decidesse di mandarli via anche da quella citt. Dalla costruzione del gigantesco edificio scatur una pasquinata del tempo tramandataci da Svetonio: Sar la Citt la sua abitazione. Trasferitevi a Vejo, Quiriti, se anche Vejo quest'abitazione non occuper. Nerone, costruttore per eccellenza, nel 57 d. C. si lanci nell'impresa di edificare nel Campo Marzio un anfiteatro di legno cos grande da contenere artefatte battaglie navali (naumachie). L'incendio del 64 d. C. per bruci il fabbricato insieme alla stragrande maggioranza delle case romane. Vespasiano, il capostipite della dinastia Flavia, salito al soglio imperiale nel 69 d. C., progett di costruire un grande anfiteatro negli spazi occupati dalla Domus Aurea nella vallata compresa tra i colli Celio, Oppio e Velia. E nel 72 d. C., con l'intenzione di restituire ai cittadini lo spazio tolto dal suo predecessore, avvi i lavori di un'opera mastodontica che avrebbe sfidato i secoli e interessato molti milioni di visitatori, ma non visse abbastanza da renderla funzionale. Furono i figli a ultimare quanto di grandioso egli aveva iniziato: Tito nell'80 d. C., con l'inaugurazione, e in seguito Domiziano, con il definitivo completamento della monumentale costruzione, conosciuta fino all'ottavo secolo dopo Cristo col nome di anfiteatro Flavio. Della gioiosit del popolo romano, contento perch la dinastia Flavia aveva reso a Roma fruibili gli spazi dei quali si era impossessato Nerone, si rendeva interprete Marziale con un epigramma propagandistico scritto in occasione dell'inaugurazione del Colosseo e contenuto nel Libro degli spettacoli:
Qui dove oggi il raggiante Colosso sfida i cieli
e occupa la via l'eccelsa impalcatura,
lustravan d'oro gli atri del despota crudele,
e quasi tutta l'Urbe ne occupavan le mura.
Qui dove oggi s'innalza la potente struttura
del grande anfiteatro, lo stagno avea Nerone.
Dove sorgono le terme miracolosamente
donateci dal Cesare, un'immensa estensione
di campagne, fastoso dominio principesco,
aveva tolto ai poveri perfino le abitazioni.
Qui, dove s'apre il portico di Claudio,
ombroso e fresco,
dell'aula imperiale terminavano i muri.
E' rientrata Roma finalmente in possesso
dei suoi dominii e grazie al tuo governo saggio,
Cesare, il popol gode del benessere stesso,
che dell'imperatore fu prima l'appannaggio.
Il primo a coniare il termine Colosseo fu nell'ottavo secolo il monaco Beda, storico inglese e santo. Il frate gli attribu quel nome, perch stimolato da una grandiosa statua di bronzo alta trentacinque metri creata dallo scultore greco Zenodoro e posta nel vestibolo della Domus Aurea a simboleggiare il binomio dio Sole-Nerone. Sbalordito dall'imponenza di quell'anfiteatro a forma ellittica, alto cinquantadue metri e dalla lunghezza perimetrale di cinquecentoventisette, Beda lanci la profezia: Fin quando esister il Colosseo, esister anche Roma; quando cadr il Colosseo, cadr anche Roma, quando cadr Roma, cadr anche il mondo.
L'arena del Colosseo, larga nelle sue dimensioni massime, ottantasei metri per cinquantaquattro, occupava una superficie di tremilatrecento metri quadri, circondata da una struttura a tribune su cui si distribuivano gli spettatori. Una parte era pavimentata, l'altra in tavolato di legno ricoperto di sabbia; locali ricavati sotto il palco si raccordavano, tramite corridoi curvilinei, a un largo passaggio centrale disposto secondo l'asse pi lungo dell'anfiteatro. Trentadue di questi vani sotterranei addossati al muro perimetrale erano adibiti a celle di sollevamento. In ciascuna camera vi era una gabbia a guisa di montacarico, agganciata a una carrucola e tenuta ferma al suolo da un contrappeso. Lo sgancio del contrappeso attivava un meccanismo che sollevava in maniera repentina la gabbia al livello dell'arena. Con l'azionamento simultaneo di tutti e trentadue meccanismi si produceva un effetto straordinario: le gabbie sollevate comparivano improvvisamente nello stesso momento agli occhi degli stupefatti spettatori, quasi sbucassero dal nulla, e appena gli sportelli si aprivano, gli animali eccitati dal violento salto erano gi pronti al combattimento.
Lo spazio libero destinato agli scontri era separato dai primi posti (prima cavea) da una balconata (podium) protetta da una balaustra di bronzo dietro la quale sedevano personalit di elevato rango. Il settore inferiore delle tribune era riservato tramite dei cartellini ai senatori, per un mirato diritto di proedria che prevedeva l'assegnazione dei primi posti ai personaggi pi in vista della citt. Salendo la gradinata, la distanza degli spettatori dall'arena aumentava e la visibilit diminuiva come pure la posizione sociale degli occupanti. Le donne sedevano sugli ultimi gradini, in alto, sotto il colonnato. Alle classi pi umili erano lasciati i posti peggiori, in piedi, nel terrazzo sovrastante il colonnato.
Gli spettatori affluivano nell'anfiteatro dall'esterno, salendo le scale che sboccavano nei vomitoria: porte di accesso alle gradinate, aperte su un corridoio anulare creato apposta per raccordare le tribune. E affinch tutti occupassero ordinatamente i settori assegnati alla classe sociale di appartenenza, ciascuna delle settantaquattro arcate d'ingresso era caratterizzata da un numero impresso sulla volta.
Nei giorni estivi di canicola, per proteggere il pubblico dagli strali piccanti del sole, gli organizzatori facevano stendere sulla struttura un gigantesco telo (velarium), fissato da funi a raggiera a un sistema di pali e tiranti. Per mettere in tensione l'enorme tenda occorreva una notevole perizia marinaresca, perci d'estate il montaggio e lo smontaggio di una grande struttura cos complessa rappresentavano un gravoso problema al quale le autorit governative sopperivano distaccando a Roma un nutrito gruppo di marinai della flotta stanziata a capo Miseno.
Il Colosseo, nonostante sia stato sottoposto nei secoli all'usura degli agenti atmosferici,  giunto fino a noi in condizioni accettabili da richiamare ogni anno decine di migliaia di visitatori provenienti dal mondo intero. Il deterioramento causato dagli elementi naturali  stato ben poca cosa, rapportato ai danni provocati dalla rapacit umana. La struttura, utilizzata per secoli come cava,  stata spogliata dei 100.000 metri cubi del rivestimento in travertino estratto dalle vicine cave di Tivoli. Nel 16esimo secolo ha rischiato addirittura di scomparire, perch Papa Pio V si era ostinato a voler cancellare le memorie del mondo pagano e a distruggere le opere che avevano causato il martirio dei cristiani, e il Colosseo rappresentava sopra ogni altra cosa il simbolo del patimento di chi aveva abbracciato la fede cristiana. Per fortuna il Sommo Pontefice recedette dal proposito originario di demolizione e inser il sito archeologico in un percorso di pellegrinaggio penitenziale.
I combattimenti gladiatorii nell'anfiteatro Flavio venivano annunciati da avvisi (edicta) dipinti sui muri, per mezzo dei quali si pubblicizzava il programma della manifestazione. La cittadinanza attraverso tali comunicazioni conosceva il nome dell'organizzatore dei munera, il numero dei gladiatori partecipanti e la famiglia gladiatoria di provenienza. Alle notizie principali, sempre rese pubbliche, di volta in volta ne venivano aggiungete altre complementari: la stesura del velarium, il rinvio o meno in caso di cattivo tempo, l'eventuale distribuzione di cibo, etc. Il programma seguiva sempre lo stesso clich. I giochi incominciavano di mattina con la caccia agli animali (venationes) e proseguivano ininterrottamente fino all'ora di pranzo. Al termine dei giochi mattutini (ludi matutini), lo spettacolo continuava con le esecuzioni capitali. Una parte degli spettatori con evidente gusto dell'orrido, decisa a non perdere nulla dello svolgimento del programma e a conservare il posto occupato, pranzava sul luogo senza allontanarsi, godendo tra un boccone e l'altro del raccapricciante spettacolo offerto dai giustiziati. Per evitare al pubblico il disturbo di portarsi da casa vivande preparate, nel tempo gli organizzatori presero l'abitudine di distribuire a proprie spese alimenti dentro il Circo. Quest'ultima donazione contribuiva a gonfiare, agli occhi del popolo, l'evergetismo del magistrato responsabile; in realt per quanto era apparentemente elargito alla collettivit in modo disinteressato, al momento debito doveva essere ricambiato col voto, l'unica chiave in grado di aprire la porta d'accesso alle massime cariche pubbliche, le magistrature curuli.
Lo spettacolo raggiungeva l'acme nell'usuale cerimonia di apertura dei ludi meridiani (giochi pomeridiani), con i gladiatori che sfilavano nell'arena preceduti dall'organizzatore, a sua volta seguito dalla famiglia gladiatoria che da l a poco avrebbe allietato gli spettatori. La rassegna era accompagnata dalle note musicali emesse da trombe, tibie e corni, strumenti a fiato dell'epoca usati in guerra per impartire i comandi alle legioni e nelle arene per accompagnare i combattimenti e scandire i passaggi drammatici nei duelli.
Smessa la parte rappresentativa, la parola passava alle armi. I combattimenti erano preceduti da un preludio con armi di legno, per dare la possibilit ai gladiatori di scaldare i muscoli e a uomini qualsiasi di scendere nell'arena e affrontare i loro idoli in finte battaglie con armi inoffensive.
Terminata anche la fase introduttiva, nell'arena rimanevano soltanto i gladiatori e le persone necessarie allo svolgimento del combattimento. Da quel momento si faceva sul serio in un confronto dov'era messa in gioco la posta massima: la vita. L'editor, o una sua persona di fiducia, controllava che le armi fossero bene affilate per impedire qualsiasi tipo di finzione, dopodich le consegnava ai duellanti e lo scontro incominciava.
C' capitato di vedere qualche film ambientato nell'epoca dell'antica Roma in cui i gladiatori, prima d'incrociare i ferri, pronunciano all'indirizzo dell'imperatore la frase: Ave Caesar, morituri te salutant! (salve Cesare, coloro che stanno per morire ti salutano!). Questa espressione, a dire il vero, non era abitudinaria, poich i gladiatori non erano obbligati a porgere saluti a chicchessia prima che il combattimento incominciasse, nemmeno all'imperatore. In merito, Svetonio nelle Vite dei Cesari scrive che dei gladiatori per ingraziarsi Claudio gli rivolsero quella frase sperando che li graziasse. L'imperatore per rispose: chiss se moriranno e diede il segnale d'inizio del combattimento. Si tratt quindi di un fatto occasionale che non si ripet, o almeno non ricorrente in altre opere letterarie dell'epoca conosciute.
Un arbitro definito summa rudis, per la lunga verga impugnata, e coadiuvato da un aiutante (secunda rudis) nelle decisioni da prendere, dava il via al duello; come divisa indossava una tunica con bande rosse verticali, stretta sui fianchi da una cintura (cingulum). A esercitare di solito quel mestiere erano persone che con le armi avevano domestichezza: soldati in congedo o gladiatori arrivati a compimento carriera.
Il duello si svolgeva tra violenti scontri di scudi e colpi di spada, finch uno o entrambi i duellanti morivano o fino a quando uno dei due non si arrendeva. Per evitare una facile vittoria e uno spettacolo di brevissima durata, la contesa doveva essere equilibrata e svolgersi tra due gladiatori di abilit pressoch uguale. Erano consentiti anche due combattimenti contemporanei in punti opposti dell'arena, allo scopo di consentire al pubblico di godere nello stesso tempo dello spettacolo offerto da gladiatori di categorie diverse.
Il vinto dava il segnale di resa gettando a terra lo scudo o mettendo le mani dietro la schiena o inginocchiandosi, in ogni caso assumendo l'atteggiamento di non voler nuocere, che facesse capire all'avversario di non voler pi combattere. A quel punto interveniva l'arbitro, frapponendo la verga tra i due contendenti per sancire la fine della contesa. Il segnale di resa rendeva implicita la richiesta di avere salva la vita.
Una vita che a quel punto dipendeva esclusivamente dall'editor, interprete dell'umore della folla, il solo uomo autorizzato a concedere la grazia (missio), il quale prima di prendere una decisione doveva valutare in un brevissimo spazio di tempo se risparmiare o negare la vita al vinto. Di conseguenza, l'organizzatore da un lato cercava di capire la volont degli spettatori, che non bisognava mai contrariare, d'altronde sarebbe stato assurdo, dopo aver speso tanti soldi, mandare in fumo lo scopo della manifestazione con decisioni che avrebbero indispettito il pubblico e comportato una perdita di suffragi nelle successive elezioni. Dall'altro lato formulava un calcolo di stretta natura economica, per dedurre se era il caso di decretare la morte dello sconfitto; decisione penalizzante sotto l'aspetto finanziario, qualora fosse stata presa, perch per ogni gladiatore ucciso nell'arena, l'organizzatore era obbligato a corrispondere al lanista una certa somma pattuita in precedenza.
Si pu bene immaginare l'angoscia vissuta dallo sconfitto in quei terribili attimi durante i quali la propria vita era legata un filo, cio alla decisione dell'organizzatore di concedergli o no la grazia.
Se lo sconfitto aveva combattuto coraggiosamente, cercando in tutti i modi di battere l'avversario, di solito il pubblico si mostrava benevolo e reclamava a gran voce che fosse lasciato in vita e in segno di clemenza agitava i fazzoletti (sudaria), se invece il vinto aveva mostrato pavidit, chiedeva l'uccisione piegando in basso il pollice della mano (pollice verso). In quest'ultimo caso l'editor ripeteva lo stesso gesto e la sorte dello sconfitto era segnata.
Capitava pure che strenui gladiatori, in accesi combattimenti durante i quali nessuno dei due era riuscito a prevalere sull'altro, di comune accordo si fermassero per chiedere la grazia e che l'editor interpretando il volere del pubblico e appagato dal valore dei duellanti la concedesse.
Il gladiatore graziato (missus) dall'editor col segno del pollice rivolto verso l'alto, usciva dalla porta sanavivaria, tra lo sventolio dei fazzoletti della folla, saltando per la gioia di essere riuscito a scampare - almeno per quella volta - alla morte. Lo sconfitto, se gli era negata la grazia, si preparava a ricevere il ferro (recipere ferrum), inginocchiandosi e porgendo il collo, secondo il codice gladiatorio che prevedeva la morte per taglio della gola. Il vincitore, per, aveva la facolt di ignorare la regola e sferrare il colpo fatale in qualsiasi parte vitale del corpo. Sembrer strano, ma corrisponde a verit, come gli sconfitti accettassero passivamente la sentenza di morte senza opporre alcuna resistenza, quasi fossero attori partecipanti a una recita teatrale e non reietti giunti all'ultimo atto della loro vita. Svetonio, nelle Vite dei Cesari narra un episodio contrario alla regola di consegnarsi docilmente nelle mani del vincitore per farsi giustiziare, avvenuto alla presenza di Caligola: Poich un gruppo di cinque reziari tunicati si erano fatti sconfiggere, senza combattere, da altrettanti secutori, Caligola ordin di sgozzarli senza eccezione. Ma siccome uno di loro, afferrato il tridente, si lanci contro gli avversari e li uccise tutti, condann in un editto quel massacro come se si fosse trattato di una strage particolarmente crudele, e maledisse coloro che vi avevano assistito.
Il corpo privo di vita dello sconfitto usciva dalla porta libitinensis (la porta dei becchini), trasportato su una barella da inservienti mascherati da Caronte, il traghettatore di anime nel mondo dell'aldil; appena giunti dentro la camera mortuaria, gli stessi barellieri per accertarsi che la morte fosse realmente avvenuta, lo pungevano con un ferro rovente e se dava segnali di vita, gli tagliavano la gola. Quest'ultimo oltraggio serviva da colpo di grazia agli agonizzanti e a evitare che con decessi simulati si montassero imbrogli o accordi illeciti. Mentre l'ultimo atto tragico si compiva, gli inservienti stazionanti ai lati della pista (harenarii) coprivano le macchie di sangue sparse sul terreno, gettandovi sopra sabbia, e lo preparavano per il prossimo duello.
A reclamare il corpo dello sventurato per dargli pietosa sepoltura, di solito si recava la moglie o l'amante; in mancanza di richiesta, la salma finiva in una delle tante fosse comuni, riservate alla sepoltura dei poveri diavoli. I prestatori d'opera pi precari che forse abbiano calpestato il suolo della terra, per evitare dopo una misera esistenza, un'ingloriosa sepoltura, si riunirono in una delle tante associazioni di categoria (collegia) per garantirsi almeno da morti una tomba, nel caso che nessuno avrebbe richiesto i corpi. Se le salme dei gladiatori per non interessavano ad alcuno, al contrario il sangue era molto ricercato; era convinzione popolare che curasse i mali pi disparati, specie l'epilessia, bevendolo o strofinandolo sul corpo.
Per un gladiatore le possibilit di uscire vivo da un combattimento, anche se non elevatissime, in fondo esistevano. Quando stava per essere sopraffatto dal suo avversario, poteva arrendersi e chiedere la missio, nella speranza che la folla fosse clemente nei suoi riguardi; salvo che non si trattasse di un combattimento sine missio in cui la grazia non era ammessa, giacch era prestabilito che si svolgesse all'ultimo sangue e che con o senza resa finisse con la morte di almeno uno dei duellanti.
All'inizio del terzo secolo d. C. la possibilit di concedere la grazia pass dall'editor al vincitore, dal giorno in cui un gladiatore sconfitto chiese a Caracalla di avere salva la vita e l'imperatore gli rispose di rivolgersi al suo avversario, in quanto da vittorioso solo lui poteva elargirgli la grazia. Da quel momento in poi per gli sconfitti divent pi difficile abbandonare l'arena da vivi. Il vincente preferiva uccidere lo sconfitto piuttosto che lasciarlo in vita, per evitare l'eventualit futura di essere ucciso dal rivale che era stato graziato.
Mentre lo sconfitto disteso per terra ingoiava polvere o se pi fortunato assaporava la gioia di essere stato risparmiato, il vincitore con la testa cinta da una corona di alloro, celebrava la vittoria con un giro di pista sventolando una palma; completato il percorso attorno all'arena, usciva dalla porta trionfale (porta triumphalis) e si recava a riscuotere la posta messa in palio.
I munera riuscirono a coinvolgere completamente il popolo nella sua interezza, dai pi miseri cittadini alle pi eminenti autorit e quando i normali combattimenti non furono pi abbastanza sufficienti da placare l'arsura di sangue di morbosi spettatori abituati ad assistere a spettacoli sempre simili, gli organizzatori incominciarono a offrire veri e propri massacri nei quali le vittime designate non avevano alcuna possibilit di scampo. Un gladiatore armato di tutto punto affrontava uno per volta altri gladiatori completamente disarmati e che nelle proprie mani avevano il solo mezzo di difesa. Ecco la ripugnanza espressa da Anneo Seneca nella settima Epistola indirizzata a Lucilio, dopo aver assistito per caso a un orrendo spettacolo di assassinii gratuiti:
Per caso verso mezzogiorno capitai nel Circo durante uno spettacolo e attendevo con agitazione i giochi, le battute dei buffoni, qualche sollievo che consentisse all'occhio, ormai stanco di vedere sangue umano, di riposarsi, ma successe tutto il contrario. I combattimenti svoltisi prima, per quanto crudeli furono miti. Ora tralasciati i giochi, accadono omicidi veri e propri; i gladiatori sono completamente indifesi, esposti ai colpi in tutte le parti del corpo e non si scontrano mai inutilmente. La maggior parte degli spettatori preferisce questo genere di combattimento a quello proprio delle coppie ordinarie e straordinarie dei gladiatori. E perch non dovrebbe preferirlo? La spada non  respinta n dall'elmo n dallo scudo. Per quale scopo difendersi? Per quale fine seguire le regole della lotta? Non si farebbe che ritardare la morte. La mattina gli uomini sono gettati in preda ai leoni e agli orsi, a mezzogiorno ai loro spettatori. Questi ordinano che chi prima ha ucciso si scontri con chi fra breve lo uccider e affidano al vincitore un'altra uccisione. I combattenti devono morire; si procede col ferro e con il fuoco. E tutto questo accade durante il tempo in cui l'arena dovrebbe essere vuota. Si dir, per: uno di essi commise un furto o un omicidio! Allora? Quell'uomo per aver ucciso si merit tale pena, ma tu infelice che pena hai meritato per assistere a uno spettacolo simile? Eccoli che gridano: Uccidi, colpisci, incendia! Perch costui affronta con tanto timore i colpi della spada? Perch va incontro alla morte con cos vigliaccamente? Perch non sa morire con coraggio? Con le percosse lo si spinga alla lotta cruenta; tutti con petti nudi, slanciandosi gli uni contro gli altri, si colpiscano a vicenda. Lo spettacolo  stato sospeso, nel frattempo si sgozzino gli uomini affinch noi non ci annoiamo.
Era in corso il I secolo d. C., un'epoca in cui ogni imperatore aveva un campione preferito o tifava apertamente per una determinata categoria di gladiatori. Nerone nutriva grande simpatia per il mirmillone Spicolo; gli don i beni mobili e immobili sequestrati a illustri romani che avevano riportato il trionfo e nelle sue ultime ore di vita domand di lui, affinch venisse a ucciderlo di sua mano. Caligola ridusse l'armatura dei mirmilloni per avvantaggiare i traci suoi beniamini e nomin a capo della sua guardia del corpo germanica alcuni gladiatori della classe da lui preferita. Lo stesso folle imperatore si esercitava alla scherma con un mirmillone armato di semplice bacchetta, e quando costui per compiacerlo si gett a terra fingendo di essere stato vinto, lo trafisse con un pugnale; poi si mise a correre in tutte le direzioni con una palma in mano, com'era costume dei vincitori. E a un gladiatore chiamato Colombo rimasto leggermente ferito, poich gli stava particolarmente antipatico, ordin che gli fosse versato nella piaga un veleno, trovato poi assieme ad altre sostanze tossiche, e catalogato di suo pugno col nome di colombino. Tito al pari di Caligola prediligeva i gladiatori traci e spesso allo stesso modo di un tifoso qualsiasi scambiava con quelli che non la pensavano come lui, motteggi e gesti senza pregiudizio della sua maest e della sua imparzialit.
Lo spettacolo di violenza e di sangue originato dalle arene si rifletteva nelle tifoserie impegnate sugli spalti a sostenere i campioni e nelle escandescenze che seguivano i tifosi di gladiatori avversari, per sostenere le proprie ragioni ricorrevano spesso alle mani e qualche volta pure alle armi. Fatti deprecabili accaddero nel 59 d. C. sotto l'impero di Nerone. Sentiamo quanto Tacito testualmente riporta negli Annales: In quell'epoca accadde un grande massacro tra Nocerini e Pompeiani, originato da una futile causa in occasione dei giochi gladiatori organizzati da quel Livineio Regolo - che ho gi ricordato -, bandito dal Senato. Dapprima le due parti si scambiarono ingiurie con l'insolenza propria dei provinciali, poi passarono alle sassate, alla fine ricorsero alle armi, e i cittadini di Pompei, presso i quali si dava lo spettacolo, prevalsero. Furono riportati a casa molti abitanti di Nocera col corpo mutilato per ferite e in quella citt parecchi cittadini piansero la morte dei figli e dei genitori. Il principe defer al Senato il giudizio dell'accadimento, il Senato lo affid ai consoli, poi quando la faccenda pass di nuovo al Senato, si deliber di vietare per dieci anni pubbliche riunioni di quel genere ai cittadini di Pompei; in seguito fu ordinato lo scioglimento di tutte le associazioni costituitesi contrariamente alle norme della legge. Livineio e tutti i cagionatori del tumulto furono condannati all'esilio.
Filosofi e letterati pagani, Cicerone, Plinio, Seneca, Marco Aurelio, per citarne alcuni, condannavano i munera, ma unicamente perch di cattivo esempio ai giovani e alla popolazione; dei disgraziati che perdevano la vita nell'arena, non interessava granch n a loro n ad alcun altro. Non era sbocciato ancora nella coscienza popolare un profondo senso religioso e un nobile sentimento che di fronte a tante crudelt sconsiderate inorridisse. Con l'avvento del Cristianesimo il corpo umano fu considerato il tempio della sacralit di Dio e i ludi gladiatorii furono messi all'indice. Quando il nuovo credo si afferm come religione professata dalla maggioranza della popolazione romana, il ruolo assunto dalla nuova professione di fede assest violenti colpi alla sopravvivenza dei giochi gladiatori. Nonostante ci si dovette aspettare l'anno 418 d. C., affinch l'imperatore Onorio li vietasse definitivamente e quelle pagine, che lo storico francese Jerome Carcopino avrebbe voluto cancellare dalla storia di Roma per renderla pi limpida, cessassero di continuare a essere scritte. Ma se dai tomi della storia dei grandi imperi dovessimo strappare le pagine buie, di pagine nitide da essere lette con ammirazione ne rimarrebbe ben poche.
I ludi scaenici
Nei periodi in cui avvenivano gli spettacoli dedicati alle divinit dalle quali spesso i ludi prendevano il nome, oltre alle corse dei carri, ai combattimenti dei gladiatori e altre manifestazioni di minore rilevanza, si tenevano pure rappresentazioni teatrali (ludi scaenici). Di accesso gratuito a tutto il popolo romano e commissionate direttamente dallo Stato, erano organizzate dai magistrati edili che nel finanziamento concorrevano con soldi propri e le utilizzavano come veicolo di promozione pubblicitaria per le votazioni politiche. Tali manifestazioni non furono proprie del mondo romano ed ebbero un limitato apprezzamento, soprattutto nel periodo dell'impero, quando a cominciare dal periodo augusteo persero larga parte del loro interesse a vantaggio degli intrattenimenti nel circo e nell'anfiteatro.
Il teatro romano trasse diretta origine dall'omologa struttura ellenica realizzata a cielo aperto le cui antichissime origini risalivano a prima del quinto secolo a. C. In quel centennio il teatro greco era composto di tre parti fondamentali fabbricate in prevalenza con legname:
- La cavea: un luogo a forma di settore circolare, ove il pubblico occupava posto su sedili di legno, il pi delle volte addossata a una collina per rendere migliore la visibilit e la sonorit.
- L'orchestra: uno spazio circolare con centro l'altare di Dioniso, il dio in onore del quale erano offerti gli spettacoli; situata al piano terra tra la cavea e la scena, al suo interno occupava posto il coro, un gruppo di attori che aveva il compito di narrazione della trama, di commento e di collegamento delle scene.
- La scena: un piccolo palco di legno rialzato su cui si esibivano i protagonisti durante lo spettacolo; collocata in posizione rialzata, pi in l dell'orchestra, comunicava con quest'ultima per mezzo di scale. Il palcoscenico fronteggiava la cavea secondo un asse a essa perpendicolare e serviva originariamente a luogo di preparazione degli attori prima che entrassero in scena, al riparo dagli sguardi degli spettatori, ma in futuro fu utilizzato come sfondo da adattare ogni volta alla recita.
I teatri di legno in seguito lasciarono posto a delle costruzioni in pietra con sedili scavati su clivi di colline rocciose, suddivisi in due ordini di posti da un gradone pi alto.
Il pubblico entrava dallo stesso ingresso del coro, da un corridoio ricavato tra la scena e i gradini, e saliva a sedersi nella cavea per mezzo di scalette che avevano la funzione di dividere la gradinata in tanti settori. L'orchestra che prima era in terra battuta, fu poi pavimentata e la parete di sfondo dell'ambiente scenico fu sfruttata da membrana adatta a riflettere le voci degli attori e intonata di volta in volta alla scena dell'opera messa in atto; forme decorative abbellirono tutto l'ambiente.
A Roma il primo grande teatro di legno fu costruito nel 58 a. C. dal magistrato edile Marco Emilio Scauro, figlio del pi famoso omonimo che da console nel 115 a. C. aveva celebrato il trionfo e nel 111 a. C. si era fatto corrompere dall'oro di Giugurta nella guerra di Numidia. La grandiosa struttura, a quanto scrive il naturalista Plinio il Vecchio, forse con poca attendibilit, aveva la capacit di accogliere 80.000 spettatori comodamente seduti. Nel 50 a. C. Gaio Scribonio Curione, uno degli uomini fedelissimi a Cesare nella seconda guerra civile, edific un altro imponente teatro di legno formato da due costruzioni semicircolari che poggiavano su macchinari rotabili e potevano essere unite tra di esse a formare un solo corpo da utilizzare per spettacoli che prevedevano una grandissima affluenza di pubblico o separatamente quando andavano in scena rappresentazioni di minore interesse. Adottando l'accorgimento di togliere alcune parti del tavolato e di aggiungerne altre, la struttura unica si trasformava in un anfiteatro di forma ellittica, idoneo al combattimento dei gladiatori; i due corpi separati, sfruttati come due teatri indipendenti, consentivano recite contemporanee senza che gli spettatori si disturbassero reciprocamente. Sia il teatro realizzato da Scauro sia il teatro costruito da Curione, sono descritti nel libro 36 della Naturalis historia di Plinio.
Per merito di Gneo Pompeo Magno nell'anno 55 a. C. il Campo Marzio di Roma fu dotato del primo teatro in muratura incominciato sei anni prima e costruito a somiglianza di un modello stabile greco notato dallo stesso Pompeo a Mitilene, per rispetto a quello con alcune variazioni. La principale modifica apportata serv in seguito a far distinguere con un colpo d'occhio un teatro greco da un altro romano: la cavea fu costruita di forma esattamente semicircolare a differenza del modello greco che voleva i due estremi laterali delle gradinate allungate fino a superare il centro del teatro, rendendo cos poco felice la visuale della scena agli spettatori che occupavano posto sui gradini delle estremit. In pi la costruzione non sfruttava l'orografia di un terreno collinare, bens era sostenuta da grandi mura perimetrali con fondamenta scavate in un terreno piano e i posti a sedere della cavea erano realizzati su archi e volte in muratura, collegati alla scena con delle logge laterali. Nel punto pi alto della cavea fu eretto un tempio in onore a Venere Vincitrice, che desse al luogo una parvenza di sacralit. L'orchestra, spazio riservato in Grecia ai cantori, fu destinata ai senatori. Il coro fu eliminato e sostituito da musici che dal palcoscenico accompagnavano la recita col suono di tibiae, strumenti a fiato simili al flauto, costruiti in osso e ad ancia semplice o doppia, il cui suono emesso era adattato alla scena da rappresentare. Di quegli strumenti ne esistevano quattro tipi:
Le Tibiae pares che emettevano un suono identico per tutta la durata della rappresentazione, le tibiae impares che cambiavano la tonalit della musica nel corso dello spettacolo, le tibiae dextrae, utilizzate per l'emissione di suoni acuti e le tibiae sinistrae, per le musiche dai toni soffusi. Dall'introduzione musicale, di conseguenza, il pubblico intuiva a quale genere di spettacolo avrebbe assistito.
Un velario sostenuto da pali e da tiranti riparava gli spettatori dal sole e per la prima volta comparve un tendone che nascondeva la scena (aulaeum) ed era alzato solamente a fine recita, dal basso verso l'alto. All'esterno fu costruito un portico sostenuto da un doppio ordine di colonne (porticus Pompeii), che sboccava in un grandissimo salone destinato alle riunioni senatoriali (curia Pompeii), abbellito dal monumento di Pompeo: una statua raffigurante il mecenate che aveva regalato alla citt il magnifico complesso.
Nonostante fosse stata creata un'architettura capace, secondo Plinio il Vecchio, di ospitare quarantamila spettatori, altri teatri di legno continuarono a esistere e a essere montati e smontati all'occorrenza nel Circo o di fronte al tempio di Apollo e della Magna Mater, per soddisfare la passione nutrita dai cittadini di tutte le classi sociali verso le recite di ogni genere e le esibizioni di mimi, cantori e ballerini.
Cesare, nella realizzazione di grandi opere, per non essere da meno al suo grande avversario politico Pompeo, nell'area meridionale del Campo Marzio compresa tra il Tevere e il Campidoglio, incominci i lavori per la costruzione di un teatro capace di ospitare insieme 15.000 persone e fino a 20.000 in caso di affollamento, quindi inferiore per capienza all'edificio realizzato dal rivale, ma dalle pretese architettoniche e decorative di livello superiore. Il divo Julio nel 44 a. C. incapp nelle funeste idi di Marzo e non arriv a portare a compimento il suo progetto che fu ultimato dal figlio adottivo Ottaviano Augusto. L'imperatore Augusto nell'11 a. C., ben oltre un decennio dopo la fine della terza guerra civile, termin i lavori e dedic la costruzione alla memoria del nipote Marcello al quale aveva dato in sposa la figlia Giulia. Nel frattempo, Lucio Cornelio Balbo con i soldi del bottino conquistato nella vittoriosa campagna di guerra contro i Garamanti, aveva costruito un teatro stabile in pietra pi piccolo, ma lussuosamente decorato con colonnine di onice e dalla capienza di 8.000 spettatori, e nel 13 a. C. lo aveva inaugurato.
Nei teatri romani fissi, rispetto alle omologhe opere architettoniche greche dello stesso periodo, il palco della recita dai pochi metri quadri iniziali fu allargato e la parte pi vicina al pubblico (l'attuale proscenio) fu utilizzata per riprodurre porte, costruzioni o per raffigurare una piazza o una via. Lo sfondo scenico, prima inesistente, fu realizzato con l'innalzamento di un tavolato su cui erano dipinte scene appropriate all'opera rappresentata. Sulla scena furono aperte tre porte, corrispondenti a tre usci delle case abitate dai personaggi, e ogni entrata fu corredata di un vestibolo formato da una tettoia sovrastante l'ingresso, sostenuta da due colonne. Ad ascoltare Vitruvio, nelle tragedie la porta centrale corrispondeva all'entrata di un palazzo reale, mentre le altre due a quelle delle abitazioni degli ospiti. Se la recita prevedeva che vi fosse un tempio, s'inseriva una porta su un muro raffigurante la recinzione e all'occorrenza a poca distanza si montava un altare. Macchinari adatti a rendere pi veritiere le rappresentazioni, furono introdotti tardamente nei teatri romani, sebbene fossero gi usati da secoli in quelli greci. Per inscenare le comparizioni di divinit dal cielo, erano usati argani che sollevavano in alto gli attori e adeguate macchine riproducevano i rumori (tuoni, boati, lampi) creati in passato manualmente. Furono pure costruite gradinate chiamate scale di Caronte, per far salire sul palco da cavit ricavate sotto il pavimento, gli attori che rappresentavano le deit residenti negli inferi. L'ambiente da adattare al tipo di rappresentazione da mandare in scena veniva di volta in volta variato, mettendo ai lati del palco due prismi triangolari girevoli, dove su ciascuna delle tre facce era dipinto uno sfondo appropriato: uno per la commedia, uno per il dramma e uno per la tragedia, oppure uno per il mare, uno per la citt e uno per la campagna. E per rendere possibile, all'occorrenza, l'apparizione di una deit, in uno dei lati dello stesso prisma fu ricavata una cavit.
L'inizio dello spettacolo era annunciato dal suono di un doppio flauto. Scrive Orazio in Ars poetica: Il flauto, non guarnito - come adesso - d'oricalco, ed emulo della tromba ma flebile nel suono e semplice per la scarsezza di fori, servir prima a fare accordo e accompagnare i cori, richiamando sugli scranni non ancora troppo affollati il popolo non numeroso, perch piccolo, sobrio, casto e morigerato. Appena udito il segnale, gli spettatori occupavano i posti a sedere sulle gradinate, quindi un araldo comunicava a voce il titolo dell'opera che sarebbe andata in scena e a seguire una breve sintesi, mentre alcuni inservienti sistemavano sul palcoscenico un cartellone su cui vi erano scritti sia il titolo sia il sommario a lettere cubitali, in modo da poter essere letti da lontano.
A quel punto affinch lo spettacolo incominciasse, bisognava solo abbassare il sipario (aulaeum).
Il teatro in Grecia non era considerato una pura forma di divertimento o di spettacolo fine a se stesso, ma un motivo di unione, un punto di ritrovo, dove la cittadinanza rafforzava il senso comune di appartenenza attraverso l'apprendimento di storie mitiche di eroi indigeni e per mezzo dell'acquisizione di norme religiose e di pensieri filosofici. Gli spettacoli, non semplici svaghi, bens riti popolari collettivi, si svolgevano in un periodo sacro, entro uno spazio consacrato dalla presenza dell'altare di Dioniso, e con tre autori teatrali in gara su testi di natura prettamente politica o religiosa, alla presenza di dieci giudici deputati a emettere il verdetto finale.
L'architettonica del teatro romano differiva di poco da quella del teatro greco, invece dissomigliavano molto lo spirito e i contenuti delle opere rappresentate. I ludi scaenici, alla stregua delle recite teatrali greche, coincidevano con festivit ed erano patrocinate dallo Stato, ma non entravano in competizione tra di loro e rivestivano un carattere irriverente. I costumi e le regole sociali non erano messi in discussione; gli autori erano attenti a non offenderli e a essere rispettosi del ruolo che i personaggi rappresentati occupavano realmente nella vita civile, godevano invece nel mettere alla berlina le debolezze quotidiane, frutto dell'animo umano. Apprendiamo da Tito Livio di farse popolaresche chiamate atellane, importate a Roma nel 391 a. C. dalla citt osca, Atella. In origine esse rappresentavano la provinciale stupidit degli Atellani, poi si trasformarono in rappresentazioni sceniche argute, ricche di atti buffoneschi e condite da motti scurrili, tali da divenire gli antenati della commedia dell'arte italiana. Si trattava di brevi improvvisazioni in lingua osca, recitate da quattro personaggi fissi: Maccus (idiota), Buccus (ingordo, vanaglorioso e maleducato), Pappus (vecchio taccagno), Dossenus (gobbo furbo), maschere paragonabili sotto certi aspetti rispettivamente ai due servitori, al Pantalone e al dottore della moderna commedia italiana di Pulcinella. A loro qualche volta si aggiungeva Kikirrus, un'altra maschera rassomigliante a un'animale, il cui nome richiamava il verso del gallo; a quest'ultimo costume risale forse la maschera napoletana di Pulcinella (piccolo pulcino).
Nel 364 a. C., durante i Ludi Romani, considerati la festa romana di maggiore importanza, furono rappresentate scenette licenziose, parodie, canti e salaci motteggi, di origine etrusca, chiamati ludi fescennini, da Fescennium, una citt di confine tra il Lazio e l'Etruria, da dove furono importati.
I fescennini prima che attecchissero a Roma erano recitati durante le feste di campagna, nei posti d'origine, da contadini impegnati in lavori di raccolta, che per ringraziare la divinit fallica Priapo verseggiavano a ruota libera, scambiandosi ironiche e grossolane punzecchiature. Pesanti battute erano rivolte anche all'indirizzo degli spettatori, perci spesso, specialmente in periodi di vendemmia, quando i fumi del vino prevalevano sulla ragione, le recite degeneravano in litigi. Inscenati a Roma, i fescennini mantennero lo spirito salace originario, prendendo di mira cittadini in vista, poi salirono di tono, andando oltre le righe, e acquistarono un carattere diffamatorio. Il Senato dovette allora intervenire per limitare gli eccessi sconfinanti nell'ingiuria. Scrive Orazio: La licenza fescennina, manifestatasi per mezzo di quest'usanza, improvvis volgari offese con versi alterni.
Nel suo stato originale tale forma primitiva di teatro non progred, ma il suo spirito, fuso alle rappresentazioni musicali e danzanti anch'esse di origine etrusca, trov consacrazione nella satira (o satura), prima forma drammaturgica della latinit. All'inizio, recite di poesie e canti, uniti a ironie, allusioni scurrili, scherzi e a tutto ci che pu capitare in una giornata nel corso della vita, accompagnavano balli d'origine popolari. Quell'originaria forma comica di spettacolo sub l'influenza dell'antica commedia greca nella quale si mescolavano mimica, musica, recita e danza e nel III secolo a. C., soprattutto per merito di Quinto Ennio, progred sotto il profilo letterario e si separ dal teatro. Da allora in poi nei teatri romani si tennero quattro generi di rappresentazioni che perdurarono fino all'impero di Augusto: tragedia, commedia, atellana e mimo.
Gneo Nevio il capostipite dei drammaturghi latini, ebbe il merito di introdurre per primo a Roma la fabula praetexta, una rappresentazione scenica ispirata alle tradizioni, al costume e alla morale del mondo romano di quel tempo e che prendeva il nome dal capo di abbigliamento bardato di porpora indossato dai magistrati romani. Inimicatosi la potente famiglia degli Scipioni, Nevio fin in galera per aver trasgredito il comma di legge delle 12 Tavole che vietava i mala carmina; nel carcere scrisse due commedie con cui chiedeva perdono per le offese arrecate, e grazie all'intervento dei tribuni della plebe la pena gli fu commutata in esilio.
La fabula praetexta modellata su conversazioni e litigi tipici della popolazione dell'Italia centrale, fu migliorata da Tito Maccio Plauto con l'impressione di caratteri maggiormente romani e l'uso di un linguaggio pi appropriato alla recita teatrale; con essa conviveva la fabula palliata - cos chiamata dal tradizionale abito greco pallium -, che trattava argomenti caratterizzati da elementi della cultura greca, spesso traduzioni di autori ellenici. La fabula palliata, allo stesso modo del teatro romano, era strettamente legata al movimento culturale di provenienza orientale, infatti, il termine fabula aveva un significato simile al termine greco mythos. Fabula era l'oggetto di una conversazione, la narrazione di un fatto, di un mito, di una leggenda, di un apologo, in sostanza trattava un argomento di forte interesse per l'ascoltatore. Fabulae erano i racconti affascinanti di carattere religioso, sacro, eziologico, che rievocavano il passato e custodivano oralmente l'antica memoria, dopo che l'incendio gallico del 390 a. C. aveva divorato con Roma le testimonianze scritte dei commentarii e i monumenti pubblici e privati. Conformi pi alle favole poetiche che a una rigorosa documentazione storica - a scriverlo  Tito Livio che non intende n confermare n confutare gli avvenimenti antichissimi e i personaggi mitici -, nelle fabulae spesso l'umano si mescola col divino. Fabulae sono le narrazioni delle vicende del lago Curzio, su Orazio Coclite, del ratto delle Sabine, su Muzio Scevola, su Lucrezia ... La stessa fondazione dell'Urbe a opera di Romolo  una fabula.
Livio Andronco, il liberto che per primo tradusse dal greco al latino l'Odissea, fu anche il primo a favorire la rappresentazione di un dramma teatrale scritto in latino. Pare che questo scrittore nel 240 a. C., ai Ludi Romani abbia fatto rappresentare l'Aiace di Sofocle in lingua romana. La drammaturgia acquist per dignit letteraria grazie a Ennio, nativo della citt messapica Rudiae e definito da Orazio il padre della letteratura latina, per aver adattato le tragedie di Euripide al gradimento del pubblico romano. Lo stesso Orazio chiuder il cerchio del percorso satirico, dando alla satira connotazione puramente letteraria. Fautore della cultura ellenica e membro del circolo degli Scipioni, Ennio per la sua perfetta conoscenza della lingua latina, greca e osca divenne il crogiolo delle due culture pi importanti di Roma, almeno per quel che riguardava il teatro. Come Nevio, Ennio visse nel terzo secolo prima della nascita di Cristo, un centenario molto prolifico di autori latini, nel quale videro la luce il drammaturgo Marco Pacuvio - suo nipote -, e i commediografi Tito Maccio Plauto e Cecilio Stazio, entrambi autori di commedie palliate. In quegli anni, in cui il modello societario greco dopo un periodo di equilibrio aveva preso il sopravvento sul modello romano, Titinio lasci traccia del suo passaggio con pregevoli opere di commedie togate. Nel secolo successivo Publio Terenzio Afro, originario di Cartagine, non si limit nella fabula palliata a tradurre i testi greci ma introdusse un nuovo elemento: la contaminatio (macchia, contaminazione), inserendo nella commedia scene, vicende e personaggi, contenuti in opere della drammaturgia ellenica. Gli spettacoli ebbero molto successo, anche perch l'interprete fu Lucio Ambivio Turpione, il pi bravo attore dell'epoca.
La passione per il teatro a Roma crebbe e sul finire della repubblica a essere coinvolti non furono soltanto gli strati popolari pi bassi, ma tutta la societ nel suo complesso, incluse le classi medio-alte e gli intellettuali. I cittadini, oltre alle commedie, si appassionavano alle tragedie, anche queste di doppio genere come le fabulae, cio palliatae (dal pallio) o cothurnatae (dai coturni, calzature di origine greca), entrambe di ambientazione ellenica, e praetextae (dalla toga praetexta), di contenuti romani. Si presume che il maggior tragediografo romano del periodo repubblicano sia stato Lucio Accio, tanto per prolificit, perch scrisse oltre quaranta tragedie palliatae - anche se a noi sono giunti solo frammenti-, quanto per versatilit, per essersi cimentato altres in tragedie praetextae. Nella composizione di opere drammatiche, con lui entr in amichevole competizione Marco Pacuvio, di et molto pi avanzata, e profetizz che il suo avversario sarebbe stato il pi grande dopo la sua morte.
Balli e canti intervallavano le fabulae nei giorni in cui si svolgevano i ludi scenici. E come se quelle gioiose esternalizzazioni non fossero bastate a rallegrare gli spettatori, nell'intermezzo per sollevare l'ilarit generale andavano in scena spettacoli mimici, briose manifestazioni accostabili al nostro variet. I mimi seguivano di solito a uno spettacolo drammatico, con lo scopo di riportare serenit ai turbati animi del pubblico; in voga nella Grecia prima che a Roma, erano interpretati da attori che si esprimevano prevalentemente a gesti, d'altronde mimare, significa imitare. Dall'Ellade la mimica si trasfer nelle citt italiane della Magna Grecia, e a Siracusa e a Taranto i Romani nel corso delle guerre pirriche e puniche ne vennero a contatto. La recita si basava particolarmente su battute grossolane e scurrili, riferite alla vita di ogni giorno, inserite su scene equivoche a sfondo licenzioso. Lo spettacolo, di genere grottesco, accompagnato da un suono musicale e imperniato su amori extraconiugali, su furiosi litigi, su circostanze assurde o su quanto di pi paradossale in una vicenda umana possa capitare, terminava di solito con un buffo incidente, con l'attore principale che se la dava a gambe o con una scenetta finale inaspettata.
Le espressioni del viso insieme alle movenze del corpo costituivano l'essenza dell'arte mimica, perci i mimi non indossavano la maschera e per essere pi liberi di eseguire passi e movimenti ritmici, laddove il canovaccio prevedeva un ballo non portavano calzari, perci Giovenale li chiamava planipedes (senza scarpe). A volte le farse prevedevano lo spogliarello delle mimae (mime), le cui parti erano interpretate da prostitute (meretrices). Era uno squarcio di spettacolo accolto con battimani e molto gradito dal pubblico, sebbene moralizzatori e fustigatori di costumi l'avessero messo all'indice.
Quando la Repubblica esal l'ultimo respiro, la drammaturgia e la tragedia, ovverosia le forme pi nobili di spettacolo teatrale, seguirono il declino dei costumi romani e quasi fossero legate a filo doppio alle consuetudini decaddero. Il loro destino si avvi al tramonto per mancanza di ricambio generazionale agli autori di grande talento, in grado di soddisfare le richieste sempre pi esigenti di un pubblico colto ma rappresentanza minoritaria di una societ in fase d'involuzione morale. La mimica invece, andando a braccetto con i bisogni della maggioranza cittadina, costituita da persone che avevano subito un arretramento di valori e ormai reclamavano esclusivamente panem et circenses, si allontan dalla commedia e si trasform in pantomima: un'esibizione di recita muta e balletto. Questa forma di spettacolo fu l'unica a resistere alla concorrenza dei giochi gladiatori e alle corse dei carri nel Circo, anche se nessun mimo riusc ad avere la popolarit dei gladiatori o degli aurighi e a competere con loro nella remunerazione professionale. Compagnie (greges) formate da decine di attori che recitavano a volto scoperto e dirette da un capo comico (archimimus), offrivano spettacoli in cui si mischiavano fatti reali della vita quotidiana a oscenit senza limiti o a situazioni che nessuno avrebbe mai pensato di vedere rappresentate in un teatro: scene di crocefissioni, comparizioni di animali in gran numero, personaggi discesi dal cielo o sprofondati sottoterra.
Il maggior autore della letteratura mimica latina, stando alle poche notizie che ci sono state tramandate, fu il letterato Publilio Siro, vissuto a Roma nel periodo in cui la Repubblica si avviava alla trasformazione in impero, cio negli anni che videro protagonisti politici, Pompeo, Cesare, Cicerone, Ottaviano, e personaggi di spicco letterario, Virgilio, Ovidio, Orazio, Catullo. Nello stesso genere, in quanto a bravura artistica, segu Decimo Laberio, i cui pochi versi pervenuti sono caratterizzati da neologismi da lui creati per essere adattati ai suoi scritti. Di lui parla con stima e ne tesse l'elogio Orazio, il letterato di Venosa che ebbe il merito di fare esibire per primo sui palcoscenici le donne come mimae. Da mimografo in auge e sessantenne, Laberio fu costretto da Giulio Cesare, risentito dalle sue allusioni sarcastiche, a calcare le scene come attore e a gareggiare con Publio Siro, nonostante appartenesse al ceto equestre. Con coraggio rappresent un mimo sul dittatore, lamentando la propria umiliazione in un prologo tramandato interamente da Macrobio, forse per quella ragione Cesare dichiar vincitore Sirio, ma restitu a Laberio, insieme a una somma di denaro, l'anello di cavaliere che gli era stato tolto per aver recitato in teatro.
Secondo Tito Livio in tempi antichissimi, nell'anno 364 a. C., eponimo dei consoli Gaio Sulpicio Petico e Gaio Licinio Calvo Stolone, a Roma la peste che l'anno prima aveva colto Marco Furio Camillo esplose in tutta la sua virulenza. Per placare l'ira divina che l'aveva generata, furono indetti per la prima volta ludi scenici, e dall'Etruria, dove l'arte teatrale era esercitata prima che in Roma, giunsero commedianti capaci di recitare, danzare e suonare il flauto. Quegli artisti furono imitati da giovani romani che presero il nome etrusco di histriones, corrispondente al latino ludiones (attori).
Originariamente la recita era inscenata da persone libere che per diletto si esibivano nel ruolo di attori. Quando il teatro aument d'importanza e il pubblico richiese maggiore professionalit agli artisti che calcavano il palcoscenico, furono create le prime compagnie teatrali (greges), composte da attori spesso di condizione servile e comprendenti liberti vincolati da contratto o da rapporto di manumissione. La compagnia teatrale nel suo insieme era considerata giuridicamente un complesso inscindibile e chi stipulava un contratto per allestire uno spettacolo, doveva assumerla nella sua interezza e non aveva diritto a chiedere la sostituzione di alcun membro; per siffatto motivo nei casi limiti d'insoddisfazione, agli organizzatori non rimaneva altro che la rescissione completa del contratto.
Il complesso artistico era supportato da un choragus, preposto all'allestimento della scena, alla preparazione dei costumi e a procurare quanto serviva per l'esibizione. Le compagnie teatrali (greges o catervae) pi importanti comprendevano pure un direttore di scena, comunque ciascuna era diretta dal capocomico (dominus gregis) che racchiudeva in s anche la funzione d'impresario, in quanto incaricato a contrattare col magistrato edile organizzatore del ludus, il compenso per lo spettacolo: denaro che doveva essere restituito per intero qualora malauguratamente la manifestazione non avesse riscosso gradimento. E siccome da sempre rincresce tornare indietro i soldi incassati, per mettersi al riparo da eventuali cali di voce degli attori, dovuti a stravizi, gli impresari imponevano ai cantanti la fibula (cintura di castit).
Quando gli attori diventarono professionisti, schiavi e liberti salirono sul palco con la funzione di histriones. L'arte da loro esercitata, alla stregua di tutti i lavori che per essere svolti richiedevano l'uso del corpo, era ritenuta disonorevole al pari della prostituzione e quindi rifiutata dai cittadini di stato civile libero. La paura di essere relegati nell'infima classe sociale degli erari, in cui gli attori erano collocati, allontanava la voglia degli ingenui - sempre che si fosse manifestata - d'intraprendere la carriera artistica. Questo modo di pensare valse fino al virtuoso periodo repubblicano, in epoca successiva le regole furono stravolte. E' risaputo che Nerone a imitazione delle Olimpiadi greche istitu i Neronia, un tipo di giochi in cui si cimentava di persona e costringeva le classi nobiliari a partecipare sia nelle gare atletiche sia in competizioni di carattere culturale. L'imperatore amava anche esibirsi in gare canore in Italia e in Grecia e affinch durante la sua prestazione nessuno si allontanasse, ordinava la chiusura di tutte le porte del teatro. Svetonio narra che non essendo consentito ad alcuno di uscire, qualche donna fu costretta a partorire in teatro.
Nella fase storica in cui i Cesari gareggiavano nel rotolare sempre pi in basso, il folle Caligola, un altro imperatore con velleit artistiche, aveva preceduto Nerone nel calcare le scene.
In teatro gli attori di sesso maschili erano gli unici a sostenere le parti; alle donne era vietato, fuorch nel mimo. Nei Ludi Floreali tenuti annualmente il 28 Aprile, le mimae erano obbligate a recitare nude, parti licenziose richiedenti un'esplicita gestualit volgare. A causa delle interpretazioni sconvenienti, la societ romana per quel che riguardava l'aspetto etico poneva le attrici sullo stesso infimo livello morale delle meretrici e considerandole al pari delle donne di malaffare, giuridicamente inferiori alle cosiddette donne per bene, attraverso la legge le emarginava privandole del diritto di successione, di testimonianza e di tutela.
Solo nel mimo gli attori recitavano a viso scoperto, negli altri generi teatrali indossavano sul capo una maschera prevalentemente in pelle, che aveva la doppia funzione di caratterizzare il personaggio rappresentato - perch chi indossa una maschera, abbandona momentaneamente la sua identit per assumere quella del personaggio che interpreta -, e fungere da amplificatore per rendere udibili i dialoghi anche al pubblico distante dalle prime file.
Nelle fabulae palliatae o cothurnatae, gli attori vestivano abiti greci caratteristici, mentre nelle fabulae togatae indossavano costumi romani che facilmente identificavano i personaggi rappresentati.
Il militare usciva in scena, armato; l'ingenuo paesano indossava un giubbetto imbottito; lo zoticone, una pelliccia; il pigro, un mantello; lo schiavo, una parrucca rossa; il padre nobile, un toupet bianco e impugnava un bastone. I colori caratterizzavano l'et e la condizione sociale: il bianco contraddistingueva i vecchi; il multicolore, i giovani; il purpureo, i ricchi; il giallo, le cortigiane; il rosso, i poveri. Il mimo interpretava personaggi fissi contraddistinti da un abbigliamento molto originale; il mimus albus progenitore di Pulcinella, vestiva abiti bianchi, il mimus centuculus antenato di Arlecchino, si presentava sul palco con indosso un costume variopinto. Com' attestato da un'iscrizione rinvenuta a Verona, fra i ruoli fissi figurava anche lo stupido, un buffone del quale non si conosce per il costume caratteristico indossato per farsi riconoscere dagli spettatori subito appena entrato in scena.
Gli spettacoli duravano molte ore e il pubblico per non uscire dal teatro si portava il cibo da casa. Quando gli organizzatori presero l'abitudine di distribuire bevande e pasti agli spettatori dei munera e delle corse nel Circo, l'usanza fu estesa anche al pubblico teatrale. Nei giorni di calura per ripararsi dal sole, le donne portavano da casa un ombrellino, mentre spruzzi di acqua profumata rinfrescavano l'ambiente e getti di zafferano lanciati dall'alto per attenuare gli sgradevoli effetti della traspirazione, rendevano l'aria odorosa. A Roma, contrariamente a quanto era concesso al sesso femminile in Grecia, le donne avevano la facolt di assistere agli spettacoli teatrali, pertanto s'ingioiellavano e approfittavano dell'occasione di andare a teatro per pettegolare e farsi ammirare o meglio come scrive Ovidio per vedere e farsi vedere. I senatori e la nobilt non avevano alcun problema nel trovar posto; per il diritto di proedria avevano assegnate le prime file, riservate apposta per loro e sorvegliate da un assegnatore di posti di teatro (designator theatralis), la maschera dell'epoca che vigilava sulla debita occupazione dei posti. Sicuri di assistere allo spettacolo da una distanza ravvicinata, i cittadini pi autorevoli si recavano in teatro poco prima che incominciasse lo spettacolo o giusto in tempo per scambiare quattro chiacchiere. Il popolo minuto timoroso di non trovar posto o almeno per non distare troppo dal palco, accorreva fin dalla sera precedente e cercava d'ingannare il tempo con scherzi all'indirizzo di malcapitati. Urla e schiamazzi disturbavano il sonno di chi abitava vicino il teatro. Caligola che aveva difficolt ad addormentarsi, forse perch tormentato dal rimorso degli orrendi crimini commessi che gli attanagliavano la coscienza, una notte ordin ai militari di sgombrare con la forza il teatro, facendo bastonare i chiassosi occupanti.
Il pubblico era libero di esprimere un giudizio sullo spettacolo, con applausi di gradimento o con urla e fischi d'insoddisfazione. Tra le file sedeva la claque, un gruppo di persone pagate dal responsabile della manifestazione, per trascinare con l'applauso gli altri spettatori; per il magistrato edile organizzatore era di fondamentale importanza che lo spettacolo riscuotesse la piena approvazione del pubblico, una cattiva riuscita o peggio ancora un fallimento avrebbe significato porre una probabile pietra tombale sulla sua carriera politica. Il successo della manifestazione conveniva altres all'altra parte contrattuale, considerato che la legge in caso di fiasco obbligava l'impresario a restituire l'intera somma incassata. Buona norma, questa, che chi paga per assistere a un piacevole spettacolo non disdegnerebbe il ripristino.

15. La medicina.

Il mondo fin dalla notte dei tempi  stato flagellato da calamit di plurime provenienze; di tutte loro, a malattie e guerre vanno imputate le cause di maggiore ripercussione negativa sulla durata della vita. Nel futuro, il genere umano riuscir forse a esorcizzare le guerre, con le malattie sicuramente dovr sicuramente continuare a convivere per l'intera esistenza. Le infermit a qualunque et, se trovano le condizioni favorevoli, colpiscono il corpo umano e lo prostrano; se poi sono di particolare gravit o non curate con le giuste medicine, creano le premesse per il decesso. Il decadimento fisico accresciuto dall'avanzare dell'et le favorisce e aumenta le probabilit di morte dell'ammalato.
Queste due sciagure nell'antichit falcidiavano le popolazioni in modo preponderante e in maggior misura che ai nostri tempi bersagliavano pesantemente anche i Quiriti.
La vita media di un uomo romano dell'epoca si aggirava intorno ai quarant'anni, quella della donna intorno ai trenta. Non mancavano per le eccezioni. Catone il Vecchio visse ben oltre gli ottant'anni e Massinissa quanto a vigoria fisica non era da meno al romano: Appiano Alessandrino scrive che il re numida fino a novant'anni cavalcava giorno e notte in testa all'esercito. In longevit comunque Marco Valerio Massimo Corvino, console per ben cinque volte, con i suoi oltre cento anni di et super quasi tutti.
Il tempio di Giano, lasciato aperto in tempo di guerra e chiuso nei rarissimi periodi di pace, dal giorno della costruzione voluta dal re Numa Pompilio e fino alla battaglia di Azio vinta da Ottaviano, rimase continuamente con le porte spalancate, tranne che per breve tempo nell'anno 235 a. C., sotto il consolato di Tito Manlio Torquato e Gaio Atilio Bulbo, alla fine della prima guerra punica. I conflitti armati depauperavano lo strato pi giovane della societ maschile romana e nelle guerre puniche la mancanza di uomini validi tocc il fondo, tant' che per sopperire alle decine di migliaia di soldati caduti nella disastrosa battaglia di Canne furono chiamati alle armi perfino gli schiavi. E se per i maschi uno dei pi rilevanti ostacoli che si frapponeva al raggiungimento di un'et elevata era la guerra, tra le giovani donne il parto mieteva vittime in misura maggiore che ogni altra causa.
Le levatrici avevano pochi mezzi a disposizione; la medicina era esercitata in maniera approssimativa e le dee protettrici delle partorienti, Carmenta e Giunone Lucina, spesso si dimenticavano di assistere le donne che su di loro facevano affidamento. Si sconoscevano batteri e virus, microrganismi capaci di causare il contagio; la profilassi non era osservata e le malattie infettive si propagavano con estrema facilit. Della funzione degli organi che costituiscono il corpo umano se ne aveva una conoscenza vaga, non rispondente alla verit. Si credeva che: nell'orecchio destro, e precisamente nella sua parte inferiore, risiedesse la memoria; il fegato fosse la sede dell'amore; i polmoni della boria perch pieni di aria; nel diaframma pettorale si annidasse la perspicacia e nella membrana che lo avvolge avesse origine il sentimento dell'allegria, mentre la milza fosse la sede del riso. Togliere la milza a una persona equivaleva a impedirgli di ridere. Queste ultime due ragioni inducevano alla convinzione che nelle battaglie e nei duelli dei gladiatori le ferite nella zona del diaframma producessero contemporaneamente ilarit e morte.
La cura degli ammalati gravava per intero sulle spalle del capofamiglia, che cercava di porre rimedio ai malanni dei congiunti e degli schiavi di casa con ricette a base d'intrugli naturali, preparate da lui stesso e trasmesse in eredit da padre in figlio. Catone si vantava di aver scritto di suo pugno un libro di prescrizioni mediche, secondo le quali curava e teneva a dieta tutti gli ammalati della propria famiglia, non mettendo mai nessuno a digiuno, ma li nutriva con verdure o carne di anatra, di lepre o di piccione, cibi leggeri e adatti a chi versava in stato di debolezza, il cui unico inconveniente presentato era quello di generare molti sogni in chi se ne nutriva. Con quelle cure, diceva di aver ottenuto risultati eccellenti, era stato bene lui e aveva conservato in salute i familiari.
Un fondamento di verit ci sar stato, dato che era riuscito a vivere ottantatr anni - et eccezionale per quei tempi -, e di raggiungere la vecchiaia in condizioni di salute e vigoria tali da permettergli rapporti con donne e di risposarsi e mettere al mondo ancora figli. In et molto avanzata, essendo rimasto vedovo, aveva intrecciato una relazione amorosa con una schiava molto pi giovane di lui, che andava a trovarlo di nascosto, ma della tresca se ne accorse presto il figlio. Catone cap che quel rapporto illecito era mal visto e senza pensarci troppo chiese a un suo cliente di nome Solonio, la figlia in sposa. Onorato di stringere parentela con un personaggio di rango consolare che aveva celebrato il trionfo, Solonio non pose alcun impedimento al suo patrono e si rec prontamente con lui nel Foro per stipulare il contratto di matrimonio.
Gli ammalati nei primordi di Roma si curavano con l'utilizzo di piante o di animali, che si riteneva avessero un elevato potere terapeutico, e con i prodotti basilari all'esistenza quotidiana: il vino, l'olio, la lana. Le piante officinali erano ritenute un dono degli dei da accettare senza domandare il motivo delle loro virt terapeutiche; di tutto quello che la natura offriva, non bisognava chiederne la ragione scientifica, ma utilizzarlo a volont.
Il cavolo, stando a quel che scrive Catone in De agri cultura, possedeva qualit miracolose capaci di curare molteplici malanni, purch miscelato con altri prodotti, secondo la malattia da debellare:
Arrostito con l'aggiunta di sale e olio e ingerito a digiuno, combatteva l'insonnia e i mali procurati dalla vecchiaia. Condito con sale e aceto, aiutava la digestione e il fisico a conservare un buono stato di salute generale. Seccato e triturato finemente, ingurgitato di mattina a digiuno, agiva da purgativo. Mischiato con miele, aceto, coriandolo, ruta, e laserpizio leniva i dolori articolari. Le sue foglie avevano una parte importante nella cura delle piaghe: applicate sopra la ferita favorivano la cicatrizzazione. Lo stesso effetto procurava se tritato misto al miele e spalmato sulle ulcerazioni.
L'urina di chi aveva mangiato cavolo in abbondanza, a ragione dei poteri terapeutici posseduti era consigliabile non sprecarla, anzi si raccomandava di utilizzarla per lavare i bimbi allo scopo di fortificarli.
A queste ricette ritenute idonee per guarire i mali del tronco, se ne aggiungevano altre che interessavano la cura degli organi situati nel capo. Con la spremuta di cipolla negli occhi si migliorava la vista; per combattere la congiuntivite si applicavano sugli occhi impacchi di una soluzione medicamentosa ottenuta facendo bollire insieme mirra, mammole e zafferano. Per combattere i fastidi generati nel cavo orale, il mal di denti era affrontato con lattice di senapa o con polpa di zucca mista ad assenzio e le gengiviti con polpa di zucca e aceto caldo. A chi voleva mantenere il candore dei denti, si consigliava masticare radici di asfodelo o assumere orzo con sale e miele. Cataplasmi e irrigazioni a base di cavolo guarivano immediatamente il raffreddore. Lo sterco di vitello bollito nel vino scacciava la malinconia, mentre inalazioni di fumo, ricavato bruciando escrementi di vacca, e la carne d'asina bollita, come pure il fegato di lupo sciolto nel vino, combattevano la tubercolosi.
Per quanto concerne la sfera dell'erotismo, il fiele di verro spalmato sui genitali rinfocolava gli spenti ardori sessuali. Quest'ultima pratica suggerita da Plinio il Vecchio, pare che producesse miracoli; nel IV secolo d. C. continuava a essere consigliata dallo scrittore latino Sesto Placito Papiriense in un libro di trentaquattro capitoli sui rimedi che si potevano ottenere dal mondo animale.
Al contrario, lo sterco di maiale rendeva impotenti e l'urina di becco, bevuta mescolata al nardo per vincere il disgusto, serviva a smorzare il desiderio in donne sensuali.
Tutte queste ricette che pi di rimedi a malattie sembrerebbero stravaganze da presentare a un concorso dell'irrazionalit, sono alcune delle tantissime originali prescrizioni consigliate da Plinio il Vecchio nel trattato enciclopedico Naturalis historia.
La cura con medicine a dir poco artigianali, a volte non bastava da sola a guarire le malattie pi gravi, perci per trovare la soluzione dei casi complicati, necessitava aggiungere ai rimedi, ingredienti con poteri magici. Pratiche superstiziose e formule esoteriche accompagnavano i medicamenti quando la malattia non intendeva lasciare il corpo dell'ammalato. Se il cavolo non sortiva gli effetti sperati, Catone il Vecchio, come riporta l'erudito Varrone in De re rustica, esortava l'ammalato d'impugnare una canna verde e di recitare l'incomprensibile formula: motas uaeta daries dardaries, asiadarides una te pes e di cantare ogni giorno l'altrettanto astruso ritornello: haut istasis tarsis ardannabon. Contro le slogature considerava efficace il motto hauat ista pista damia bodannaustra e per guarire la gotta il rimedio di pensare, a digiuno, a qualcun altro e di toccare tre volte nove la terra sputando e dicendo: Io penso a te, tu aiuta i miei piedi. La terra si tenga il mio malanno; qui con me resti la salute (Terra pesto teneto, salus hic maneto).
Recitando scrupolosamente formule magiche e attenendosi strettamente a una gestualit conforme al rito, la guarigione sarebbe sicuramente avvenuta.
Il rituale non accompagnava soltanto la somministrazione della medicina, ma incominciava dalla raccolta delle erbe necessarie e terminavano con la preparazione. Ad esempio la salvia, secondo una norma ferrea da osservare per cogliere le foglie da un suffrutice ritenuto sacro, doveva essere strappata dalla pianta senza l'ausilio di strumenti di ferro e da persone vestite con tuniche bianche, a piedi scalzi e ben lavati. Che la pianta fosse ritenuta sacra  attestata dalla radice stessa del termine salvia, comune con salus, parola di valore salvifico che significa salvezza, salute, entrambe tra loro correlate.
Le cerimonie religiose collegate alla cura delle malattie trovavano riferimento in Salus, la cui festa ricorreva alle nonae del mese di sestile, corrispondente il giorno 5 agosto del nostro calendario. Nonostante il culto preesistesse al periodo repubblicano e fosse praticato dalle antiche popolazioni di stirpe italica, soltanto nel 302 a. C fu costruito sul colle Quirinale un tempio dedicato alla dea della salute. Col trascorrere del tempo, a Roma nel 180 a. C., in ambito salutistico furono introdotti i culti di Apollo, di Esculapio e poi anche della ninfa Carna citata da Ovidio nei Fasti anche come guaritrice e protettrice dei bambini dagli attacchi degli uccelli notturni rapaci. Cos Salus, per quanto riguardava la salute dei Quiriti, perse l'unicit.
Era un periodo in cui esisteva la medicina, ma non il personale specializzato a prescrivere i medicinali e le dosi per curare le malattie conosciute o presunte. D'altronde dalla pi remota antichit sono vissuti e forse ancora oggi esistono popoli senza medici ma non senza medicina, seppure nella forma primitiva.
Nel terzo secolo prima che Cristo nascesse, quando Roma si apr all'influsso greco, nell'Urbs giunsero i medici muniti di un bagaglio professionale destinato a sostituire l'empirismo del capo famiglia. A detta dello storico Lucio Cassio Emina, il primo a giungere fu nel 219 a. C. il peloponnesiaco Archagatos, figlio di Lisania. Lo stato romano, fiducioso nel lavoro di Archagatos, consent al medico greco di esercitare la professione e come ambulatorio dove visitare e curare i pazienti, gli mise a disposizione una bottega all'angolo della via Acilia. Archagatos fu ben accolto, ma per la facilit con cui tagliava e bruciava le carni dei pazienti fu soprannominato carnifex (carnefice, macellaio) e i nuovi medici fautori di metodi sbrigativi caddero in discredito. La primitiva medicina romana, in genere, non prevedeva interventi violenti sugli ammalati e i tradizionalisti erano mal disposti verso quegli stranieri che stravolgevano i criteri abituali con i quali i cittadini romani erano andati avanti per secoli. Catone che gi da prima odiava i filosofi ellenici, con non meno sospetto guardava i medici e consigliava il figlio di tenersi alla larga da costoro. Sospettava che i Greci per vendicarsi della conquista romana avessero ordito una congiura, mandando a Roma i medici allo scopo di uccidere con la propria medicina gli abitanti, considerati barbari; per di pi, affinch fosse riconosciuta l'abilit di guaritori e per sviare i sospetti, quei nemici dell'ingenuo popolo romano si facevano pagare profumatamente.
In locali che davano sulla strada, i medici greci aprirono ambulatori (medicinae, tabernae medicae) rassomiglianti a botteghe e arredati da scarso mobilio: cassapanche, scaffali, mensole appese alle pareti su cui poggiavano delle cassette; visitavano in spazi angusti i pazienti che vi si recavano per essere curati e l vicino per tenere in osservazione gli ammalati operati di recente, gestivano stanze di degenza simili pi a lazzaretti che a ospedali. Se l'ammalato giungeva a uno stadio d'infermit che non gli permetteva di recarsi nello studio del medico e sottoporsi a visita, bastava che mandasse a chiamare con uno schiavo o con un familiare un clinicus (medico che visita i malati a letto).
I dottori che visitavano gli ammalati a domicilio, equiparabili a dei moderni medici generici internisti, percorrevano le vie della citt pavoneggiandosi e si recavano a visitare i pazienti scortati da uno stuolo di praticanti i quali per apprendere il mestiere ripetevano le identiche operazioni eseguite dal primario. Dopo che il medico aveva controllato il paziente, pure gli assistenti lo osservavano, auscultavano, palpavano. Scrive con sarcasmo Marziale: Ero ammalato, e tu Simmaco sei accorso a visitarmi accompagnato da cento discepoli. Sono stato toccato da cento mani gelate dalla tramontana; non avevo febbre, ma adesso s.
E se il paziente era un personaggio importante e la malattia particolarmente grave, al suo capezzale si riunivano specialisti per discutere la diagnosi e concordare il trattamento terapeutico da seguire.
La farmacologia era sconosciuta e i medici si preparavano da soli i medicinali in farmacie (apotechae); impiegavano una gran parte di tempo a raccogliere le erbe officinali che usate da sole o mischiate con altre o con prodotti animali ponevano rimedio alle malattie del popolo romano. I preparati erano pesati con bilance a uno o due piatti o dosati con cucchiaini di bronzo e conservati pronti all'uso in vasi d'oro, d'argento e di bronzo o in cofanetti di metallo, d'avorio, d'osso e in ampolle. Materie prime molto ricercate per la produzione dei medicinali erano i finocchi, ai quali venivano riconosciute propriet antinfiammatorie, calmanti e diuretiche, e il fieno greco, oggi impiegato nell'industria cosmetica ma a quei tempi adoperato per curare l'abbassamento della libido e le malattie dell'apparato respiratorio.
Tra le piante medicinali Virgilio nelle sue opere esalta le qualit del papavero, utilizzato come anestetico e per curare l'insonnia e nelle Bucoliche loda le caratteristiche di una sostanza ottenuta con un impasto di aglio e timo, usata dai pastori per neutralizzare il morso delle vipere.
Il laserpicium, una specie di finocchio gigante oggi estinta, chiamata dai greci silfio per la capacit di agire a largo spettro sulle malattie, era considerato un dono del dio Apollo; il suo succo placava la tosse, la febbre, i dolori e curava le irritazioni alla gola, le verruche, le indigestioni e tanti altri disparati mali. In ginecologia serviva a prevenire o a interrompere la gravidanza. I Quiriti sostenevano che: Valeva il suo peso in denarii. L'economia di Cirene, citt libica di provenienza, era sostenuta in gran parte dal suo commercio; la zecca municipale, per il contributo che la pianta dava al mantenimento di un elevato tenore di vita cittadino, coniava monete d'argento con la raffigurazione di uno stelo di laserpicium. L'importazione a Roma era curata direttamente dallo Stato e Cesare durante la dittatura ne ordin una partita di millecinquecento libbre.
Gli oculisti (medici oculari) preparavano colliri liquidi e solidi; di quelli di stato solido ne producevano bastoncini che, a garanzia della bont del medicinale, marchiavano mentre erano ancora allo stato pastoso. Per compiere l'operazione ogni pioniere dell'oftalmologia moderna teneva nel laboratorio un numero di sigilli di pietra, pari alle variet dei colliri prodotti, su ognuno dei quali vi erano incisi il proprio nome e il tipo del medicamento preparato. L'efficacia dei colliri da applicare sul globo oculare doveva essere molto blanda, tanto che in periodo imperiale, sebbene fossero trascorsi molti anni dai primi impieghi, la popolazione preferiva combattere le malattie pi gravi attraverso la prevenzione, utilizzando amuleti e talismani apotropaici, con funzioni profilattiche nei confronti del demone della malattia. Il senatore Marco Servilio Noniano, console nel 35 d. C. e celebre retore, quando temeva un attacco di congiuntivite si legava al collo, attaccato a un filo, un foglio di carta su cui erano scritte le due lettere greche P e A dal significato ignoto. E Gaio Licinio Muciano, tre volte console, legato sotto Nerone nella Licia e governatore della Siria dal 67 al 69 d. C., per immunizzarsi dall'infiammazione agli occhi portava con s una mosca viva dentro un sacchettino di lino bianco.
I dentisti (medici dentium) estraevano denti quasi a carne viva, giacch gli anestetici spalmati sulle gengive erano dotati di un potere molto moderato, ma nonostante l'odontoiatria fosse dota di scarsi e arretrati mezzi, avevano la capacit di sostituire molari, con denti di osso o di avorio sostenuti da ponti in oro.
I chirurghi (chirurgi) operavano su tutte le parti del corpo e curavano le ferite disinfettandole con acqua e vino e alle pi profonde applicavano punti di sutura e poi per favorire la cicatrizzazione vi spalmavano sopra impiastri o argilla rossa, servendosi di spatole.
In origine, cio quando dall'estero i medici incominciarono ad affluire a Roma, qualunque operazione o cura era affidata al medico generico. In seguito con l'affermarsi della professione, i dottori si specializzarono nelle diverse branchie della medicina. Sappiamo che nel I secolo nel settore dell'oculistica operavano gli ocularii, nella chirurgia i chirurgi e nell'otorinolaringoiatria gli auricularii. E siccome i guadagni generati dall'esercizio dell'attivit medica erano diventati molto remunerativi, di pari passo aumentarono a dismisura anche le specializzazioni. Non c'era organo del corpo per il quale non esistesse lo specialista: i denti, gli occhi, la gola, gli orecchi, i polmoni, lo stomaco, l'apparato urinario, avevano ciascuno un loro conoscitore. All'interno di una stessa categoria, pi medici si occupavano di patologie diverse; tra i chirurghi uno amputava, uno incideva, un altro componeva le fratture, un altro ancra era specializzato a cancellare dalla pelle dei liberti le cicatrici infamanti (fugitivus, calumniator, fur, etc.) imposte sulla pelle con marchio a fuoco durante la schiavit. Servi affrancati, vogliosi di buttarsi alle spalle i ricordi delle sofferenze patite e di rifarsi una vita onorevole, non facevano mancare il lavoro ad abili medici specializzati nella cancellare le tracce di un inglorioso passato, facendo sparire i segni che lo rammentavano.
I professionisti tenuti in maggiore considerazione riuscivano in un anno a guadagnare parecchie migliaia di sesterzi e ad accumulare in anni di carriera cifre milionarie, frutto delle generose parcelle liquidate dai pazienti, alle quali spesso veniva ad aggiungersi un regalo d'onore in denaro, donato dalla persona guarita al medico personale per gratitudine: l'onorario (honorarium).
Attirati dai lauti profitti, da ogni regione orientale a Roma accorsero medici, incoraggiati dal fatto che per esercitare la professione non era necessaria la cittadinanza romana, inoltre, essendo le loro prestazioni assimilate a quelle degli artigiani e degli insegnanti, per intraprendere la carriera di medico non bisognava che possedessero lo stato di completa libert, pertanto anche ai liberti e agli schiavi era consentito intraprendere l'attivit di medico. Le ricche famiglie per avvalersi delle prestazioni di dottori privati avviavano alla professione uno schiavo e giacch il mestiere non era precluso alle donne, per curare gli ammalati di casa di sesso femminile v'indirizzavano anche una schiava. L'esercizio dell'attivit non richiedeva alcuna formalit e tantomeno una preparazione specifica; a chiunque era consentito proclamarsi medico e aprire un ambulatorio (publicum valitudinarium) dove ricevere i pazienti. Stava agli ammalati riporre la fiducia in un medico piuttosto che in un altro; per questa ragione spesso riscuoteva credito e acquisiva assai clienti chi era svelto di lingua e sapeva vendersi meglio, come quel ciabattino della favola di Fedro, al quale per manifesta incapacit nessuno era disposto a portargli le scarpe a risuolare e tutti invece, convinti dalla sua forza persuasiva, erano disposti ad affidargli il bene pi prezioso, la salute.
Ciarlatani irrispettosi di qualsiasi norma etica e professionale prevalevano spesso su medici preparati e dal comportamento deontologico; nel caso (spesso fortuito) che i loro assistiti fossero riusciti a guarire, per continuare a incassare remunerative parcelle non si facevano scrupolo di fingere che gli ammalati avessero bisogno di successive cure. Incoraggiati dal fatto di non dover rendere conto alcuno della morte dei pazienti, tranne che per colpa grave, molti impostori compivano esperimenti sulla pelle degli ammalati o per mettere le mani sui soldi delle persone inferme che avevano in cura, ne acceleravano il decesso dopo essersi fatti nominare eredi. Scrive in merito il drammaturgo Publio Siro: Rende un cattivo servizio a se stesso chi include il medico nel testamento.
Per non incorrere nell'errore di generalizzare colpevolezze commesse soltanto da alcuni,  doveroso evidenziare che studiosi di medicina dell'antichit scrissero libri per riportare i comportamenti doverosi che il medico doveva tenere nei confronti dell'ammalato: parlare a bassa voce, essere persuasivo, non farlo preoccupare per il precario stato di salute, e soprattutto non essere venale e agire esclusivamente nel suo interesse. Altri trattati, veri e propri manuali che descrivevano i sintomi delle malattie e le medicine adatte per curarle, erano il frutto dello studio di volenterosi medici, l'impegnativo lavoro di persone che per dedizione a una nobile causa intendevano trasmettere ad altri colleghi le loro esperienze positive. Si trattava comunque di pochi filantropi che della professione si erano proposti uno scopo di vita; l'intenzione della maggioranza non era altro che quella di accumulare quanto pi vile denaro possibile.
Trecento anni dopo da quando a Roma i medici acquistarono dignit professionale, molti di essi continuavano a esercitare la libera professione superficialmente, col solo scopo di intascare soldi. E come se i medici venali, il cui unico intento era spolpare il cliente, non fossero bastati a screditare la professione esercitata, gli analfabeti nella categoria proliferavano. Il famoso medico Galeno di Pergamo, che visse lungamente a Roma, dove nel 199 d. C. mor e al quale gli schiavi grati per le cure ricevute dedicarono un monumento, lamentava non a torto come tantissimi suoi colleghi non sapessero leggere n scrivere. Roma traboccava di dottori che cambiavano mestiere per ricambiarlo ancora una volta e passavano con disinvoltura dal lavoro artigianale a quello del medico, per ripassare a un altro lavoro manuale qualora da dottori non fossero riusciti ad arricchirsi. Continuava il balletto delle professioni che un secolo prima a Marziale aveva fatto scrivere: Diaulo dapprima era medico, ora fa il becchino e ricompone i cadaveri sul letto, proprio come quando era medico.
Dai giorni in cui i medici avevano aperto i primi ambulatori a Roma, erano trascorsi secoli, ma la scienza medica di passi in avanti ne aveva fatti ben pochi.

16. La morte e i funerali.

La medicina empirica provocava danni irreparabili, e i rimedi erano spesso peggiori dei mali. Svetonio della pazzia di Caligola accusa la moglie Cesonia, colpevole di avergli propinato un filtro d'amore; e sempre una pozione, secondo una diceria, avrebbe fatto perdere il lume della ragione al poeta Lucrezio. Plinio narra di un tale che, colto da un terribile mal di denti, ottur il molare cariato con la cera, tuttavia il dolore divenne cos insopportabile da farlo gettare nel vuoto.
Nonostante i medici mettessero tutta la loro buona volont per guarire gli ammalati, la morte arrivava in et da noi oggi considerata giovanile. Per gli uomini l'aspettativa media di vita era attorno ai quarant'anni e per la donna di circa trenta, anche se qualche eccezione non mancava. Plinio scrive di un certo Zocle di Samotracia che, a quanto gli fu riferito da Gaio Licinio Muciano, quando aveva pi di 104 anni di et gli rispuntarono i denti. Ma cos come una rondine solitaria non annuncia la primavera, l'eccezione non determina la regola.
Dei gladiatori  stato scritto che raramente arrivavano a superare la soglia dei trent'anni e quando morivano nell'arena, se i corpi non erano reclamati, subivano una fine ignominiosa, gettati in una fossa singola o comune. Peggior fine toccava ai miseri resti dei condannati alla pena capitale. Il boia soffocava i colpevoli nel carcere mamertino scavato nelle pendici meridionali della rocca del Campidoglio ed eseguita la sentenza, trascinava le salme sui gradini delle scale Gemonie con un bastone uncinato, per esporle al ludibrio dei passanti e all'inclemenza del tempo.
Nello stesso trattamento incorrevano i corpi dei suicidi che ponevano fine ai loro giorni impiccandosi; erano abbandonati senza sepoltura, n onoranze funebri. Al suicidio ricorrevano gli imputati di colpe gravissime, dalle scarse possibilit di essere assolti; togliendosi la vita mantenevano intatta la possibilit di trasmettere il patrimonio agli eredi ed evitavano il rischio che il fisco incamerasse i loro beni e i loro corpi fossero lasciati insepolti in caso di condanna.
Fin dall'antica et monarchica, il suicidio era oggetto di un giudizio pesantemente negativo e se procurato per soffocamento, l'abbandono della vita equivaleva a mors infamissima (morte molto infame). Nella societ romana la forma contava quanto la sostanza e anche nel suicidio andavano seguiti rigidamente atteggiamenti e regole affinch la morte fosse degna di un Romano. Dandosi una morte onorevole, rispettosa del codice etico previsto per una soluzione estrema, almeno sarebbero stati risparmiati affronti alla salma. Ascoltiamo in merito Marziale: Poich la triste malattia gli torturava il volto innocente e la nera peste gli strisciava negli occhi, con le guance asciutte Festo fece coraggio agli amici piangenti e decise di scendere verso la palude Stigia di sua propria mano. Tuttavia non macchi il suo nobile volto col nero veleno, n rese pi difficile la sua triste sorte con una lenta fame, ma mor di una morte degna di Roma, esalando l'ultimo respiro sulla fiamma di un rogo.
Su tutte le altre morti, quella ritenuta degna di un cittadino romano esemplare era l'uccisione che i grandi personaggi caduti in disgrazia si procuravano col gladio; si avvolgevano una benda sulla testa e tenendo salda la spada appoggiata ad una parete dalla parte dell'elsa, si trafiggevano il ventre gettandosi sulla punta.
Soldati che andavano a combattere e a morire in terre straniere per rendere grande il nome di Roma, e ai quali Roma non restituiva nemmeno in minima parte il contributo ricevuto, venivano seppelliti o cremati nel luogo stesso del decesso. D'altronde quella era l'unico modo per dare ricetto definitivo a una moltitudine di uomini caduti in luoghi distanti centinaia o migliaia di chilometri dalla patria. Soltanto la salma di qualche personaggio di elevato rango veniva riportata in patria per ricevere le onoranze funebri. E' Svetonio nelle Vite dei Cesari a riferirci uno di quei rarissimi casi: Tiberio - non ancora imperatore - perdette in Germania suo fratello Druso, morto per una caduta da cavallo, e lo ricondusse a Roma, precedendo a piedi il feretro per tutto il viaggio.
Parenti di soldati assenti da mesi o da anni, perch impegnati a combattere lontano da Roma, spesso ricevevano dai reduci l'avviso della scomparsa dei loro cari. Non sempre per le notizie corrispondevano a verit; a volte i presunti morti in realt erano dispersi e ritornavano inaspettatamente fra la gioia dei familiari, gi da qualche tempo in pieno lutto e disperati per non avere una tomba su cui piangere. Un fatto del genere, raccontato da Varrone, accadde durante la prima guerra punica. In seguito ad una battaglia (probabilmente quella delle isole Egadi del 241 a. C.), si diffuse la notizia che molti soldati erano morti, per dopo un certo tempo ritornarono a casa e inaspettatamente e senza motivo apparente tutti morirono tranne uno. Costui aveva trovato la porta di casa chiusa e nonostante avesse cercato di forzarla, non era riuscito ad aprirla. Sopraffatto dalla fatica e addormentatosi davanti all'uscio, sogn che per entrare doveva calarsi con una fune dal tetto. Svegliatosi, ag puntualmente cos come il sogno gli aveva consigliato e visse felicemente fino a vecchiaia inoltrata. In seguito a quella curiosa vicenda fu avviata la consuetudine che i militari dati per morti, e che invece ritornavano a casa, non entrassero dalla porta ma si calassero dal tetto con una corda.
Non dissimile dalla sorte dei caduti in guerra era la fine degli indigenti e di altri poveri sventurati. Plebei di misera condizione, schiavi e perfino bambini, dopo fugaci funerali notturni erano infilati senza tanti preamboli in casse di legno di scarsissimo valore e seppelliti rapidamente in un cimitero sul colle Esquilino.
Perfino nella morte l'abissale solco sociale che divideva il proletariato dalla ricca aristocrazia, e cui i governanti romani non avevano mai voluto cercare di appianare almeno un poco, era incolmabile; il popolo minuto, essendo impossibilitato a riempirlo, prov a renderlo meno profondo dopo il trapasso. Per avere un funerale e una sepoltura degna di esseri umani, comuni cittadini, non obbligatoriamente dello stesso mestiere, si tassarono in vita e affidarono le esequie funerarie a dei collegia funeraticia, confraternite organizzate sotto la protezione di una divinit e il cui fine era esclusivamente d'assistenza, cio quello di provvedere all'estremo saluto e alla sepoltura dei membri d'appartenenza. Tali associazioni a carattere mutualistico, sbocciate sul finire della Repubblica, si svilupparono in maniera evidente nell'Impero. Da una documentazione epigrafica risalente al 136 d. C., sappiamo di un collegio di Lanuvio posto sotto il patrocinio delle deit Diana e Antinoo da parte di un illustre concittadino, con lo stanziamento di una somma di duecento denarii destinati allo svolgimento del culto religioso. La corporazione funeraria accettava nel suo mbito anche gli schiavi e pagava le spese funerarie perfino dei suicidi, purch i richiedenti a farne parte corrispondessero una tassa di entratura di venticinque denarii e all'atto dell'ammissione offrissero un'anfora di vino di buona qualit. E, inoltre, nel corso dell'affiliazione rispettassero il pagamento di un canone mensile di mezzo sesterzio - da corrispondere nell'unico giorno in cui la legge consentiva ai soci di riunirsi -, senza mai superare il ritardo di sei mesi consecutivi, oltrepassato il quale sarebbero stati espulsi, perdendo il diritto al rimborso dei soldi fino allora versati. Come contropartita, per il funerale di ogni membro l'associazione stanziava settantacinque denarii e s'impegnava a fornire quanto necessario al rito funebre anche per i decessi avvenuti al di fuori del luogo di residenza, ma comunque entro le venti miglia. In questo caso gratificava con il compenso di cinque denarii gli incaricati a svolgere le mansioni richieste dal pietoso ufficio. Per le morti capitate oltre le venti miglia, il consiglio amministrativo si riservava di decidere volta per volta le soluzioni da adottare in merito allo svolgimento dei funerali.
Quando una persona qualsiasi stava per finire i suoi giorni in casa, il padre di famiglia riuniva attorno al letto funebre (lectus funebris) i parenti e con un bacio raccoglieva l'ultimo respiro del moribondo. Se l'agonizzante era il capofamiglia, toccava a chi era destinato a succedergli nella potest familiare assisterlo nell'ultimo istante di vita. Appena il cuore cessava di battere, in rispetto del rito dell'acclamazione (conclamatio) - pressoch comune a tutte le famiglie romane, senza distinzione di censo -, al moribondo venivano chiusi gli occhi e tutti i parenti al suo capezzale lo chiamavano per tre volte ad alta voce tra pianti e invocazioni. Accertata la morte, sia le famiglie ricche sia le povere affidavano lo svolgimento dei funerali ai libitinarii (impresari di pompe funebri), una categoria di lavoratori considerati disprezzabili, al pari di tutti gli altri uomini che si procacciavano da vivere per mezzo dei funerali, in quanto traevano guadagno da un lavoro correlato ai cadaveri, ritenuti impurit. Sui libitinarii vegliava Libitina loro patrona e dea dei morti, una divinit muliebre di origine italica legata ai riti funebri; il suo santuario, posto sul colle Esquilino, fungeva da punto di riferimento a chiunque fosse stato colpito da un lutto.
Toccava al capo famiglia dirigere tutte operazioni successive al decesso: dalla toeletta all'estinto, fino alla cremazione o alla sepoltura, dalla sistemazione della salma nell'atrio o nel vestibolo, alla contrattazione del prezzo dei funerali con l'associazione libitinaria. Ad accordo raggiunto, l'agenzia funeraria procurava i becchini e il materiale occorrente per le esequie: da chi preparava la salma a chi la poneva sul rogo o nella fossa, dai fiori ai candelabri, dalle corone alle bende; nei funerali di grande importanza l'impresa metteva a disposizione della famiglia del defunto anche gli addetti al disciplinamento del corteo funebre.
Dopo l'esalazione dell'ultimo respiro, in segno di lutto la famiglia spegneva il fuoco di casa; le donne familiari o i becchini lavavano il corpo del morto con acqua calda e con l'aiuto di un untore (unctor) lo cospargevano di creme profumate e poi lo vestivano con l'abito indossato da vivo (con la toga virilis se si trattava di un comune cittadino; con la toga praetexta, se magistrato; con la stola, in caso di donna). In ultimo gli infilavano sotto la lingua, una moneta, l'obolo da pagare a Caronte, il mitico traghettatore delle anime dei morti nell'Ade. S'immaginava che l'estinto per essere traghettato da una riva all'altra del fiume Acheronte dovesse possedere una moneta senza la quale e in mancanza di onoranze funebri sarebbe stato lasciato sul posto e avrebbe vagato dannato in eterno tra le nebbie del fiume.
Una volta composta la salma, i parenti la esponevano nell'atrio, su un letto funebre circondato da lampade e da candelabri, e la vegliavano per un periodo di giorni rapportato all'importanza sociale della persona scomparsa. La veglia ai personaggi illustri si poteva protrarre anche per una settimana.
Il funerale, la nascita e il matrimonio, eventi comuni pressoch a tutte le civilt, da sempre si svolgono alla presenza di un certo numero di persone, in cerimonie pubbliche presiedute da un'autorit di riferimento sia essa di carattere politico o religioso o morale. Attraverso il rito connesso si annuncia alla comunit di appartenenza l'importante evento maturato all'interno della pi piccola cellula societaria, che  la famiglia, affinch per mezzo dei testimoni presenti ne prenda conoscenza. Il contorno di un avvenimento luttuoso nelle societ classiste di solito  commisurato al peso economico-sociale che famiglia colpita esercita nella comunit; maggiore  l'importanza del casato dell'estinto, pi grande  la pompa richiesta dal cerimoniale. A Roma, dove le differenze di classe erano molto evidenziate, i funerali dei ricchi si svolgevano con uno sfarzo in nulla paragonabile al tono dimesso delle cerimonie dei poveri.
Al funerale (funus, pompa) di persone gloriose o altolocate, il popolo affollava le strade e partecipava in massa al corteo funebre che muoveva dalla casa del morto per arrivare al Foro e affinch vi assistesse quanta pi gente possibile, parecchio tempo prima del rito i banditori ad alta voce annunciavano per le vie, l'ora e la giornata dei terminali onori. Nel giorno stabilito l'accompagnamento muoveva dalla casa dell'estinto e si snodava per le vie della citt, preceduto da suonatori di tibiae, di corni e di tube; dietro di loro, avanzavano portatori di torce e prefiche: le donne pagate apposta per piangere, che lanciavano grida di dolore intervallate da lodi all'indirizzo del defunto e intonavano una triste e monotona nenia accompagnata da flauti a doppia ancia. A comprova del servizio prestato, le piagnone portavano appese sotto gli occhi due boccettine che poi consegnavano piene di lacrime al parente del defunto che le aveva reclutate. Mimi irrispettosi prendevano in giro il morto, alla stessa stregua dei legionari che nel giorno del trionfo rivolgevano canzonature al generale vittorioso, e ricordavano le debolezze umane che lo avevano accompagnato in vita. Su un carro, attori con indosso vesti da parata e con il volto coperto da maschere di cera, riproducevano i visi degli antenati famosi e dei parenti defunti del morto, cio i Lares familiares, (le divinit protettrici del lar, il focolare domestico), e si atteggiavano come se quegli estinti fossero presenti di persona.
Le famiglie aristocratiche romane conservavano originariamente nel sacrario di famiglia, in un'edicola chiusa da sportelli (lararium), i ritratti di cera degli antenati che avevano ricoperto magistrature curuli; nei secoli successivi li riprodussero in bronzo o in marmo e li conservarono in una delle due parti laterali dell'atrio domestico, per tirarle fuori in particolari manifestazioni ed esporle per vanto. Il funerale era una di quelle occasioni. Uomini esperti in materia, per riprodurre le fattezze del viso, al momento della morte applicavano sul volto del defunto un calco di gesso, poi modellavano l'impronta in cera, creando cos una maschera che i parenti del defunto custodivano nel tabernacolo assieme a quella degli altri antenati. Solo i nobili per avevano il diritto di tenere le immagini degli avi (ius imaginum), almeno fin quando la porta d'accesso alle magistrature fu lasciata aperta soltanto all'aristocrazia, vale a dire prima che la partecipazione alle alte cariche dello stato fosse estesa ai plebei. Pertanto fino allora i ritratti di antenati che avevano ricoperto magistrature curuli si potevano trovare soltanto nelle case dei nobili. Ma per essere eletti magistrati bisognava far parte della ristretta cerchia aristocratica. Insomma nell'antica societ romana la nobilt aveva creato un circolo vizioso o meglio un triangolo ai cui vertici stavano ius imaginum (diritto alle immagini), nobilitas (nobilt) e magistratus (magistratura), collegati tutti e tre saldamente tra loro, con dentro privilegi unilaterali difficili da essere raggiunti dalla plebe. Raramente chi non apparteneva alla casta nobiliare riusciva a rompere gli schemi costituiti e ad accedere alla classe sociale privilegiata. Uno di questi fu Caio Mario, un homo novus proveniente da una famiglia in cui nessuno mai aveva rivestito una carica curale, e che raggiunse unicamente per merito personale le massime cariche dello Stato, nonostante le proprie modeste origini. Asceso al soglio consolare per ben sette volte, Mario odiava il patriziato romano, che da parte sua contraccambiava disistimandolo, non perch non riconosceva i suoi valori, ma soltanto perch egli faceva parte di una nuova nobilt priva di tradizione e d'immagini di antenati.
Dopo questa breve digressione chiarificatrice su uno dei criteri adottati dall'aristocrazia per tenere la plebe fuori dai privilegi nobiliari e un breve esempio espressivo di quanto le due classi sociali fossero reciprocamente ostili,  appropriato tornare alla funzione funebre.
Littori vestiti di nero e con i fasci in spalla precedevano il carro su cui il morto giaceva a viso scoperto, affinch potesse essere visto da tutti. Chiudevano la processione i parenti del defunto vestiti a lutto con la toga pulla e le donne che scapigliate e senza indosso oggetti di valore piangevano, gridavano, si stracciavano le vesti e si graffiavano il viso, sede del pudore. In ultimo sfilavano uomini che sorreggevano cartelli con grandi scritte, per ricordare ai passanti le imprese compiute e le vicende famose correlate al defunto.
Giunto nel Foro, mentre le attivit quotidiane continuavano a svolgersi regolarmente, il corteo si fermava, gli attori che impersonavano gli antenati si sedevano su delle sedie curuli attorno ai rostri e il figlio o il parente pi stretto dell'estinto teneva dalla tribuna l'elogio funebre (laudatio funebris) allo scopo di esaltare le qualit possedute del defunto quando era ancora in vita. Era costume che i discorsi di rito fossero messi per iscritto e conservati; grazie a quest'usanza, ci  pervenuto, descritto da Svetonio, l'elogio funebre pronunciato da Giulio Cesare nei confronti della zia Giulia Maggiore in occasione della morte.
Il primo a esordire sul palco degli oratori fu uno dei due consoli in carica, alla nascita della Repubblica. Negli scontri avvenuti tra i Romani che avevano cacciato Tarquinio il Superbo e gli Etruschi che tentavano di rimetterlo sul trono, il console Lucio Giunio Bruto, artefice della sommossa antimonarchica, aveva affrontato in battaglia Arrunte, il figlio di Tarquinio. Nello scontro, spinti dalla foga e senza aver riguardo della propria vita, i duellanti rimasero entrambi uccisi, uno per mano dell'altro. Publio Valerio Publicola collega di consolato di Bruto, nel corso del funerale pronunci un elogio dello scomparso, che fu molto apprezzato e suscit tanto favore. Da quel momento i Romani presero l'abitudine di tenere per bocca dei cittadini pi rappresentativi, l'encomio di uomini illustri e valorosi scomparsi. Il discorso fu un'anticipazione involontaria all'ellenizzazione dei costumi romani, che sarebbe avvenuta tre secoli dopo, visto che orazioni funebri simili erano tenute in Grecia da oltre cent'anni, gi dal tempo di Solone.
Da quel genere di onori le donne furono escluse per oltre un secolo, fino alla conquista di Vejo da parte di Marco Furio Camillo. Prima di partire per la guerra il generale romano aveva promesso in voto al dio Apollo che se avesse conquistato la citt gli avrebbe consacrato la decima parte del bottino, ma espugnata Vejo e impegnato da molteplici impegni, aveva dimenticato la promessa e diviso anche la decima ai soldati. Alla scadenza della carica Camillo rifer al Senato del giuramento prestato e non mantenuto. Gli indovini interpellati sul caso si espressero che dai sacrifici offerti risultava che gli di esigevano riparazione. Non essendo pi possibile tornare in possesso del bottino gi diviso tra i militari, il Senato decret che fosse fuso un cratere d'oro da mandare in dono al tempio di Apollo di Delfi in segno di riconciliazione col dio. Il problema a quel punto era il reperimento dell'oro che in citt scarseggiava. Mentre i governanti si lambiccavano il cervello a pensare come e dove recuperarlo, le matrone di spontanea volont decisero di offrire i preziosi che ciascuna di essa portava come ornamento e ne raccolsero per un peso di otto talenti (quasi 262 chilogrammi). Il Senato per ripagarle deliber di offrire come dono adeguato che anche per le donne, allo stesso modo che per gli uomini, sarebbe stato possibile recitare l'elogio funebre.
Dopo la commemorazione, la cerimonia terminava abitualmente con la cremazione del corpo del defunto. Anche l'inumazione era praticata in quei tempi a Roma, ma a essere seppellite erano soprattutto le salme degli schiavi e dei poveri, chiuse dentro una misera cassa, nel vasto cimitero plebeo del Campo Esquilino. Essendo i cadaveri ritenuti impuri, gli estremi uffici avvenivano al di fuori del pomerium, oltre il sacro recinto cittadino. Ai ricchi patrizi toccava la fastosa cerimonia dell'incinerazione. Il feretro veniva posto su una pira eretta dentro una fossa scavata in precedenza e al morto per l'ultima volta erano aperti e chiusi gli occhi. L'usanza di chiudere gli occhi ai morenti e poi riaprili sul rogo era molto diffusa a Roma perch, stando a Plinio, non era giusto che lo sguardo umano fosse visto da alcuno al momento supremo, mentre era sacrilego non volgerlo per l'ultima volta verso il cielo. Dopo l'ultima pratica una persona di famiglia o un amico intimo appiccava il fuoco. Parenti, amici e conoscenti gettavano nelle fiamme cose alle quali il morto era affezionato: vestiti, armi, e altri oggetti di qualsiasi specie; le donne lanciavano balsami e fiori.
Calate le fiamme, i parenti spegnevano col vino i tizzoni ardenti e raccoglievano le ossa dentro un'urna piena di creme profumate, per trasferirle definitivamente dentro un colombario, in una delle nicchie disposte lungo una parete domestica, destinate a contenere le urne cinerarie col nome degli antenati. Alla fine del rito la famiglia del defunto invitava i presenti al funerale a partecipare a un banchetto (silicernium) di chiusura della cerimonia funebre tenuto nelle vicinanze. Il convivio secondo la religione del tempo aveva una funzione purificatrice, perch liberava dalle impurit tutte le persone che avevano partecipato al corteo.
Le leggi delle 12 tavole, insieme con altri aspetti della vita pubblica, regolavano pure i riti funebri. Nei funerali dovevano esserci tre vesti da lutto, tre fasce di porpora e dieci suonatori di tibia. Non si potevano raccogliere le ossa dei morti per fare un altro funerale (Homini marivo ne ossa legito, quo post funus facias): norma che secondo Cicerone non si applicava ai cittadini morti in terra straniera o in battaglia.
Nessun morto poteva essere seppellito o cremato in citt (Hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito): legge proveniente dal carattere sacro della citt, nel rispetto della quale dentro il pomerio si potevano conservare solo le cose pure, e derivata dal fatto che essendo i sepolcri beni inalienabili, qualora fossero stati collocati all'interno della citt si sarebbe dato ai terreni urbani lo stesso carattere.
Al morto non doveva essere posta alcuna corona, almeno che egli o le sue cose (il suo schiavo e il suo bestiame) l'avessero meritata per causa di valore (Qui coronam parit ipse pecuniave eius honoris virtutisve ergo arduitur ei). Il riferimento della norma andava nella prima parte alle corone civiche (spettavano ai cittadini che avevano salvato la vita ad altri cittadini romani) o murarie (competevano al soldato che per prima aveva scalato le mura nemiche); nella seconda parte alle corone conquistate dai cavalli dei ricchi patrizi nelle corse.
Non si poteva officiare per un morto pi di un funerale, n porre oro sulla sua salma, almeno che egli non avesse in bocca un ponte in oro per sostenere i denti. Solo in tal caso era consentito bruciare oro nel rogo insieme al cadavere o seppellirlo insieme con esso in una fossa (Neve aurum addito. At cui auro dentes iuncti escunt. Ast in cum illo sepeliet uretre, se fraude esto).
Oltre a quanto sopra le 12 tavole proibivano alle donne presenti al funerale di graffiarsi le parti del corpo, laddove si manifesta il rossore: le gote, ritenute la sede del pudore. La legge per, a quanto sembra, col sesso femminile si dimostr sempre molto blanda e il divieto non fu quasi mai rispettato n fatto rispettare.
Con la morte svanivano il Genius per gli uomini e la Iuno per le donne, le deit che erano incominciate a manifestarsi nel momento in cui le persone nascevano e le avevano assistite fino al giorno della morte; d'altronde non avevano motivo di esistere una volta che il corpo cessava di vivere. Dice Varrone per bocca di Plutarco: ... I figli girano intorno ai sepolcri dei loro padri come luoghi cari agli di e alla cremazione dei genitori dicono che il morto  diventato un dio quando s'imbattono in un osso.
Il morto, quindi, diventato un dio fin dai funerali, andava ad aumentare il numero dei Penati (da penus = la parte pi interna dell'antica casa, la dispensa, dove erano conservati i cibi), gli spiriti protettori della famiglia e della casa, e sarebbe stato trasmesso in eredit al pari di un bene patrimoniale. Avrebbe fatto parte dei Lares (spiriti protettori degli antenati defunti), col compito di vegliare sulla propriet, sull'attivit e sulla buona conduzione familiare da parte del padre; in fondo lar (es) significa focolare e deriva dall'etrusco lar che vuol dire padre. E proprio il padre seduto davanti al focolare, nell'antica famiglia romana rappresentava la sacralit, essendo egli stesso il sacerdote e il dio vivente. L'estinto avrebbe aumentato il numero dei Mani, le ombre dei trapassati, gli spiriti degli antenati morti, preposti a giudicare i comportamenti nella famiglia dei vivi; o sarebbe finito tra i Parentum, gli spiriti divinizzati che tutelavano la correttezza dei discendenti e che punivano le trasgressioni degli individui dichiarati sacres (esecrabili, infami).
Il nono giorno, dopo il seppellimento o la cremazione, si procedeva alla purificazione della casa del defunto. Fino a quel giorno l'abitazione era ritenuta contaminata e per darne avviso ai passanti affinch non entrassero, i familiari appendevano rami di cipresso o di tasso sulla porta. Per liberare le stanze da un eventuale spirito cattivo del defunto, i parenti spazzavano la casa, la lavavano con acqua e ultimate le consuetudini purificatrici, nella stessa abitazione imbandivano un banchetto funebre (coena novendialis) a base di legumi, in cui gli invitati indossavano un abito bianco.
Per i parenti, secondo Dionigi di Alicarnasso, seguiva un periodo di dodici mesi di lutto - dieci invece per Plutarco -, nei quali per dimostrare il loro dolore, gli uomini indossavano abiti di colore nero o scuro e le donne vesti e veli bianchi. Per tutta quella durata le donne, nel rispetto di una legge di carattere religioso, dovevano osservare la vedovanza che se infranta da un matrimonio prima del consentito avrebbe comportato in espiazione, da parte della colpevole, il sacrificio agli dei di una mucca gravida.
Plutarco tramanda anche che i bambini inferiori ai tre anni di et erano esonerati dall'osservanza delle regole inerenti al lutto e che invece i ragazzi di et maggiore erano obbligati ad attenersene per tanti mesi quanti erano i loro anni di vita, fino a un massimo di dieci.
Lo sfogo in pianto e l'afflizione dovuta alla scomparsa di persone care sono medicine lenitive dell'animo umano ma allo stesso tempo lo deprimono.
Per evitare che la popolazione si abbattesse irrimediabilmente in occasioni di eventi sciagurati che colpivano la collettivit, lo Stato fra le tante prerogative deteneva il potere di proibire le espressioni di cordoglio. Ci fu imposto al popolo nella seconda guerra punica, dopo la disastrosa battaglia di Canne, quando il Senato viet pure che si piangesse in pubblico. Non abbiamo prove per stabilire se il provvedimento adottato abbia contribuito a risollevare le sorti di Roma, per  certo che in seguito Annibale fu battuto e Cartagine distrutta. Nei cittadini romani, scampati al pericolo della conquista straniera, il trascorrere del tempo allevi il dolore procurato dalla morte di parenti e amici fino a farlo scomparire e lo spirito guerriero romano prevalse sull'avvilimento.
In fondo il trascorrere dei giorni, dei mesi e degli anni  il lenzuolo dell'oblio che lentamente copre la memoria; cessate le guerre, la dimenticanza mitiga le ferite interiori fino a farle guarire e per fortuna prevale sul ricordo che invece susciterebbe soltanto risentimento e odio.

17. La misurazione del tempo e il calendario.

L'uomo domina il mondo con l'arte del misurare e per mezzo dell'arte dello scrivere la sua intelligenza cessa di essere effimera, come effimero  lui stesso; ambedue danno all'uomo ci che la natura gli ricus: l'onnipotenza e l'eternit (Mommsen). Da un'attenta riflessione sul contenuto dell'enunciato s'intuisce che fin dai tempi pi remoti, gli uomini da quando incominciarono a riunirsi in comunit sentirono la necessit di adottare dei sistemi che consentissero la misurazione dei liquidi, dei solidi, del denaro, delle superfici, e di quant'altro serviva alla vita di ogni giorno o fosse oggetto di commercio. Per questa ragione si appoggiarono a quanto la natura sottoponeva alla loro osservazione: per la misurazione del tempo, al giro del sole e della luna; per il peso, di quanto un braccio teso era in grado di alzare su una mano; per lo spazio, la lunghezza del piede, etc.
Tutti i popoli, comunque, adottavano parametri di misurazione diversi uno dall'altro, ma venendo a contatto, affinch i rapporti commerciali fossero resi possibili, dovettero trovare delle soluzioni di compromesso.
In mancanza di congegni che ne stabilissero la lunghezza in modo inequivocabile, la misurazione del tempo, legata a fattori suscettibili a variazione, era un'operazione molto pi complessa rispetto le altre, inoltre differiva da un popolo all'altro.
Marco Terenzio Varrone nel libro delle Antichit umane dedicato alle giornate, scrive che i Quiriti consideravano nate nello stesso giorno le persone venute alla luce nelle ventiquattro ore intercorrenti tra una mezzanotte e la successiva, mentre gli Ateniesi seguivano un diverso criterio di divisione e consideravano lo stesso giorno il periodo esistente tra un tramonto e l'altro. I Babilonesi invece conteggiavano come un giorno intero lo spazio di tempo da un'alba alla seguente e gli Umbri da un mezzogiorno all'altro.
In merito alla divisione del giorno, tralasciando d'indagare sul criterio adottato dagli altri popoli e tornando agli abitanti di Roma, sappiamo per certo che costoro a incominciare dall'alba suddividevano le ore di luce, in dodici ore diurne e le ore che andavano dal tramonto all'alba del giorno successivo, in dodici ore notturne. Per mancanza di orologi che segnassero esattamente il tempo, le ore che cadenzavano la vita giornaliera non erano rigide ma molto elastiche, poich dipendevano dalla luce del sole. Pertanto solo due volte all'anno, vale a dire nei giorni di equinozio, quando il giorno e la notte si equivalgono, le ore diurne e le notturne avevano la stessa durata. Ci significa che d'inverno per il pi lungo protrarsi dell'oscurit le ore notturne erano pi lunghe viceversa d'estate, poich avvenendo il tramonto a pi tarda ora, si accorciavano.
In estate, stagione in cui incomincia ad albeggiare presto, il tratto di tempo che va approssimativamente dalle quattro e trenta fino alle cinque e quarantacinque era considerata hora prima (prima ora), dalle cinque e quarantacinque alle sette hora secunda (seconda ora), e cos via fino all'hora duodecima (dodicesima ora), corrispondente all'incirca all'intervallo che va dalle diciotto e quindici alle diciannove e trenta. La centralit della giornata era individuata nell'hora sesta o meridies corrispondente al nostro mezzogiorno, cio pressappoco dalle dieci e quarantacinque alle dodici. L'ora estiva non corrispondeva, quindi, a sessanta minuti, ma approssimativamente a settantacinque. In pieno inverno, periodo dell'anno in cui il sole sorge in ritardo rispetto l'estate, le ore incominciavano a essere contate dalle sette e trenta circa e la loro durata si aggirava intorno ai quarantacinque minuti, per questa ragione l'ultima ora diurna, l'hora duodecima, andava pressoch dalle quindici e quarantacinque alle sedici e trenta.
Le dodici ore notturne erano suddivise in quattro vigiliae (veglie), secondo una terminologia militare contrassegnata dal cambio di guardia tra le sentinelle, che avveniva allo scadere di circa ogni tre ore; a una prima vigilia ne seguiva una secunda prima della mezzanotte e a una tertia vigilia, una quarta dopo la mezzanotte. Ciascuna di queste quattro vigilie fu poi suddivisa in due parti, alcune delle quali hanno nomi comprensibili, quali vespera, prima fax, mediae noctis inclinatio, gallicinium, diluculum, a differenza di altri al significato meno chiaro: concubia, intempesta, conticinium.
In merito alla divisione della giornata in ore, Plinio in Naturalis historia scrive che la divisione del tempo in ore giunse a Roma con ritardo, in conformit a una teoria scientifica greca formulata da Anassimene di Mileto per mezzo di gnomoni. Nelle originarie leggi delle 12 tavole, emanate secondo la tradizione tra gli anni 451 e 450 a. C., si parlava solo di alba e di tramonto e solo anni dopo fu aggiunto il mezzogiorno, ora in cui un messaggero dei consoli annunciava alla cittadinanza il capolino del sole nel Foro, esattamente nello spazio tra la tribuna dei Rostri e la Grecostasi, ovverosia il luogo dove gli ambasciatori attendevano prima di essere ammessi in Senato. Poi quando il sole s'inclinava dalla colonna Menia verso il carcere Tulliano, il messaggero annunciava l'ultima ora del giorno. Questa consuetudine fu portata avanti fino alla prima guerra punica e per forza di cose era possibile solo nei giorni sereni. Nel 293 a. C., undici anni prima della guerra contro Pirro, stando allo scrittore Fabio Vestale, il console Lucio Papirio Cursore nei pressi del tempio di Quirino pose un orologio di cui non dice il nome del costruttore n il luogo di costruzione n spiega come funzionasse. Marco Varrone in Antiquitates rerum humanarum cap. 15, afferma che il primo orologio collocato in un luogo pubblico fu quello fatto sistemare su una colonna presso i Rostri durante la prima guerra punica dal console Manio Valerio Messalla, dopo la presa di Catania in Sicilia; quest'orologio fu trasportato da Catania 30 anni dopo la data a cui la tradizione attribuisce l'orologio di Papirio Cursore, cio nell'anno 491 di Roma (263 a. C.). Le linee di quest'orologio per la diversa longitudine tra le due citt non corrispondevano con precisione alle ore reali; tuttavia rimase la massima autorit per novantanove anni, fino a quando Quinto Marcio Filippo, che fu censore con Lucio Paolo, nel 164 a. C., fece installare accanto a quello antico un nuovo orologio diviso con maggiore precisione. Quel dono risult fra le azioni pi gradite della sua censura. Tuttavia, nei giorni di cielo nuvoloso, l'ora rimaneva incerta e cos si and avanti fino al lustro successivo, quando Scipione Nasica, collega di Lenate, per primo divise le ore del giorno e della notte con l'acqua e inaugur quell'orologio al coperto, nell'anno 595 di Roma (159 a. C.). Fino allora il popolo romano era vissuto senza identificare le ore del giorno.
Le settimane - tanto per usare una dizione attuale, anche se impropria - erano costituite da cicli di otto giorni consecutivi contrassegnati dalla lettera A alla lettera H e comprensivi di una giornata chiamata nundinae - vocabolo derivato dall'unione delle parole novem (nove) e dies (giorno) - durante la quale si tenevano i mercati e che serviva anche di riferimento per indicare giorni ben determinati, poich gli altri sette non avevano un nome definito. Il nome di nundine, un ciclo in realt di otto giorni e non da nove, era dovuto al sistema di conteggio del tempo adottato a Roma, inclusivo tanto del giorno iniziale quanto del giorno finale.
Con riferimento a quanto sopra, Plutarco nelle Vite parallele di Coriolano e Alcibiade dice che il tribuno della plebe Sicinio, rivolgendosi a Gaio Marcio Coriolano, lo indusse a discolparsi a cospetto del popolo in un giorno ben preciso, pronunciando la seguente frase: Quanto a te, Marcio, se non hai fatto nulla di male, per convincere della tua innocenza i cittadini che ti giudicheranno col loro voto, t'invito a presentarti il terzo giorno di mercato (nundinae) a incominciare da oggi.
Il giorno delle nundinae la cittadinanza si recava numerosa a fare acquisti nei luoghi riservati al commercio, dove pastori, contadini e piccoli commercianti affluivano da fuori citt per mettere in vendita il surplus della produzione che erano riusciti ad accumulare nelle sette giornate di lavoro. La superstizione induceva il popolo romano a credere che incominciare l'anno con le nundinae fosse di cattivo augurio, pertanto il sommo pontefice - la massima carica religiosa con l'incarico di compilare il calendario -, adattava le date giornaliere affinch ci non accadesse. Ed anche l'autorit civile, per la grande importanza rivestita da quel giorno, si adoperava per venire incontro all'esigenza della gente e rendere liberi i cittadini da impegni. La legge Ortensia (lex Hortensia), varata nel 287 a. C., regolava le attivit permesse nelle nundinae e in quei giorni proibiva i comizi e le elezioni, ma consentiva che si svolgessero regolarmente le cause in tribunale. Il nundinum, cadenza continua di otto giorni, paragonabile in senso lato all'attuale settimana, pare sia stato introdotto da Servio Tullio o addirittura da Romolo, e dur fino II secolo d. C.
Far quadrare le ventiquattro ore giornaliere, anche se in modo imperfetto, e ripeterli per otto giorni nei cicli nundinali, era in fondo un problema di non difficile soluzione. Grandissima difficolt presentava invece la compilazione di un calendario che non dovesse essere cambiato ogni anno. Si doveva, infatti, chiudere un cerchio rappresentato dai 365 giorni e sei ore circa dell'anno solare, e farlo ripartire ogni volta dallo stesso punto, vale a dire dal giorno successivo a quello in cui era terminato l'anno precedente, dividendolo in mesi dai parametri fissi, che rimanessero invariati nel numero dei giorni. A riuscire nell'impresa, dopo sette secoli di vita di Roma, fu Giulio Cesare. Il poliedrico uomo politico nel 46 a. C. riusc a varare un sistema di misurazione del tempo che aggiustato con qualche lieve modifica da papa Gregorio 13esimo nel 1582,  tutt'oggi vigente. Ma procediamo per ordine cronologico e osserviamo come fossero contati gli anni e stabiliti i calendari prima della riforma giuliana.
Secondo la tradizione fu Romolo il primo a introdurre il calendario tra i Romani e a comporlo con una successione continua di dieci mesi. Al primo mese, formato da trentuno giorni, il re attribu il nome di Martius (Marzo) in onore del dio della guerra, del quale si vantava di essere figlio. A Marzo, pare che facesse seguire altri nove mesi. Ai tre successivi impose i nomi che significavano incremento, sviluppo: Aprilis (Aprile) di 30 giorni, in riferimento al germinare; Maius (Maggio) di 31 giorni, in relazione al crescere; Iunius (Giugno) di 30 giorni, con attinenza al prosperare. Dal quinto al decimo mese li chiam secondo il loro ordine cronologico: Quintilis (Luglio) di 31 giorni, Sextilis (Agosto) di 30 giorni, September (Settembre) di 30 giorni, October (Ottobre) di 31 giorni, November (Novembre) di 30 giorni e December (Dicembre) di 30 giorni. La successione dei dieci mesi incominciava dalla prima luna piena di Marzo, e similmente al calendario lunare greco si basava sulle fasi lunari, anche se la lunghezza dei mesi non ricalcava il ciclo lunare che dura 29,5 giorni. Come si arguisce dalla somma complessiva dei giorni, l'anno durava soltanto 304 giorni, pertanto per il raggiungimento dei 365 e un quarto (sei ore) dell'anno solare ne mancavano oltre 61. Per far tornare i conti, Romolo ovvi sospendendo a fine dicembre il conteggio per 61 giorni e facendo iniziare l'anno successivo, a partire dalla prima luna piena di Marzo.
Il re successore Numa Pompilio apport alcune modifiche al calendario romuleo, pur lasciando invariata la base che poggiava sui cicli lunari; tolse un giorno ai mesi che ne avevano 30, e a quei 6 giorni che gli risultarono dalla differenza ne aggiunse 51. Divise quindi i 57 giorni ricavati, in due mesi di 29 e 28 giorni rispettivi e li associ in sequenza agli altri dieci; quello di ventinove giorni lo chiam Ianuarius (Gennaio), alludendo forse all'inizio del lavoro dei campi dopo il riposo invernale, e a quello di ventotto diede il nome di Februarius (Febbraio), in similitudine al ripulire, in quanto ultimo. Il nuovo calendario constava quindi di 355 giorni (304 originari pi 51 di nuova introduzione) ed era formato da 12 mesi di cui 11 da un numero di giorni dispari e uno da un numero di giorni pari: Martius (31), Aprilis (29), Maius (31), Iunius (29), Quintilis (31), Sextilis (29), September (29), October (31), November (29), December (29), Ianuarius (29), Februarius (28). Credendo nella forza salutare dei numeri dispari, considerati fausti, il re in tal modo rese di numeri dispari, la durata di tutti i mesi tranne Febbraio che per la stessa ragione divise in due parti: un primo ciclo di ventitr giorni, l'ultimo dei quali chiudeva l'anno religioso ed era chiamato Terminalia, e un secondo ciclo di 5 giorni. Inoltre, dedic Febbraio alle purificazioni istituendo una festa che si celebrava ogni anno il giorno quindici dello stesso mese.
Trecentocinquantacinque giorni per non bastavano a coprire per intero il ciclo annuale effettivo. Per far combaciare i giorni del calendario con l'anno solare Numa, tra la prima e la seconda parte di Febbraio, di tanto in tanto aggiungeva sotto forma di mese intercalare (mensis intercalaris o mercedonius) i giorni mancanti, in modo da far ripartire il ciclo annuale dallo stesso punto solstiziale. In realt fuse il marcedonius (o marcedinus) con gli ultimi cinque giorni di Februarius facendoli diventare un'unica contiguit del mese. Con quell'espediente manteneva inalterate le date delle festivit ed evitava che le stagioni nel tempo slittassero, occupando l'una il posto dell'altra. In pi, distinse i giorni in fasti e nefasti; solo nei fasti, in ubbidienza alla volont divina, era lecito (fas) svolgere affari pubblici; nei nefasti le attivit cittadine furono vietate (finanche le sedute in tribunale) ed esercitarle sarebbe stato un sacrilegio che avrebbe comportato scelleratezza (nefas). Il re comp la divisione in armonia con la convinzione religiosa secondo la quale i giorni propizi erano i dispari; ci  dimostrato dalle quarantacinque feste annuali che con due sole eccezioni si celebravano nei giorni che non fossero pari. E se le solennit religiose duravano pi giorni, si sospendevano nei giorni pari; cos la festa della Carmenta si celebrava l'11 e il 15 gennaio, quella dei boschi il 19 e il 21 luglio, quella degli spettri il 9, l'11 e il 13 maggio. Per lo stesso motivo le kalendae, le nonae e le idi di ogni mese cadevano nei giorni dispari.
Il giorno del novilunio, il primo di ogni mese, chiamato calendae o kalendae (dal verbo calare = proclamare, annunciare) da cui deriva il termine calendario, Numa annunciava al popolo le festivit, i giorni fausti, i giorni infausti, le nonae (il quarto di luna) e le idi (il plenilunio).
Il sistema adottato da Numa Pompilio continu a essere usato anche dai suoi successori. Caduta la monarchia e proclamata la Repubblica, per evitare che la concentrazione di potere nelle mani di una sola persona riportasse a Roma l'instaurazione di un governo monarchico o tirannico, le cariche politiche furono separate dalle religiose. Ai due consoli (consules), furono trasferiti gli incarichi politici che durante la monarchia erano stati prerogative regali, mentre l'autorit di presiedere il collegio religioso pass al Sommo Pontefice (Pontifex Maximus), il quale in veste di capo della religione statale, oltre a controllare l'ambito sacrale e a decidere sui problemi delle leggi sacre, sulle cerimonie e sui luoghi di culto, stabiliva il calendario e lo comunicava alla cittadinanza.
La Repubblica eredit quindi dall'epoca monarchica un calendario iniziante dal novilunio di Marzo, rimasto invariato dai tempi di Numa Pompilio e costituto da dodici mesi dei quali Gennaio e Febbraio erano gli ultimi due:
- Martius, dedicato a Marte, il dio della guerra e padre simbolico del capostipite dei Romani, Romolo.
- Aprilis, intitolato ad Apru, nome etrusco di Venere, la dea dell'amore e della sensualit. Alcuni studiosi, per sostengono che il nome Aprilis non derivi dal nome della divinit, ma dal verbo aperio (aprire), per il fatto che Aprile apre e fa spuntare nel rigoglio della primavera i germogli delle piante.
- Maius, in onore di Maia, la madre di Mercurio e ispiratrice alla crescita delle forme viventi.
- Iunius, consacrato a Giunone, moglie di Giove (dio protettore di Roma).
Secondo alcuni, Maius e Iunius prendevano invece il nome dalla vecchiaia e dalla giovinezza, perch a Roma gli anziani si chiamavano maiores e i giovani juniores.
- Quintilis, Sextilis, September, October, November e December, occupavano nel calendario rispettivamente il quinto, sesto, settimo, ottavo, nono e decimo mese come i loro stessi nomi suggeriscono.
- Ianuarius, il mese di Giano, dio bifronte con una faccia rivolta verso l'anno precedente e un'altra in direzione dell'anno in corso.
- Februarius, il mese dell'espiazione, della purificazione; prendeva il nome da Februus, una divinit etrusca degli Inferi identificata con Luperco e talora con Plutone.
In ciascuno dei dodici mesi, tre giorni avevano un nome peculiare:
- Le calendae o kalendae, che coincidevano sempre col giorno d'inizio del mese (il giorno della luna nuova consacrato a Giunone, per derivazione del culto etrusco di Uni).
- Le nonae (il giorno del primo quarto di luna, dedicato pure a Giunone), corrispondenti al quinto giorno nei mesi di Gennaio, Febbraio, Aprile, Giugno, Agosto, Settembre, Novembre e Dicembre e al settimo giorno nei mesi di Marzo, Maggio, Luglio e Ottobre.
- Le idi (l'ottavo giorno dopo le nonae, dedicato a Giove), corrispondenti al tredicesimo giorno nei mesi di Gennaio, Febbraio, Aprile, Giugno, Agosto, Settembre, Novembre e Dicembre e al quindicesimo giorno in Marzo, Maggio, Luglio e Ottobre.
Analogamente all'individuazione delle nundinae, i giorni del calendario non venivano contati a incominciare dal primo del mese, ma calcolati rispetto quanti ne mancassero alle prossime Calendae, Nonae o Idi, comprendendo nel calcolo sia il giorno iniziale sia il finale.
Ad esempio, per indicare 1'11 Marzo un abitante di Roma avrebbe detto, ante diem quintum idus Martiis, cio il quinto giorno prima delle idi di Marzo, perch nel conteggio si usava comprendere anche il giorno cui si faceva riferimento. Il giorno antecedente alle calendae, alle nonae o alle idi era chiamato pridie, per cui il 31 Ottobre sarebbe stato pridie Kalendas Novemberis. Solo i giorni propri delle ricorrenze non richiedevano alcun riferimento per tale ragione il 5 di Gennaio era denominato nonis Ianuariis (none di Gennaio), il 13 Febbraio, idibus Februariis (idi di febbraio), l'1 Gennaio, Kalendis Ianuariis (calende di Gennaio).
Da quando fu instaurata la Res Publica, gli anni che si susseguirono continuarono a non essere numerati, ma ciascuno fu contrassegnato dal nome dei consoli eponimi in carica: il primo, il 509 a. C., fu l'anno di Lucio Giunio Bruto (consul), Lucio Tarquinio Collatino (consul), Publio Valerio Publicola (consul suffectus), Spurio Lucrezio Tricipitino (consul suffectus), Marco Orazio Pulvillo (consul suffectus). Bruto e Collatino furono i primi a essere eletti, gli altri tre subentrarono nella carica per defezione dei titolari. Suffectus, infatti, tradotto dal latino significa aggiunto, sostituto. Il 508 a. C. fu l'anno di Publio Valerio Publicola, che fu rieletto, e di Tito Lucrezio Tricipitino. Non vi furono sostituzioni alla guida dello Stato, poich entrambi i magistrati eletti rimasero in carica per tutta la durata dell'anno. Anche per gli anni a seguire fu adottato lo stesso metodo di diversificazione, finch sul finire della Repubblica alcuni personaggi di spicco, tra i quali l'erudito Varrone, incominciarono a contare gli anni facendo riferimento al mitico 753 a. C., anno in cui secondo la tradizione avvenne la fondazione della Citt eterna. Ad attestarlo sono reperti con date seguite dall'acronimo avc (leggasi auc, giacch le lettere v e u in latino erano contrassegnate dallo stesso carattere v), dal significato ab Urbe condita (dalla fondazione della Citt).
Secondo le fonti storiche attuali, nell'anno 153 a. C. il console Quinto Fulvio Nobiliore apport al calendario un'efficace riforma che persiste ancor oggi nel mondo occidentale: stabil che l'anno incominciasse dal mese di Ianuarius (Gennaio). Fino a quell'anno i consoli di solito erano eletti a Luglio ed entravano in carica alle idi di Marzo dell'anno successivo. Nobiliore, incaricato dal Senato di domare la rivolta dei Celtiberi in Spagna, per anticipare la partenza stabil che l'anno incominciasse a Gennaio. Da allora in poi l'anno ebbe inizio da quel mese ma Quintilis, Sestilis, September, October, Novembre e December continuarono a essere chiamati allo stesso modo, nonostante i loro nomi non coincidessero pi con la posizione occupata nel calendario.
Secondo Plutarco (con qualche perplessit), invece, fu Numa Pompilio a fare incominciare il calendario da Gennaio - seguito da Febbraio -, quando lo port da dieci a dodici mesi, perch il re voleva che in ogni campo le qualit civili fossero anteposte alle capacit militari. Infatti, all'opposto di Marte amante della guerra, Giano, secondo la leggenda, fu in tempi molto remoti un re pacifico e d'indole generosa, che cambi la vita degli uomini trasformandola dallo stato selvaggio a una condizione umana. Anche per quella ragione era rappresentato con due facce: una rivolta al sistema di vita presente, l'altra al passato. Il poeta Ovidio con un'altra versione ci tramanda invece che l'anno incominciava col mese di Gennaio, e che a questo seguiva Marzo, mentre Febbraio chiudeva la sequenza come ultimo. A distanza di venti secoli, stabilire con esattezza tra informazioni conflittuali quale sia la pi veritiera,  davvero arduo e genera dubbi, qualunque sia l'ipotesi verso la quale propendiamo a credere.
Ad ogni modo, nel 46 a. C. Gaio Giulio Cesare avvalendosi della competenza scientifica di studiosi contemporanei (dell'astronomo alessandrino Sosigene, secondo Plinio; dello scriba M. Flavio, per Macrobio; di studiosi Egizi, a detta di Cassio Dione), e mosso da smisurata genialit, riformul il tradizionale calendario, impostandolo sulle fasi solari, secondo una concezione rigida valida fino ad oggi. La rivoluzione apportata forn a invidiosi e ad avversari politici il motivo per muovergli delle accuse. Cicerone, sentendosi dire da un tale che domani sarebbe sorta la costellazione della Lira, gli rispose: << S! Per ordine di Cesare >>, come per dire che tutti gli avvenimenti a Roma dipendevano ormai soltanto dalla volont del dittatore.
Per allineare il vecchio calendario con i mesi effettivi della stagione in corso, tra Novembre e Dicembre di quel solo anno furono inserititi due mesi, uno di trentatr e uno di trentaquattro giorni, e per l'ultima volta il mercedonio. L'ultimo anno del disordine si estese cos per quattrocento quarantatr giorni e il calendario giuliano and in vigore nel successivo anno 45 a. C.
I dodici mesi che componevano il nuovo anno rimasero invariati nei nomi, ma alcuni di essi rispetto il remoto calendario elaborato dal re Numa furono modificati nel numero dei giorni: Gennaio, Marzo, Maggio, Quintile, Settembre e Novembre, in 31 giorni; Aprile, Giugno, Sestile, Ottobre e Dicembre, in 30. Di conseguenza ne deriv un nuovo calendario complessivo di 365 giorni, formato da un'alternanza di mesi di 31 e di 30 giorni, con l'unica eccezione rappresentata dai 29 giorni del mese di Febbraio. Per compensare le sei ore circa di differenza mancante rispetto l'anno solare, ogni quatto anni, a similitudine del mercedonio, gli studiosi del tempo stabilirono d'inserire un giorno supplementare dopo la festa dei Terminalia del 23 Febbraio.
A ragione del metodo che i Romani usavano per indicare le date, ne venne fuori un giorno 23 Febbraio bis, cio il bis sextus ante calendas Martis (il sesto giorno bis prima delle calende di Marzo), un bis sextus dal quale deriv la denominazione bisestile che noi adottiamo per gli anni di 366 giorni. La riforma, oltre a consegnare al popolo romano un computo ciclico del tempo molto pi vicino alla realt di quanto negli anni precedenti fosse stato fatto, tolse autorit dalle mani dei Sommi Pontefici che spesso per scopi politici modificavano il calendario.
Cesare sopravvisse solo qualche anno alla sua innovazione, perch le idi di Marzo del 44 a. C. gli furono fatali; nello stesso anno il luogotenente Marco Antonio per onorarne la memoria, con la lex Antonia de mense Quintile (legge Antonia del mese Quintilis) mut il nome del mese di Quintilis, in cui Cesare cinquantasei anni prima era nato, in Iulius (Giulio, odierno Luglio).
I sacerdoti preposti a stilare il calendario, per commisero l'errore d'inserire il giorno supplementare ogni tre anni anzich quattro, perch contarono gli anni alla stessa maniera con cui calcolavano i giorni mancanti alle ricorrenze, cio compresero nel computo sia l'anno iniziale sia quello finale. Per inesattezza nel volgere di trentasei anni intercalarono dodici giorni, anzich nove come avrebbero dovuto.
Augusto corresse l'errore lasciando trascorrere dodici anni senza aggiungere l'intercalare, per annullare i tre giorni erroneamente accumulati. Nella modifica, l'imperatore col varo della lex Pacuvia de mense Augusto (legge Pacuvia del mese di Augusto) impose al mese di Sextilis il suo nome, ribattezzandolo Augustus (Augusto = Agosto), e affinch in lunghezza non fosse minore del mese di Iulius dedicato al padre adottivo Cesare, da 30 giorni lo port a 31, aggiungendogli un giorno tolto a Februarius, che da 29 giorni fu ridotto a 28. I mesi di Settembre e Novembre furono portati da 31 a 30 giorni, viceversa i mesi di Ottobre e Dicembre furono allungati da 30 a 31giorni per rispettare la nuova alternanza derivata dal prolungamento a 31 giorni del mese di Agosto. Da allora fino ad oggi i nomi e la durata dei mesi dell'anno sono rimasti tali.
L'anno giuliano per quanto accuratamente fosse stato elaborato da Cesare e dai suoi collaboratori, in realt era pi lungo dell'anno solare di 11 minuti e 14 secondi, per tale ragione ogni 128 anni l'inizio delle stagioni nel calendario, scivolava indietro di un giorno rispetto il calendario effettivo.
Per il continuo arretramento subto negli anni precedenti, l'anno in corso del 1582 d. C. aveva accumulato un ritardo di dieci giorni rispetto l'anno solare; per questo motivo il primo giorno di Primavera non cadde il 21 Marzo, come in realt doveva essere, bens l'11 Marzo.
La Pasqua, che il Concilio di Nicea nel 325 d. C. aveva stabilito dovesse essere celebrata la prima Domenica dopo il plenilunio di Primavera, di conseguenza anticipava di dieci giorni la data reale. Per sanare quella situazione che non rispecchiava la realt, ma che col trascorrere degli anni tendeva sempre di pi a falsarla, Papa Gregorio 13esimo, sostenuto da eminenti matematici e astronomi dell'epoca, intervenne e fece slittare il calendario di undici giorni in avanti per riallinearlo con l'anno solare. Stabil che il giorno successivo al 4 ottobre 1582 fosse il 15 Ottobre, e siccome giorno 4 Ottobre era caduto di Gioved, decret che il 15 fosse Venerd; infine deliber che a compensazione degli 11 minuti e 14 secondi annuali dovesse essere inserito un giorno in pi negli anni bisestili, considerando tali gli anni non secolari divisibili per quattro e i secolari divisibili per quattrocento. Con l'introduzione di questa regola la differenza tra l'anno gregoriano e l'anno solare  stata ridotta a soli 26 secondi, pertanto l'attuale calendario necessiterebbe di un prossimo aggiustamento nel lontano anno 4905 con la soppressione di un solo giorno.
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FINE.